Giovedì, 20 Settembre 2012 00:00

Dal “profilo del sindacalista” del Cardinal Martini, una lezione sul “Caso FIAT”

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RAVENNA - Come sempre accade ai personaggi scomodi o, perlomeno, dalla controversa   e inquietante personalità (soprattutto se valutata alla luce della vigente, cosiddetta, “normalità”), nei giorni immediatamente a ridosso della sua morte, lo scorso 31 agosto, anche per il cardinal Carlo Maria Martini, si sono moltiplicate - fino allo scialo - le voci di plauso e di commossa partecipazione.

In casa CISL, ad esempio, è circolato -  a cura della FIM Nazionale, il sindacato dei metalmeccanici - il testo di un discorso  (ne consigliamo la lettura a questo indirizzo) che l’arcivescovo emerito, pronunciò in occasione di un incontro con gli operatori dell’organizzazione milanese nel quale, lo stesso, tracciava il profilo che - secondo lui - avrebbe dovuto avere un operatore sindacale.  
Un discorso rivolto agli operatori della Fim Cisl
Come sempre accade, soprattutto a dispetto di quello che era il suo motto episcopale (“pro veritate adversa  diligere” (- per la Verità amare le avversità), la regola “dell’elastico delle mutande” (che si adatta a a ciò che vi si mette dentro) si attaglia bene anche alle parole di Martini che vengono lette e interpretate, come al solito, ad “usum delphini”, come direbbero lor signori che sanno parlare.

Non vogliamo, almeno in questa sede, tracciare giudizi di merito anche se ne  avremo molta voglia. Ci preme, altresì, soltanto riflettere (e aiutare la riflessione) sulle parole del presule da poco scomparso, soprattutto oggi, alla luce delle nuove scelte operate dall’ormai famosissimo CEO di FIAT.

Al di la, infatti, delle valutazioni sull’operato del Chief Executive Officer della multinazionale torinese (?) ciò che  preme rilevare è la contraddizione tra l’operato dei sindacalisti che hanno sottoscritto gli accordi del 2010 con “Fabbrica Italia” e il piano ideale a cui, invece, vorrebbero ispirare la loro azione.
Difendere il valore delle persone
“Preoccupandosi di ciascuno, difende non i soldi ma il valore delle persone, lottando anche per il giusto riconoscimento economico”: una frase lapidaria, che - pur non nascondendo la tradizione “gesuitica” dell’oratore - non “dovrebbe” lasciare adito ad interpretazioni di sorta.

Ma, allora, come si coniuga una così alta affermazione di dedizione alla causa dei lavoratori, con la scelta di passare sopra: a tutti “i diritti”; alle conquiste, alle pur non ottime condizioni di vita nella pre “Fabbrica Italia”, approdando ad una nuova versione delle relazioni sindacali accettate solo in nome: del profitto; della contrazione dei costi orari (lor signori, pomposamente, la chiamano “aumento della produttività”); della competitività con i benefattori del comunismo di stato alla cinese.

Non ci si nasconda, lo chiediamo per umana compassione, dietro alle solite affermazioni sulla “contrattazione” perché, scopo finale di un sindacalista è arrivare al fatidico “accordo”. Da troppo tempo  facendo parte dell’Organizzazione da avere - almeno credoamo - ben assimilato il concetto.

Non  è in discussione, infatti, il diritto di un sindacato di arrivare alla stipula di un accordo ma, proprio alla luce delle parole di Martini, chiediamo ai nostri amici: “Siamo proprio sicuri di aver messo ciascuna persona al centro del nostro operato?”; “Siamo proprio convinti di aver difeso il valore delle persone?”. Ma, soprattutto: “Siamo proprio sicuri di aver fatto, onestamente, tutto quanto era in nostro potere per “difendere” ciascuno?”. Non mettiamoin discussione la buona fede dei dirigenti della FIM ma, alla luce di quanto è accaduto dopo, non  sarebbe male una riflessione collettiva (chiederla unitaria sarebbe forse troppo) - non tanto sulla validità o meno dell’accordo (su cui, peraltro, il giudizio positivo dei dirigenti FIM era confortato dal Referendum tra i lavorfatori - quanto sulle “basi”, sulle “informazioni” e sui “ricatti” da cui si è partiti per arrivare a quel contestatissimo e, oggi, disatteso, protocollo d’intesa.
 Diceva Gesù che“ ‘l’albero si riconosce dai frutti”
Se, come diceva Gesù: “L’albero si riconosce dai frutti”, non avremmo il dovere di dire che, quantomeno, quell’albero era malato e, noi, non ce ne siamo accorti. O meglio, non avremmo il dovere di ammettere che, quanto meno, abbiamo ecceduto in “semplicità” tralasciando l’invito evangelico ad essere, vieppiù, “prudenti come serpenti”.

Ci siamo allora, forse nella foga di riportare in fabbrica i lavoratori in CIG, non abbiamo approfondito fino in fondo; non abbiamo curato al meglio gli interessi di tutti e ci siamo fidati di emeriti azzeccagarbugli che sparano numeri (e promesse) come fossero mortaretti: senza alcun ancoraggio alla realtà (che già due anni fa era, checché ne dicesse il governo, tutt’altro che rosea) e, soprattutto, senza la benché minima volontà di sviluppare quell'innovazione che pretendevano dal sindacato.

Abbiamo parlato di tutto ciò ai dirigenti del (nonostante tutto) “mio” sindacato perché so che possono comprendermi. Con  altri soggetti che, per fortuna, in questo frangente sono scomparsi, o meglio, hanno avuto il buon gusto di sparire, non  è neppure il caso di affrontare alcun tipo di discorso..

Del resto, non crediamo che loro - a dispetto del ruolo che pur hanno avuto - abbiano oggi alcuna intenzione d’interloquire con il “popolo”. Figuriamoci con un rompip..

Alessandro Bongarzone

?ubblicista, esperto di comunicazione e multimedialità si occupa di formazione e comunicazione

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