Mercoledì, 22 Giugno 2011 09:46

La storia di Tonino, "prigioniero” in un ospedale psichiatrico giudiziario

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ROMA - Tonino aveva 43 anni quando è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Doveva starci sei mesi, sono passati due anni. I numeri in questo caso fanno la differenza perché Tonino è recluso nell’Opg di Aversa, un vero e proprio lager, come del resto tutti gli altri in Italia, dove, una volta dentro, il problema più grave non è tanto la mancanza di libertà quando la perdita del diritto di cura, della possibilità di rimettersi in gioco e di avere un’altra chance nella vita. Non smettono di ripeterlo i familiari di Tonino, che per lui vogliono un’opportunità in più.

Da una settimana, la sorella Elisabetta e il padre Rodolfo presidiano giorno e notte il tetto del Centro di salute mentale di Ostia, in via delle Sirene, per chiedere che Tonino venga trasferito dall’Opg di Aversa alla comunità terapeutica. «Solo lì – dice Elisabetta – mio fratello potrebbe iniziare un percorso di recupero finalizzato al reinserimento nella società». Per fare questo, però, manca la firma del direttore generale della Asl RmD, il professor Romano, sull’impegnativa di spesa che deve essere approvata dall’Azienda sanitaria per procedere poi al trasferimento. Ma il direttore generale prima fa sapere che non firmerà, poi che non si trovano i soldi. Solo dopo molti giorni inizia a circolare la notizia di un possibile accordo. Ma i familiari la apprendono solo per vie ufficiose: in un meccanismo burocratico che fagocita ogni forma di umanizzazione nessuno si degna di inviare loro una comunicazione ufficiale. «Quel che sappiamo – sottolinea Elisabetta – è che tale delibera avrebbe decorrenza solo dal 1 settembre. Questo significherebbe, per mio fratello, altri tre mesi di permanenza in quell’inferno. E noi questo non lo possiamo accettare. Rimarremo sul tetto fino a quando Tonino non uscirà con la massima tempestività dall’Opg, trovino loro il modo per abbreviare i tempi e per accelerare l’ingresso nella comunità di Asti». Elisabetta, che non si accontenta di una banale dichiarazione di intenti, chiede, attraverso due lettere protocollate, un incontro dovuto ai vertici aziendali per vedere le carte. E invece il dirigente gli nega ogni interlocuzione. Nemmeno una parola al signor Rodolfo che, all’età di 73 anni e in cura chemioterapica, dorme dentro una tenda da campeggio sul tetto rovente del centro di salute mentale. Lui, che con il figlio passava interi pomeriggi a pesca prima che la depressione e le cure sbagliate lo logorassero definitivamente, continua a dire: «Non merita di stare li, nessuno lo merita».

 

Non smette di ripeterlo neanche Tonino, che nella sua condizione di fragilità legata alla malattia, è comunque consapevole del fatto che da certi luoghi non si esce sani, sempre che si esca vivi. Per il timore che le condizioni di Tonino possano peggiorare, per ottenere il suo trasferimento e per chiedere anche lo smantellamento di tutti gli Opg (che, per legge, dovevano essere chiusi entro il 31 dicembre 2010) in pochi giorni i familiari hanno messo in piedi una mobilitazione che è diventata il simbolo di una battaglia per liberare tutti i Tonino d’Italia. Intorno a loro un vero e proprio coordinamento di forze sociali, di cui fanno parte numerose associazioni del territorio, riunite nel comitato “ELJ per tutti i Tonino”. Tra queste il Teatro del Lido che, dal mese di settembre, promuoverà una serie di spettacoli di sensibilizzazione culturale rispetto alle tematiche del disagio mentale. «Siamo qui – dice Elisabetta – per tutti i Tonino d’Italia finiti nell’inferno degli Opg generalmente per reati bagattellari, cioè per reati minori, per alcuni quali non sussiste neanche la pericolosità sociale. Per loro un’alternativa agli ospedali psichiatrici esiste e consiste dapprima nel recupero all’interno di comunità terapeutiche specializzate e successivamente nel trasferimento in case famiglia. Una volta qui i pazienti potrebbero essere sottoposti a progetti terapeutici individuali , oppure di inclusione sociale coinvolgendo la rete territoriale». Nessun assistenzialismo nelle comunità quindi, ma risposte adeguate rispetto al ruolo che la società civile deve assumere nei confronti del disagio mentale. E per Tonino, che solo quando pesca ritrova il suo equilibrio, una volta terminato il progetto terapeutico ad personam nella comunità terapeutica di Asti, l’associazione Anziani del Tevere sarebbe disposta a sostenere un progetto di inclusione sociale basato proprio sulla pesca. Il caso di Antonio ha suscitato subito l’interesse della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale.

 

Il senatore Ignazio Marino, che la presiede, ha inviato i Nas nell’ufficio del direttore generale della Asl Roma D per acquisire la documentazione necessaria e avviare le opportune verifiche, ha poi convocato per oggi i medici che hanno in cura Tonino. Anche il consigliere regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ha inviato una lettera alla presidente Polverini per sbloccare questa vicenda «anche perché – ha aggiunto Peduzzi – i soldi per trasferire il ragazzo ad Asti ci sono eccome». La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha infatti stanziato 5 milioni di euro per il trasferimento di 41 persone dagli Opg alle comunità terapeutiche. Per l’utilizzo di questo soldi, però, le Regioni devono prima presentare dei progetti terapeutici individuali senza i quali non è possibile attingere ai fondi. Ma non tutte hanno ancora provveduto e il Lazio è tra queste. Per tale inadempienza oltre 3 milioni di euro restano al momento inutilizzati. E ogni ulteriore ritardo potrebbe costare a Tonino la sua stessa vita, oltre ad una proroga della permanenza nell’Opg di Aversa per altri due anni.

Manuela Campitelli

Mi chiamo Manuela Campitelli, ho 32 anni, e sono una mamma giornalista, blogger e precaria. Ho deciso di aprire www.genitoriprecari.it un anno dopo la nascita di mio figlio, per creare una rete di sostegno e mutuo soccorso tra le mamme precarie ma anche parlare con amara ironia e con grande onestà di come essere genitori oggi, sempre in bilico tra pappe, pannolini e contratti atipici, cercando di far convivere e sopravvivere due concetti antitetici: quello di maternità e quello di precarietà. Questo perché, quando sono rimasta incinta, all’età di 30 anni, l'inizio della mia gravidanza è coincisa con la fine del mio lavoro.

Dopo essermi laureata, specializzata, dopo aver girato le redazioni di mezzo mondo e dopo aver collezionato una lunga serie di contratti atipici, oggi mi ritrovo a essere una mamma precaria, come ce ne sono tante, nel lavoro e quindi, un po’, anche nella vita. Questo blog vuole parlare di me ma anche di tutte le mamme come me, e vuole anche dire loro che non sono sole, tutt’altro. Sono in tante e sembrano urlare al mondo “eccoci, siamo precarie ma facciamo mille cose, guardate cosa vi perdete!”.

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