Lunedì, 28 Marzo 2011 23:10

Mauro Rostagno: dopo più di vent’anni dall’omicidio si è riaperto il processo

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ROMA - “Mio padre nei mesi che hanno preceduto l'agguato era turbato”, così ha detto Maddalena, figlia di Mauro Rostagno assassinato il 26 settembre 1988, deponendo il 9 marzo come teste dinanzi alla corte d'assise di Trapani dove si sta celebrando il processo a carico del presunto mandate ed esecutore del delitto. La donna ha risposto alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia.


Gli imputati sono il boss di Trapani Vincenzo Virga, accusato di essere il mandante, e il sicario Vito Mazzara, indicato dagli inquirenti come l’esecutore del delitto.

Maddalena Rostagno ha indicato ciò che preoccupava il padre: alcuni ospiti della Saman avevano ricominciato a fare uso di droghe; la comunicazione giudiziaria pervenutagli relativa all'omicidio a Milano del commissario Luigi Calabresi;  e lo sfratto, intimatogli da Francesco Cardella, uno dei fondatori insieme a Chicca Roveri della Saman, dalla struttura chiamata il Gabbiano che si trovava al centro della struttura. “Una decisione - ha detto la figlia di Rostagno - presa perché mio padre in un’intervista aveva parlato della Saman senza citare Cardella”.
È partito mercoledì, 2 febbraio davanti alla Corte d’Assise di Trapani presieduta da Angelo Pellino, il processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre del 1988 a Valderice (Trapani). Omicidio quanto mai misterioso visto che, come ha anche testimoniato la figlia della vittima, i nemici di Rostagno erano numerosi: criminalità organizzata locale, i ‘compagni’ della comunità Saman, i servizi deviati che forse volevano vendicare l’assassinio del commissario Calabresi, e perché no, anche gli stessi ex compagni di Lotta Continua, che forse volevano cucirgli la bocca per sempre. Certo che Mauro Rostagno per quanto riguarda i nemici non si era certo risparmiato.

Sociologo, giornalista, tra i fondatori di Lotta Continua, anima di Saman, la comunità di cura per tossicodipendenti, viene ucciso il 26 settembre 1988. Da allora pochi i passi avanti della giustizia.
In uno dei suoi ultimi interventi Mauro Rostagno, assassinato nel 1988, affermò con atteggiamenti da veggente, che ormai era solito usare, che la questione non era trovare posto in questa società, ma creare una società in cui valesse la pena di trovare un posto. Certamente non ha trovato il posto giusto in cui stare e nemmeno è riuscito a creare una società più vivibile.

Il pm Antonio Ingroia, che, con Gaetano Paci, rappresenta l’accusa al processo per l’omicidio Rostagno, all’inizio del processo ha dichiarato: “Oggi entra in quest’aula un pezzo di verità, ma non è ancora tutta la verità. Sono soddisfatto di essere qui come magistrato e come cittadino, considerato che mi occupo di questo caso sin dal 1996. Questa vicenda dimostra che la giustizia a volte arriva tardi ma non è mai troppo tardi”. Vedremo come andrà a finire, questo processo un po’ troppo snobbato dai media.
È certo che chi si occupò del delitto nei giorno seguenti all’assassinio fece di tutto per nascondere la verità. Un primo dato emerso, veramente clamoroso, è il contrasto tra polizia e carabinieri, che seguivano piste opposte. Per i poliziotti la pista da privilegiare era quella mafiosa, l’Arma invece si concentrò subito sulla pista interna, legata a presunti traffici di droga all’interno della comunità Saman, che Rostagno gestiva insieme a Cardella. Dello stesso parere dei carabinieri è Maddalena Rostagno, che ha posto l’attenzione sui difficili rapporti che legavano il padre alla comunità Saman. In una delle prime udienze di questo nuovo processo, il vicequestore Rino Germanà, che all’epoca coordinò le prime indagini della Polizia, ha spiegato ai giudici come apparisse altamente probabile che a volere la morte di Rostagno fossero stati coloro che giornalmente egli denunciava dalle tv locali, vale a dire le famiglie mafiose e i politici ad esse collusi. Inoltre il questore ha affermato che l’inchiesta su quell’omicidio fu subito inspiegabilmente tolta alla polizia per essere trasferita ai carabinieri.

In questa nuova inchiesta le parole ‘delitto di mafia’ scomparvero dai fascicoli, per essere sostituite da ‘pista interna’ e ‘delitto fra amici’.
Nell’udienza del 23 marzo il Maresciallo Cannas, che fu ai tempi una delle prime persone ad indagare sul delitto Rostagno, rispondendo alle domande dei difensori di Virga e Mazzara, i due imputati, ha affermato: “Cardella si lamentava di Rostagno, dicendo che voleva fare il senatore”. Rostagno, secondo Cannas, era solito farsi rimborsare tutte le spese dalla Saman, “conservava pure gli scontrini dei bar”. Poi ha continuato dicendo che “A Cardella dava fastidio la notorietà di Rostagno” e che lo stesso Rostagno non gli parlò mai di traffici di droga all’interno della Saman. Strana poi la risposta di Cannas ai giudici circa il suo ruolo nelle indagini che seguirono al delitto: “Ero una specie di fattorino. Andavo a prendere le cose e a consegnarle” ha detto l’ex maresciallo, parlando delle videocassette con i servizi di Rostagno sequestrate solo dopo sette mesi dall’omicidio. Una risposta sorprendente, perché nei mesi seguenti all’omicidio Cannas era considerato il più attivo nei reparto investigativo dei carabinieri che svolgevano l’indagine.


Nell’udienza del 23 marzo al processo per l'omicidio Rostagno è stato ascoltato anche il regista palermitano Alberto Castiglione, autore del film-documentario su Mauro Rostagno ‘Una voce nel vento’  girato nel 2005. Nel lungometraggio si possono vedere 3 minuti delle prime immagini girate nel luogo dell'omicidio Rostagno riprese dall'operatore di Telescirocco, Agostino Occhipinti. Ed è assurdo che quelle riprese non fossero mai state acquisite nelle precedenti inchieste sulla morte del fondatore di Lotta Continua. In quelle immagini si possono distinguere l’impatto dei proiettili sul lunotto anteriore della Fiat Duna di Rostagno, il sangue sul sedile del conducente, la marcia ancora ingranata e i pezzi del fucile esploso rimasti per terra. Da quel filmato è possibile ricostruire il punto nel quale si trovava l’assassino al momento dello sparo ed è anche distinguibile il sedile del passeggero, occupato durante l’agguato da un ospite della comunità Saman, rimasto incredibilmente illeso. Si tratta quindi di dettagli importantissimi che, per una gravissima omissione investigativa, non erano mai confluite nei faldoni delle prime indagini sull'omicidio. Le riprese integrali  relative alla scena delitto, fornite agli inquirenti dal regista palermitano sono state quindi acquisite agli atti del processo solo dopo la segnalazione all'autorità giudiziaria avvenuta da parte dell'avvocato della famiglia Rostagno, Fabio Lanfranca, su indicazione di Carla Rostagno, sorella del giornalista assassinato.
Molti, depistaggi e troppe omissioni hanno impedito finora di far luce su questo delitto, una dei tanti delitti impuniti in questa Italia dei misteri.

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