Venerdì, 18 Aprile 2014 16:58

…E Gabriel lasciò i Genesis

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Nel 1974 fu pubblicato l’ultimo album del gruppo con il celebre cantante

“Penso che un amico sia qualcuno con cui puoi dividere le tue emozioni più intime, qualcuno che è disposto a rischiare l'amicizia pur di dirti quello che pensa tu non dovresti fare... 

un vero amico è qualcuno che ci tiene tanto da dirmi cose che non voglio sentire”

(Peter Gabriel)

MILANO - E’ stata una delle separazioni in ambito musicale più traumatiche. Una sorta di divorzio tempestoso, avvenuto proprio nel momento in cui il gruppo stava avendo un grande successo in tutto il mondo. Stiamo parlando di Peter Gabriel, il cantante che ebbe l’enorme coraggio di lasciare il suo gruppo, i Genesis, dopo aver inciso il loro album più rappresentativo: “The lamb lies down on Broadway”, pubblicato quarant’anni fa. I fans rimasero scioccati, confusi da una decisione che sembrava folle, incomprensibile. I membri dei Genesis erano molto amici sin dai tempi del college. Cerchiamo di capire le circostanze che portarono Peter Gabriel, allora appena 24enne, a prendere una così importante decisione che tra l’altro coincise anche con la fine di rapporti di amicizia così profondi sin dall’adolescenza con Tony Banks e Mike Rutherford, gli altri due fondatori dei Genesis.

Il 1974 fu un anno molto importante per il gruppo inglese, una sorta di punto di svolta per la carriera e per i futuri sviluppi musicali.

La band era reduce dal grande successo dell’album “Selling england by the pound”, amatissimo in Italia e in tutta l’Europa. All’inizio del 1974 la band iniziò il primo tour di concerti negli Stati Uniti per conquistare quel difficile e importante mercato discografico. I Genesis, nonostante il grande successo nel vecchio continente, erano poco conosciuti negli Usa. I concerti nel Nord America furono la prova che il gruppo era all’apice tecnico e creativo e il responso del pubblico statunitense fu altamente positivo. Con l’aumento del successo, come purtroppo spesso accade, crebbero anche le tensioni interne alla band. Gli altri membri come il chitarrista Steve Hackett, il tastierista Tony Banks, il batterista Phil Collins e il bassista Mike Rutherford divennero gelosi per il fatto che i giornali quando scrivevano le recensioni dei loro concerti si soffermavano quasi esclusivamente sulla performance di Peter Gabriel e dei suoi costumi. Nella permanenza negli Stati Uniti avvenne un altro fatto che provocò altri problemi alla stabilità della band. Il regista William Friedkin (L’Esorcista), colpito dai testi visionari di Peter Gabriel, gli propose di scrivere insieme un film. Il gruppo era già impegnato nelle complesse registrazioni del doppio album “The Lamb lies down on Broadway”. Il cantante, pur di restare nella band, rifiutò a malincuore l’invito del regista.

Durante le registrazioni Gabriel impose il suo ambizioso progetto, ovvero la storia visionaria e allegorica di Rael, un teppista portoricano coinvolto in situazioni surreali nella Manhattan del 1974. “The lamb lies down on Broadway” è il primo concept album della band inglese che tra l’altro riuscì a scalare i vertici delle classifiche statunitensi. Nel dicembre del 1974 iniziò il secondo tour americano della band per promuore il disco che si concluderà in Europa nel maggio del 1975. La goccia che fece traboccare il vaso fu la prima e sofferta gravidanza della moglie di Peter Gabriel. Gli altri componenti del gruppo, visto il momento di grande successo, volevano proseguire con i concerti per tutto il 1975. Peter Gabriel scelse la famiglia al posto delle logiche del business. La definitiva frattura fu inevitabile.

Il cantante in una sofferta lettera pubblica sulla rivista musicale Melody Maker, scrisse che dopo la fine del tour di The Lamb”, avrebbe lasciato i Genesis. I fans europei rimasero sbigottiti e incredubili. Molti pensarono che il gruppo si sarebbe sciolto. Alcuni anni dopo, fu lo stesso Peter Gabriel che nel brano “Salsbury Hill” diede le sua toccante interpretazione del suo doloroso abbandono.

 

“Risalendo la collina di Solsbury
vedevo le luci della città
soffiava il vento, il tempo era sospeso
un’aquila volava via nella notte
uno spettacolo da osservare
venne vicino, udii una voce
 che mi fece tendere allo spasimo
non avevo scelta, la dovevo ascoltare
 

non credevo a quello che mi veniva detto
dovevo solo affidarmi all’immaginazione
mentre il cuore batteva a mill e
– figlio, –

 mi diceva – raduna le tue cose
sono venuto per portarti a casa.

Mi rassegnai a stare in silenzio
i miei amici mi avrebbero creduto un pazzo
che voleva cambiare l’acqua in vino
le porte aperte

 si sarebbero presto chiuse
così vivevo un giorno

dopo l’altro
anche se la mia vita era una routine
– pensavo sempre a cosa dire
a quali legami tagliare
mi sentivo parte della scena
me ne uscii fuori dal meccanismo
col cuore che batteva all’impazzata
– hey – mi disse – raccogli le tue cose
sono venuto per portarti a casa (a casa)”

 

 

 

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