Mercoledì, 16 Maggio 2012 21:51

Suicidio: l’impotenza del vivere

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ROMA - Negli ultimi mesi le notizie riguardo ai suicidi conseguenti alla crisi economica si susseguono con velocità allarmante, e spesso non viene dato il giusto risalto a questo fenomeno.


Da sempre l’atto del suicidio è considerato  un atto “scomodo” per l’ordine sociale, un atto di cui vergognarsi. Nell’antico Egitto veniva concesso un permesso per darsi la morte, in Grecia era vietato dalla legge, a meno che il Tribunale ne accogliesse l’istanza. (Socrate, come Licurgo, ottennero il permesso di bere la cicuta). Nel mondo Cristiano il suicidio è visto come una disubbidienza al divieto divino di uccidere, e fin dal V - VI sec. d.C. vengono negate le esequie ai suicidi e richiesta la scomunica.
Notiamo, da questi pochi esempi, la presenza di un elemento comune: il tentativo di spostare l’ottica in cui porre l’atto del suicidio. Dal dovere di comprendere le  cause ed  i conflitti che lo generano al dovere di evitare l’offesa  a Dio e al diritto di tutelare la  società.

Come è ovvio, l’approccio psicologico e psicanalitico  al tema del suicidio esula da giudizi etici o da opinioni di natura religiosa o morale. I vari indirizzi di studio pongono l’accento su aspetti diversi dell’azione suicida: l’elemento comune può essere individuato nel bisogno di esternare la propria sofferenza, dichiararla alla famiglia, alla società, finanche alle istituzioni. Questo è un dato di fatto insito nell’azione suicida anche quando essa è perpetrata in modo silenzioso, poiché è sottintesa la inevitabile risonanza di tale atto nell’ambiente esterno, e non solo familiare. Inoltre, sia che il suicidio sembri determinato da un raptus imprevedibile, sia che avvenga a conclusione di un iter organizzato nei minimi dettagli, esso rappresenta la provocazione estrema di chi si sente impotente di fronte alla situazione che sta vivendo, di chi sente che non esiste alcuna soluzione . Consideriamo  la valenza profonda che assume il lavoro nella nostra vita: oltre a rappresentare, molto spesso, un riconoscimento di ruolo, un’attribuzione di identità , ( quindi una funzione rassicurante, non solo dal punto di vista economico), il lavoro si associa al senso di responsabilità verso se stessi e verso il contesto in cui si vive. Vi sono collegate le relazioni interpersonali con i colleghi, nonché le relazioni familiari: dal suono della sveglia al mattino, alla organizzazione globale dei ritmi della  giornata le dinamiche in cui si muove ognuno di noi ruotano attorno al lavoro.
(Pensiamo alla depressione che, frequentemente, coglie chi va in pensione.)

In definitiva, può accadere che la perdita di tale stabilità diventi intollerabile: l’ansia e l’angoscia che ne conseguono  determinano l’impotenza di fronte a tale realtà, in pratica l’impotenza del vivere.
Al di là delle possibili interpretazioni psicanalitiche relative a frustrazioni risalenti all’infanzia o, comunque, ad un vissuto personale dominato da problematiche irrisolte, ciò  che forse viene spontaneo domandarsi è il perché, di fronte a situazioni simili, alcuni individui arrivino a compiere il gesto estremo del suicidio ed altri reagiscano  cercando possibili soluzioni.
Già Freud analizzò i meccanismi psicologici derivanti dalla perdita : non solo dolore profondo, ma rabbia e aggressività che passa dal rivolgersi verso l’esterno al rivolgersi verso se stessi. Questo perché parallelamente alla perdita si innesca il meccanismo del senso di colpa per la perdita stessa. Il senso di colpa porta al desiderio di riparare: sentendosi impotenti a sanare la situazione si può arrivare al desiderio di autopunizione. Quindi il suicidio diventa una sorta di catarsi purificatrice. Altri studi sull’argomento sottolineano come il suicidio rappresenti un grido d’aiuto contro la morte stessa, nel senso che nel momento in cui si annulla la sofferenza, ad un tempo si rinasce: quindi suicidio come tentativo estremo di annullare il proprio fallimento e  ri-affermare se stessi.
In ogni caso, assistiamo ad un equilibrio che si spezza:  la conseguenza di tale rottura dipende, in sintesi, dalle modalità di ciascuno di “controllare” la propria aggressività, dalla capacità di gestire le proprie istanze distruttive (presenti in ogni individuo) in modo da evitare che, di fronte ad un senso di angoscia intollerabile non vengano rivolte verso se stessi.

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