Giovedì, 13 Settembre 2012 17:02

Venezia 69. Laura Delli Colli (SNGCI): “Il cinema non é per raccomandati…”

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Laura Delli Colli Laura Delli Colli

VENEZIA (nostro corrispondente) Laura Delli Colli, giornalista, scrittrice, autrice di molti libri dedicati al cinema e ai suoi protagonisti – tra i quali il best-seller “Il gusto del cinema internazionale in 100 e più ricette”-  figlia di Franco Delli Colli, e nipote di Tonino, entrambi storici direttori della fotografia del cinema italiano,  è dal 2003 Presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) l’organismo che, dal 1946, assegna annualmente il prestigioso Nastro d'argento ai film, agli attori, agli autori e agli operatori del cinema.

L’abbiamo incontrata alla 69ma mostra cinematografica di Venezia, dove è stata insignita del premio Gillo Pontecorvo, assegnato a personalità che abbiano contribuito a valorizzare la settima arte nella sua interezza artistica e industriale. In questa intervista in esclusiva a Dazebao, Laura Delli Colli parla del ruolo del sindacato cinegiornalisti, delle difficoltà della cultura in questo periodo, del meccanismo dei festival e delle sue giurie.

Malgrado le enormi difficoltà generali e soprattutto economiche del periodo in cui viviamo, il Sindacato dei giornalisti cinematografici è cresciuto, non solo in immagine ma nella sua presenza costante a sostegno del cinema. A cosa si deve questo successo?
L.D.L. Penso che la nostra presenza sia ormai “dovuta” e attesa, nei grandi e nei piccoli appuntamenti che contano. Non so se si tratti di un successo ma certamente è il risultato di una strategia perseguita da anni, faticosamente, da un gruppo di lavoro che ha saputo cogliere i segnali dell’attualità. L’idea di esserci sempre, disposti a salire sulle barricate quando occorre, comunque a discutere e a sottolineare i fatti sui quali è necessario che la stampa si pronunci, è stata la chiave di volta. Una vera e propria “mission”, una visibilità che siamo riusciti a prenderci a poco a poco. La visibilità non è solo gratificante, a volte pesa sulle spalle.


Perché la scelta personale di dedicare tante energie al Sngci?
L.D.L Ritengo la Presidenza del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) un ruolo non solo prestigioso, di più, soprattutto perché la delega viene dai colleghi. Questo non c’entra con una serie di scelte personali nella professione ma certo l’impegno negli anni è cresciuto e credo sia stato un dovere rispondere ad una fiducia professionale così esplicita con sempre maggiore disponibilità: il Sindacato è puro volontariato, senza compensi anche se trovare risorse e mandare avanti una macchina da guerra come la nostra è, sempre di più, un vero e proprio lavoro per chi di noi garantisce il proprio impegno alla gestione delle manifestazioni, alla confezione della rivista Cinemagazine, alla redazione e supervisione delle notizie quotidiane del sito  HYPERLINK "http://www.cinegiornalisti.com" www.cinegiornalisti.com.. Personalmente, poi, sono nata con un giornalismo anche politico sulla cultura e gli spettacoli, un’informazione specializzata che oggi interessa pochi e per la quale bisogna fare battaglie quotidiane sui giornali interessati solo al gossip, anche nella politica…Su  certi meccanismi i giornali oggi sono molto distratti. Meccanismi legati alla valorizzazione della Cultura, un bene primario anche nelle risorse del Paese, se la politica volesse farne una priorità come, per esempio, accade in Francia.

La Cultura sembra catalizzare comunque sforzi sinceri e in qualche caso, magari grazie al volontariato di chi crede nelle battaglie per difenderne i valori, anche produttivi. Si parla dei festival cinematografici come motori di ricchezza,  sei d’accordo?
L.D.L Se un imprenditore come Della Valle decide di investire sul restauro del Colosseo è ovvio che il suo sforzo e il suo impegno economico diventi nel mondo un’occasione di straordinaria visibilità anche per il suo brand... Con le dovute differenze, il cinema è un buon investimento per i partner “giusti” ma uno sponsor non deve mai sovrapporsi alla qualità di un’iniziativa, semmai è bene che la proposta di un evento o di un festival, di una manifestazione o di un restauro sia condivisa “a misura” degli interessi di tutte e due le parti. Questo è il miglior marketing culturale possibile, credo, per chi abbia valori istituzionali da tutelare.

La sigla del SNGCI ha una funzione  certamente propositiva in questo campo. Anche di vigilanza?
L.D.L Non stiamo alla finestra a guardare le molte guerre di posizione che spesso finiscono per paralizzare molte iniziative di autentica crescita culturale per la miopia oggi della politica, domani di un certo corporativismo industriale che non fa squadra né sinergia. Noi se condividiamo una battaglia, scendiamo in campo, alziamo la voce, ci schieriamo. In una parola finiamo per essere almeno dei rompiscatole da ascoltare. Ma a parte il sostegno di visibilità, siamo diventati soggetti istituzionali e come tali abbiamo spesso ruoli consultivi, anche nelle Commissioni pubbliche. Dove il nostro ruolo di partecipazione è segnato dalla difesa dei valori che sosteniamo comunque come una vera e propria opzione politico-istituzionale


C’è nel cinema un maggiore spazio di pensiero e libertà che la politica non ha più?
L.D.L La Mostra di Venezia quest’anno è stato il luogo in cui più si è parlato di fondamentalismi ma anche dei continui scontri ideologici che segnano politica, cultura, società e non solo religione. In questo mondo è difficile non partecipare, ancora di più non prendere posizione e anche se il Sindacato ha tra i suoi iscritti colleghi che appartengono a tutte le aree, a tutte le opzioni come a diverse testate non allineate tra loro, le battaglie non risparmiano nessuno. Certo, con una linea equilibrata che possa rappresentare tutti e questa è la maggiore difficoltà nel tracciare una coerenza di linea nei comportamenti. C’è del resto una ragione di fondo nella nostra linea che è l’ orgoglio di appartenenza sindacale, un dato né partitico né squisitamente corporativo: la peculiarità, direi, che rivendico a nome di tutto il Direttivo, di cogliere al volo ogni spunto di dibattito. Una vivacità culturale, che storicamente e fisiologicamente  appartiene più alla sinistra, certo. Ma  il cinema ha da sempre posizioni più allineate con un modo democratico di partecipare al dibattito e alla vita sociale. Il Sindacato, però, è un gruppo che raccoglie ed esprime la professione prima dell’ideologia, rispettando le posizioni di tutti senza mai scivolare nel “qualunquismo” né essere tout court “di parte”.

Come si traduce nella pratica quordiana tutto questo?
L.D.L. Con coerenza e trasparenza nei comportamenti. E forse con un po’ di coraggio che non guasta. Per esempio rappresentando la nostra sigla (e quella del SNCCI, con il quale ci alterniamo) all’interno del Comitato per i problemi dello Spettacolo, struttura insediata dal ministro per i Beni e le attività culturali, di qualunque appartenenza, che si avvale proprio di questo comitato di tecnici chiamati esprimersi ad esempio, sul FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo. Porto poi il contributo del Sindacato nella Commissione per il cinema d’essai del Mibac, a sostegno del cinema di qualità, perché sia più programmato nelle sale italiane. Quest’anno,poi, sono stata incaricata dalla regione Lazio, per valutare la qualità delle sceneggiature in riferimento ai 15 milioni di euro che la legge sta per rilanciare con un nuovo bando. Anche qui un ruolo istituzionale, assolutamente non retribuito, per aiutare il cinema ad accedere ai finanziamenti. Non è vero che tutto si muove solo tra  segnalazioni e raccomandazioni…garantisco personalmente anche a nome delle altre due colleghe componenti il comitato tecnico che abbiamo lavorato con la massima autonomia e in totale libertà di decisione.

I festival sono espressione di una sana e indipendente meritocrazia?
L.D.L.Assolutamente no. I festival sono dei grandi “incubatori” culturali nei quali le giurie devono essere libere di decidere, autonome e scisse da quello che propone l’offerta del Direttore attraverso i selezionatori. C’è ovviamente la massima apertura nelle scelte di chi seleziona: sia che si tratti della linea Mueller, particolarmente orientata a dare spazio al cinema italiano, com’è accaduto a Venezia fino allo scorso anno con un affollatissimo Controcampo italiano,  sia che si tratti della linea Barbera, quest’anno a Venezia attenta alla qualità più che alla quantità,  con una sorta di distanza dal glamour e dalla mondanità piuttosto “appaltata” all’iniziativa degli sponsor. Quanto alla gestione vera e propria, anche i festival come ogni organismo nel quale il cinema incontra il potere, credo proprio che non escluda, come si è dimostrato in varie situazioni, né la politica né le lotte personalistiche, guerre spesso “maschili” nelle quali, soprattutto quest’anno, hanno pagato il prezzo più alto le donne. Non si tratta di lasciarsi tentare dalla politica delle quote rosa, trovo semplicemente ci sia stata connivenza tra potere e gestione dei festival, con comportamenti anche pubblici segnati in molti casi da una vera e propria “ineleganza”. Abbiamo bisogno invece, donne e uomini tutti, in questo mondo, di relazioni più rispettose. E di festival che non siano l’uno la fotocopia dell’altro, nè, peggio, siano fisiologicamente armati l’uno contro l’altro.

E le giurie dei festival?
L.D.L Anche al loro interno,ovunque,giocano delle pressioni non da poco. Entrare in una giuria internazionale significa spesso, purtroppo, impegnarsi a rivendicare la propria libertà di giudizio. Magari rischiando di diventare perfino un facile capro espiatorio. A Venezia è accaduto, o almeno c’è stato un esplicito tentativo in quella direzione. Fuori dal rispetto che si deve a chiunque, con trasparenza e totale autonomia di giudizio premi o no film importanti, magari tutti ugualmente belli, ma non altrettanto “condivisi” nel parere di una giuria sulla quale non dovrebbero pesare pressioni di convenienza. Come purtroppo qualche volta accade...

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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