Lunedì, 02 Maggio 2011 14:25

Immigrazione. Una questione etica o di diritti?

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ROMA - Il week end appena trascorso è vissuto fra un matrimonio fiabesco, una beatificazione, nuovi sbarchi a Lampedusa ed una dichiarazione di guerra da parte del rais libico contro l’Italia, rea secondo quest’ultimo di  non aver mantenuto fede al patto d’amicizia stipulato nella scorsa estate.


La presa di posizione del rais mette ancor più in luce le difficoltà del governo italiano in tema di politica estera, o quanto meno evidenzia le gravi divergenze che il governo deve fronteggiare al suo interno fra chi si è schierato pro-intervento, il pdl, e chi invece no, la lega su tutti.
Le parole di Bossi sono statte chiare, questa dicesione ci fa diventare assoggettati della volontà francese.
Torna quindi scottante la questione immigrati, e Lampedusa su tutti, visti gli sbarchi di questi giorni e a pochi giorni dal vertice italo-francese tenutasi a Roma qualche giorno fa dove il premier Berlusconi, e il presidente francese Sarkozy hanno firmato una lettera congiunta rivolta alla Commissione Ue con la proposta di modificare il trattato di Schengen e con la esplicita richiesta di una maggiore cooperazione fra Bruxelles e gli stati Ue esposti ad ondate eccezionali di immigrati.


La contingenza tutta italiana nasce dalle grandi difficoltà di porre rimedio non solo all’emergenza ma alla stessa politica immmigratoria.
La richiesta ufficiale contempla la possibilità di un ripristino provvisorio delle frontiere degli stati di Schengen.
La questione è fra una teoria della immigrazione secondo i diversi diritti delle parti in causa ed una meno teoretica realpolitik che non prevede al suo interno alcun teorema né pone veti e scudi su limiti e applicazioni di principi dell’utile e del bene di una delle due parti, se non di entrambe, in causa.
Al di là della liceità o meno di una simile richiesta la domanda più ovvia risulterebbe essere quali conseguenze comporterebbe a fini pratici una simile decisione quando l’emergenza immigrati non è ancora finita.

Verrebbe da pensare che sia una scelta emotiva quella dei due primo ministro, ma alla luce degli avvenimenti e delle riflessioni concrete sul tema si capisce che dietro la formale richiesta vi siano gravi difficoltà, soprattutto dell’Italia di affrontare la questione e che negli anni passati poco si sia fatto in tema di politica immigratoria.
La risposta dalle alte sfere della commissione Ue non tarda ad arrivare:
La “sospensione” dell’accordo di Schengen “non è una opzione”, dice il portavoce della Commissione europea, Olivier Bailly, affermando che la “convenzione di Schengen fa parte del Trattato di Lisbona, che non si può sospendere”.


Come tutti ben sanno questa possibilità si applica in alcuni casi che siano “precisamente individuati” in anticipo e comunque “non legati agli avvenimenti di questi giorni”, cioé gli sbarchi a Lampedusa.
In sintesi prosegue il commissario per uscire da Schengen, in sostanza, si dovrebbe “uscire dalla Ue”.
Ma anche qui niente accade per caso; nelle ultime settimane il governo italiano, per bocca dello stesso Berlusconi, ha posto la questione della correttezza o meno dello stare dentro la Ue.
In sintesi il governo ha ribadito con forza l’inutilità della Ue se questa non provvede a dare sostegno all’Italia sia nella questione immigrati sia sul fatto che non vi sia una politica comune nell’affrontare le emergenze.

Di fatto, l’Italia lasciata sola nella questione sbarchi si domanda quanto convenga stare dentro i confini di Schangen.
Ed è qui che nacono le evidenti disfasie fra le parole del governo italiano, siamo soli a fronteggiare l’emergenza, e le politiche adottate dallo stesso in contrasto con le norme europee, si veda il reato di clandestinità.
Aspetto non marginale della questione e sulla quale sarà opportuno riflettere visto che la Corte di giustizia della Ue ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinità, punendo con la reclusione gli immigrati irregolari.
La norma secondo i giudici è in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini e pone una domanda ancor più necessitante di risposta, la costituzionalità o meno del reato.
Per questo è logico dire che la decisione della corte di giustizia è solo l’ennesimo tassello delle evidenti mancanze del governo italiano sul tema immigrazione e su una politica estera deficitaria e da rivedere.
Ora la partita aperta su più fronti mette il governo alle strette, il quale deve chiudere al più presto le questioni, con l’aggravante che all’interno della maggioranza si dovrà fronteggiare in parlamento sia la mozione sulla validità della missione in Libia da parte della lega, che del Pd.
Ed oggi è solo lunedì!

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