Venerdì, 09 Maggio 2014 14:55

Aldo Moro. Quel giorno l’Italia non fu più la stessa

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Il 9 maggio del 1978 fu ritrovato il cadavere del presidente della Dc in via Caetani

“Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi”  (Aldo Moro)

ROMA - Via Caetani è una via situata nel centro storico di Roma, vicino l’area archeologica di Largo Argentina (luogo dove fu ucciso Giulio Cesare) e adiacente a via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù. All’epoca dei fatti Botteghe Oscure era la storica sede del Partito Comunista di Enrico Berlinguer mentre in piazza del Gesù c’era l’elegante palazzo quartier generale della Democrazia Cristiana di Aldo Moro. Il 9 maggio del 1978 il brigatista Valerio Morucci telefona al professor Franco Tritto (stretto collaboratore del presidente della Dc) e gli comunica il luogo dove è possibile ritrovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Un emozionato e giovane Bruno Vespa al Tg1 delle 13.30 annuncia la drammatica notizia del rinvenimento del corpo senza vita dello statista democristiano. Il brutale assassinio di Aldo Moro pone fine alla terribile agonia di un Paese, incapace di cambiare, un Paese “sordo” alle istanze e alle speranze proposte da Aldo Moro: il Partito Comunista doveva poter partecipare alla guida dell’Italia. Per molti studiosi e politologi il 9 maggio del 1978 è la data della fine della Prima Repubblica. L’Italia dopo il martirio di Moro non sarà più la stessa. Un po’ come dopo la tragedia di Piazza Fontana nel 1969. Anche il Partito Comunista dopo la morte di Aldo Moro, inizierà un lento declino che lo porterà poi alla svolta di Achille Occhetto. Dopo Alcide De Gasperi, Aldo Moro è stata la figura più significativa della Democrazia Cristiana. Un uomo timido, riservato, complesso che parlava sempre a voce bassa. Un uomo mite. Ecco la sua storia. 

Aldo Moro nasce a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre del 1916, da genitori originari di Gemini, frazione di Ugento. Conseguì la Maturità Classica al Liceo “Archita” di Taranto. Si iscrisse presso l'Università di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza, dove prese la laurea, sotto la guida del professor Biagio Petrocelli, con una tesi su “La capacità giuridica penale”. In seguito, nel 1939, pubblicò la tesi e ottenne la docenza in filosofia del diritto e di politica coloniale alla stessa università nel 1941. L'anno successivo svilupperà la sua seconda opera “la subiettivazione della norma penale” e otterrà così la cattedra di professore di diritto penale. Durante gli anni universitari partecipa ai Littoriali della cultura e dell'arte. Nel 1935 entrò a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana di Bari, segnalandosi ben presto anche a livello nazionale. Nel luglio 1939 venne scelto, su consiglio di Giovanni Battista Montini, di cui, proprio in quegli anni, divenne amico, come presidente dell'Associazione. Mantenne l'incarico sino al 1942, quando fu chiamato alle armi e gli successe Giulio Andreotti, sino ad allora direttore della rivista Azione Fucina. Dopo qualche anno di carriera accademica, fondò nel 1943 a Bari, con alcuni amici, il periodico «La Rassegna» che uscì fino al 1945. Nel luglio dello stesso anno prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli. Tra il 1943 e il 1945 Aldo Moro aveva cominciato a interessarsi di politica, in un primo tempo mostrò particolare attenzione alla componente socialdemocratica del partito socialista, successivamente però il suo forte credo cattolico lo spinse verso il costituendo movimento democristiano. Nella Dc mostrò subito la sua tendenza democratico-sociale, aderendo alla componente dossettiana. Nel 1945 divenne direttore della rivista “Studium” e fu eletto presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica.

Nel 1946 divenne vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all'Assemblea Costituente, dove entrò a far parte della Commissione che si occupò di redigere il testo costituzionale. Eletto deputato al parlamento nelle elezioni del 1948, fu nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi. Nel 1953 fu rieletto alla Camera, ove fu eletto presidente del gruppo parlamentare democristiano. Nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni I e l'anno dopo risultò tra i primi eletti nel consiglio nazionale del partito durante il VI congresso nazionale della Dc Ministro della Pubblica Istruzione nei due anni successivi (governi Zoli e Fanfani), introdusse lo studio dell'educazione civica nelle scuole. Nel 1959, al VII congresso nazionale Dc conquistò la segreteria del partito. Nel dicembre 1963 (IV Legislatura, 1963 - 1968) divenne, a soli 47 anni, presidente del Consiglio. Formò il suo primo governo con una coalizione inedita: Dc, Psi, Psdi e Pri; fu il primo governo del centro-sinistra. La coalizione resse fino alle elezioni del 1968. Il governo Moro III (23 febbraio 1966 - 5 giugno 1968) batté il record di durata (833 giorni) e rimase uno dei più longevi della Repubblica. Dopo le elezioni venne costituito un governo balneare in attesa del congresso DC, previsto per l'autunno. Al congresso Moro passò all'opposizione interna al partito. Dal 1969 al 1974 (V e VI Legislatura), assunse l'incarico di ministro degli Esteri. Dopo la caduta del V governo Rumor, riprese la guida di palazzo Chigi, dove rimase fino alle elezioni anticipate del 1976. Nel 1975 il suo governo conclude il Trattato di Osimo, con cui si sanciva l'appartenenza della Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia. Nel 1976 fu eletto Presidente del Consiglio Nazionale del partito. Nel febbraio del 1978 fece il suo ultimo discorso pubblico in un convegno della Dc. La mattina del 16 marzo del 1978 fu rapito da un commando delle Brigate Rosse. Dopo 55 drammatici giorni di sequestro venne giustiziato dei terroristi. Il suo corpo fu ritrovato il 9 maggio all’interno di una Renault 5 in via Caetani, a due passi da Botteghe Oscure (sede dell’allora Pci) e piazza del Gesù (sede dell’allora Dc).

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