Giovedì, 27 Gennaio 2011 07:16

La shoah e la banalità della ragione

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ROMA - Forse Hannah Arendt sbagliò a intitolare il suo libro, sul caso giudiziario del nazista Eichmann, La banalità del male.

La filosofa tedesca seguì tutte le fasi del processo come corrispondente del The New Yorker e fu sulle colonne di quel giornale che uscì per la prima volta questo lavoro in  forma di resoconto giornalistico. Ma perché dargli questo titolo? Il vocabolo “male” appartiene alla semantica religiosa ed è inappropriato per raccontare di Eichmann, il solerte, freddo nazista che organizzò la “soluzione finale”, vale a dire lo sterminio di sei milioni di ebrei. Karl Adolf Eichmann, che fu condannato a morte e giustiziato in Israele il 31 maggio del 1962, era uno zelante burocrate il quale fece in modo che la macchina di morte, ideata da Adolf Hitler, per la soppressione di chi riteneva superfluo per la Germania nazista, non si fermasse mai. Egli stesso raccontò tutto questo al processo con una gelida logica che nulla aveva a che fare con il “male” ma molto aveva a che fare con la ragione.


Sullo schermo televisivo scorrono le immagini delle deportazioni degli ebrei. Appare anche un’intervista ad un’anziana signora che fu la segretaria di Hitler. La donna, narra che rimase nel bunker fino al suicidio del Führer restandogli ciecamente fedele. Ella si salvò rocambolescamente, tornò a casa e per cinquant’anni non ebbe nessun senso di colpa perché, dice lei, non seppe mai delle atrocità accadute durante il periodo hitleriano, tutto ciò che vedeva, tutto ciò che viveva gli sembrava così banalmente normale. Poi racconta che, nel 1996, a Monaco, vide un cippo commemorativo posto a testimone di un fatto tragico verificatosi nel 1943: Sophie Scholl era una giovane ragazza che si era ribellata con altri compagni di università al regime nazista ed aveva pagato questo suo gesto eroico con la morte. L’ex segretaria del Führer racconta al giornalista che solo allora si rese conto che anche lei percepiva la tragedia nazista, costata cinquanta milioni di morti, ma non si ribellò, non fece nulla per capire, per vedere. Era come se fosse stata anestetizzata dalla banalità della ragione. E la ragione diceva che, se i malati psichiatrici erano un problema, per risolverlo bastava ammazzarli con il gas, e nel 1939 ne assassinarono 50.000.

 

Scriveva la Arendt: «le prime camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler del 1° settembre di quell’anno, secondo cui alle “persone incurabili” doveva essere concessa “una morte pietosa”».  Seguendo questa logica era un diritto per la “razza ariana” sfruttare come parassiti i popoli non germanici, perché essi erano l’unica  razza eletta la quale, non solo poteva, ma doveva dominare il mondo. E, scrive sempre la Arendt che questa razza eletta, sul fronte orientale ammazzava anche i propri feriti quando questi diventavano un “problema logistico”. Tempo fa apparve su un quotidiano un articolo che citava un compito in classe, sullo sterminio degli Ebrei di una bambina di dodici anni. Questo piccolo componimento raccontava di come questi sventurati venissero trasportati nei campi di sterminio con carri bestiame, in modo che, al loro arrivo, questi apparissero come animali. Questo permetteva ai carnefici di poter meglio negare la loro umanità e questo dava loro la possibilità di assassinarli come fossero bestie.
Anche Heidegger scriveva, per legittimare l’invasione, da parte delle truppe tedesche degli stati limitrofi, che le terre strappate ad altri esseri umani, non erano altro che “spazi vitali” per il popolo tedesco. E nessun tedesco pensò all’invasione come ad un fatto criminale, come pochi occidentali pensano all'invasione dell'Irak per quello che è in realtà.


“Spazio vitale”, “una morte pietosa”, “problemi logistici”, “effetti collaterali”; per legittimare le peggiori atrocità la parola-logos si erge onnipotente, come meccanismo di alterazione del significato. Il logos occidentale ha da sempre sacrificato alla dea ragione la profonda unione tra senso e realtà. Non sono, quindi, la realtà, le qualità, l’essenza del reale che danno alle parole il senso, al contrario, è il logos-ragione che, in modo delirante, crea, dal nulla, la realtà.
Scriveva Hölderlin:“…le parole sono aria del mattino. Divengono sogni. Se uno non li pesa e non li comprende, cadono come errore nel cuore e uccidono”.

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