Venerdì, 12 Gennaio 2018 16:25

Conservare l’orso marsicano con un modello “appenninico”

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In un recente articolo della rivista scientifica “Natura e Montagna” gli autori, Spartaco Gippoliti e Corradino Guacci della Società Italiana per la Storia della Fauna (SItSFa), presentano  un’analisi originale sullo stato dell’arte della conservazione dell’orso bruno marsicano, tra i più minacciati Mammiferi italiani.

Sulla base di studi recenti, gli autori, evidenziano l’unicità morfologica di Ursus arctos marsicanus rispetto agli altri orsi europei (vedi foto). Le cause, ancora poco note, sono probabilmente dovute all’alimentazione orientata maggiormente ai vegetali rispetto ad altri orsi, quale adattamento alle latitudini mediterranee. Questa differenziazione è diventata motivo di un acceso dibattito scientifico da quando alcuni ricercatori hanno proposto il “rinsanguamento / ripopolamento” degli orsi marsicani con l’introduzione di individui provenienti dalla Slovenia. Certo è che finora non sembrerebbero emerse problematiche di carattere genetico per la specie.Anzi, secondo gli autori dell’articolo: “L’ipotesi viene periodicamente riproposta senza l’evidenza di problemi genetici o di consanguineità dovuti al basso numero di esemplari (55-60 ndr). Al contrario esiste certamente un problema di accettazione sociale vista la maggiore pericolosità degli orsi di cui viene proposto il rilascio in Appennino. Senza contare i possibili effetti sul turismo nel Parco Nazionale d’Abruzzo: chi verrebbe dall’Inghilterra in Abruzzo per vedere gli stessi orsi che possono essere osservati più facilmente in altre zone d’Europa? Per questo esistono grosse perplessità su alcuni documenti nei quali si discute la possibilità dell’introduzione di orsi sloveni in Appennino”. 

Nell’articolo si sottolinea: il silenzio della comunità scientifica del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise sull’argomento; la proposta SItSFa del 2013 dell’allestimento di una banca genetica analoga a quella messa in opera dieci anni or sono per gli orsi spagnoli sui Monti Cantabrici. Inoltre gli autori criticano gli approcci, mutuati da esperienze e situazioni ecologiche differenti: le tecniche per la dissuasione utilizzate per gli orsi che frequentano i piccoli paesi, a lungo termine potrebbero creare un contesto meno favorevole all’accettazione da parte delle popolazioni locali e dal contesto sociale per la conservazione della specie. Non è un caso, sempre secondo gli autori, che in occasione di un’azione di “dissuasione” (scorsa estate), un orso spaventato si sia introdotto in una abitazione di Villavallelonga fortunatamente senza incidenti. Interventi di dissuasione che sottovaluterebbero l’importanza dell’accettazione sociale dell’orso, da sempre presente nell’area del Parco Nazionale. Pur supportando la centralità della ricerca degli zoologi per la conservazione della specie, Gippoliti e Guacci propongono di integrare le competenze del gruppo di lavoro con etologi, genetisti di piccole popolazioni, veterinari esperti, sociologi, antropologi e zoo-biologi.

Ad ogni modo è certo che l’orso marsicano rappresenta un’unicità del patrimonio faunistico per l’Appennino e per l’Italia. Proprio in quest’ottica crediamo che, per la specie, sia oltremodo meritevole uno sforzo maggiore in termini di ricerca e di dibattito scientifico sulle strategie di conservazione adottate e da adottare.

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