Lunedì, 02 Novembre 2015 19:02

Sicilia. Oltre 1.100 aziende confiscate alla mafia Featured

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Con il racket si limita la libera concorrenza per favorire le acquisizioni della criminalità 

ROMA - In Sicilia sono state confiscate alla criminalità organizzata ben 1148 aziende nate spesso anche grazie alle attività di estorsione e racket nei confronti degli imprenditori onesti che sono stati costretti a lasciare l’attività. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla rivolta nei confronti dei soprusi degli imprenditori a Bagheria, sulla base dei dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata al 30 settembre 2015. In Sicilia si trova ben il 36 per cento dei beni sequestrati e confiscati alla malavita che - sottolinea la Coldiretti - ha trovato terreno fertile per investire nelle attività economiche indebolite dalla crisi. L’agroalimentare è un settore particolarmente colpito con il business dell’agromafia che ha raggiunto i 15,4 miliardi di euro nel 2014 secondo il rapporto elaborato da Coldiretti, Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare” e Eurispes. Attraverso furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, pizzo, imposizione di manodopera o di servizi di trasporto, guardiania alle aziende agricole o il racket si compromette - continua la Coldiretti - la libertà di impresa e la libera concorrenza nel settore con passaggi di proprietà, rincari anomali e distorsioni commerciali. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le attività criminali impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente.  Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma - conclude la Coldiretti - compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy.

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