Giovedì, 25 Giugno 2015 16:57

Grecia al collasso, cresce la crisi umanitaria Featured

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Amnesty International chiede al vertice Ue di fare di più per risolvere la crisi globale dei rifugiati

ROMA - In occasione del vertice di Bruxelles, Amnesty International ha nuovamente affermato che i leader dell'Unione europea non stanno affrontando in modo adeguato la crisi dei rifugiati, di cui è ultimo sintomo il collasso del sistema di accoglienza in Grecia, a seguito del notevole incremento degli arrivi dei rifugiati sulle isole del mar Egeo.


Una recente missione di ricerca di Amnesty International sulle isole greche ha riscontrato le tremende condizioni di accoglienza dei rifugiati che vi approdano, bambini compresi. Una insufficiente pianificazione, l'uso inefficace dei fondi europei e il blocco delle assunzioni causato dalla crisi hanno determinato l'incapacità delle autorità di Atene di venire incontro ai bisogni dei rifugiati e di proteggere i loro diritti. Di mese in mese la crisi umanitaria, acuita dal dissesto finanziario della Grecia, peggiora.

"Decine di migliaia di persone vulnerabili intraprendono un viaggio pericoloso via mare per fuggire alla guerra e alla povertà, per poi arrivare su queste isole e trovare un sistema di accoglienza sulle ginocchia. La maggior parte dei nuovi arrivati ha scarso o nullo accesso all'assistenza medica e umanitaria ed è spesso costretta a rimanere, in condizioni squallide, in centri di detenzione o campi sovraffollati" - ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

"La crisi umanitaria nel mar Egeo non è solo una tragedia greca ma il prodotto del fallimento del sistema europeo d'immigrazione e asilo. È fondamentale che i leader europei riconoscano che quel fallimento ha posto un peso insopportabile sulle spalle dei paesi in prima linea, come Grecia e Italia. Devono essere urgentemente trovate soluzioni efficaci per fronteggiare la crisi globale dei rifugiati e condividere le responsabilità all'interno dell'Unione europea in modo più equo" - ha aggiunto Dalhuisen.

La dimensione della crisi

Rifugiati e migranti sull'isola greca di Lesbo, 2015 © Michael S Honegger

Secondo le ricerche di Amnesty International, dal 1° gennaio al 22 giugno 2015 sono approdati sulle isole greche almeno 61.474 rifugiati, ben più dei 43.500 arrivati in tutto il 2014. Il numero sta aumentando al ritmo di oltre 5000 nuovi arrivi ogni settimana, nelle prime tre settimane di giugno.

A causa degli aumentati controlli di sicurezza, della costruzione di un reticolato e dei respingimenti collettivi alla frontiera terrestre tra Grecia e Turchia, gran parte dei rifugiati e dei migranti tenta l'ingresso via mare.

Nonostante il governo l'abbia condannato e sia apparentemente in diminuzione, il ricorso ai respingimenti alla frontiera tra Grecia e Turchia prosegue e Amnesty International ha anche documentato casi in cui le autorità di frontiera hanno fatto uso della violenza.

Un rifugiato siriano, tra i tanti respinti in Turchia il 14 aprile 2015, ha dichiarato ad Amnesty International: "Hanno iniziato a picchiarci coi manganelli e a prenderci a calci quando eravamo già a terra. Poi mi hanno preso per i capelli e trascinato verso il fiume".

"Appare evidente dalle nostre ricerche che, nonostante le condanne ufficiali, questi brutali respingimenti stanno avvenendo ancora. Non solo queste azioni sono illegali per il diritto internazionale ma costringono anche un sempre maggiore numero di persone disperate a intraprendere un viaggio pericoloso nel mar Egeo" - ha commentato Dalhuisen.

Il sistema di prima accoglienza non funziona

Scarpe su una recinzione nel campo sovraffollato di Kara Tepe vicino Mytilene, nell'isola greca di Lesbo, 2015 © Michael S Honegger

Sulle isole dell'Egeo operano solo due unità mobili di prima accoglienza, a Lesbo e Samos. Non sono presenti, invece, nelle isole dove arriva un gran numero di rifugiati, come Kos e Chios. Altrove, il personale è largamente insufficiente.

Questo significa che la maggior parte dei nuovi arrivati non ha alcun accesso ai servizi di prima accoglienza, che dovrebbero determinare la loro nazionalità e fornire la prima assistenza medica, psico-sociale e umanitaria.

Un rifugiato dell'Afghanistan arrivato a Lesbo con la moglie e due figli piccoli ha raccontato ad Amnesty International: "I miei figli dormono coi vestiti bagnati, nessuno viene a vedere come stiamo. La situazione è pessima. I miei figli sono malati, tutti noi siamo malati. Abbiamo bisogno di un dottore e di vestiti asciutti".

La mancanza di un sistema di screening fa sì che i nuovi arrivati in condizione di vulnerabilità, come i minori non accompagnati, non siano individuati. I dati ufficiali parlano di 1097 minori non accompagnati arrivati via mare e alla foce del fiume Evros nel 2014 e di 216 arrivati tra il 1° gennaio e il 3 giugno 2015, ma si tratta probabilmente di numeri assai inferiori a quelli effettivi.

A causa del limitato numero di posti nei centri dedicati, molti minori non accompagnati vengono trattenuti nei centri di detenzione per una media di 37 giorni. 

Diversi di essi hanno raccontato ad Amnesty International i maltrattamenti subiti. Un ragazzo proveniente dall'Afghanistan è stato gettato a terra da un agente di polizia nel centro di detenzione per immigrati Moria nell'isola di Lesbo. Un altro afgano di 17 anni, che è rimasto a Moria per 70 giorni, ha detto che "non c'era acqua calda per lavarsi e molti di noi non avevano neanche una coperta". 

Gli attivisti locali, insieme agli operatori di Medici senza frontiere e dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, cercano di colmare le enormi carenze del sistema di accoglienza fornendo medicinali, assistenza umanitaria e informazioni a rifugiati.

Condizioni di detenzione inumane e degradanti

Rifugiati arrivano nelle prime ore del mattino a Eftalou, isola greca di Lesbo, 2015 © Michael S Honegger

Le condizioni nei centri di detenzione sono ben al di sotto degli standard nazionali e internazionali e possono arrivare a costituire trattamento inumano e degradante. Il sovraffollamento è cronico e l'igiene assente: le toilette traboccano, i materassi sono sudici, lenzuola e vestiti scarseggiano, la corrente elettrica va via e manca l'acqua calda.

Spesso i nuovi arrivati non vengono forniti di biancheria di ricambio e sono costretti a dormire con gli stessi vestiti inzuppati con cui hanno toccato terra. Il sovraffollamento costringe molti rifugiati a dormire in luoghi pubblici, come i porti. 

A Lesbo, i rifugiati sono costretti a dormire in un campo allestito in un parcheggio, in numero tre volte superiore all'effettiva capienza. A giugno, nel centro di detenzione di Samos c'erano 600 rifugiati rispetto a una capienza massima di 280 persone, a Chios erano oltre 300 su una capienza massima di 208.

Le persone che chiedono asilo sono spesso obbligate a rimanere nei centri di detenzione per diverse settimane in attesa della registrazione della domanda. Il numero insufficiente degli uffici regionali per l'asilo e lo scarso personale a disposizione ostacolano gravemente l'accesso alla procedura.

È tempo di agire

Appena scesi da una barca, due rifugiati siriani si abbracciano. Eftalou, isola greca di Lesbo 2015 © Michael S Honegger

"La doppia crisi, finanziaria e umanitaria, ha creato una tempesta perfetta sulle isole dell'Egeo, che solo un'azione concertata dalle autorità di Atene e dei leader europei potrà far cessare. La Grecia deve inviare sulle isole guardiacoste, agenti di polizia e operatori per la prima accoglienza, per poter gestire con risorse sufficienti i nuovi arrivi di rifugiati" - ha affermato Dalhuisen.

"L'attuazione del piano europeo di redistribuzione dei migranti potrà alleviare, nel breve periodo, un po' di pressione sulla Grecia e sull'Italia. Ma occorrono più rotte legali e sicure verso l'Europa per i rifugiati, attraverso l'aumento dei posti per il reinsediamento, la destinazione di maggiori risorse finanziarie e operative all'accoglienza e alla gestione delle domande d'asilo e la previsione di maggiore libertà di movimento per i richiedenti asilo che ottengono il riconoscimento" - ha concluso Dalhuisen.

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