Lunedì, 11 Luglio 2016 07:34

Allarme sociale. Chiudono i centri antiviolenza per mancanza di fondi

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ROMA - Il centro contro la violenza sulle donne che c’è nella capitale si chiama Colasanti e Lopez come le due ragazze umiliate e stuprate dai neofascisti nel 1975 (cioè trentuno anni fa) al Circeo. Qualcuno ricorderà che, in quell’episodio terribile della nostra storia recente,  Donatella, una delle due ragazze, era sopravvissuta fingendosi morta nel bagagliaio dell’auto degli stupratori   mentre Rosaria era stata uccisa subito.

E’ intitolato a loro due il centro antiviolenza di Roma che ora rischia di chiudere  per problemi legati ai finanziamenti e alle pieghe burocratiche dei nuovi bandi sempre più attenti alle infinite leggi che nel nostro Paese legano  il territorio legale nella penisola mentre quello illegale continua tranquillamente a crescere.  Sono state ottomila le donne assistite nell’ultimo trentennio e nella penisola sono decine i centri antiviolenza in un Paese in cui dall’inizio del 2016 sono già sessantasette le donne uccise da mariti o ex compagni incapaci di accettare un abbandono.
“La realtà è che dei 16,5 milioni previsti per il 2012-2013 dal Piano nazionale antiviolenza e dati alle Regioni, poco o nulla è arrivato a chi lavora sul territori; molte Regioni, come la Lombardia hanno ancora i fondi bloccati” sottolinea Teresa Carraro,presidente della rete dei 74 centri Dire. “Non sappiamo quanti soldi siano stati dati e a chi” fa eco Gabriella  Moscatelli ,presidente di Telefono Rosa che gestisce rifugi e la linea di aiuto 1522.

“La lista dei cahiers de dole’ances è lungo come il numero delle donne che da Milano a Palermo continuano a bussare i centri antiviolenza è lungo.” Perché questi centri non sono solo un nascondiglio per chi ha denunciato ma uno spazio in cui gli specialisti  aiutano chi gli specialisti aiutano la donna a riconquistare l’autostima, e quindi a  rendersi autonoma dal dal suo aguzzino” chiarisce la prof. Anna Costanza Baldry,docente di psicologia all’Università e criminologa che da vent’anni lavora nei centri Dire. “Ci sono-aggiunge- avvocati esperti di violenza di genere e psicologi per aiutare i figli che hanno assistito alle aggressioni a superare il trauma. Oltre ai tanti operatori che fanno da collegamento tra ospedali ,magistratura e polizia. Servono cooperazione ,fondi e progetti a lunga scadenza, non iniziative spot, come se la violenza sulle donne fosse una emergenza momentanea.

Un lavoro che inevitabilmente è cresciuto mentre le risorse con la crisi di questi anni è cresciuta. “Abbiamo visto aumentare le richieste di aiuto e  crollare fino al 70 per cento i fondi pubblici” dicono dal centro Artemisia di Firenze dove ogni anno si fanno carico di 1500 donne, maltrattate .Stessa situazione a Pisa, meno 30 per cento di finanziamenti.

A Palermo, in Sicilia,  il centro “Onde” negli ultimi anni ha dovuto chiudere una casa famiglia e ridurre i posti letto nella seconda perché i soldi non arrivano malgrado il bando vinto un anno fa. A Catania ,al centro Thamaia, rispondono al telefono e poi indirizzano altrove perché non hanno mezzi. A Napoli casa Fiorinda  ha chiuso i battenti: era l’unico rifugio per donne picchiate in tutta l’ex capitale del Regno delle due Sicilie.

Delle quasi duemila donne uccise da mariti ed ex compagni negli ultimi dieci anni solo due avevano chiesto aiuti a centri antiviolenza:” Perché qui le donne trovano un’alternativa reale alla situazione di abusi prima che questa si trasformi in una tragedia. Hanno ospitalità ma anche un appoggio legale e piscologico per ricominciare.”
A  questo punto non si sa ancora per quanto tempo ancora.

Nicola Tranfaglia

Storico, politico e docente universitario

www.dazebaonews.it

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