Mercoledì, 13 Aprile 2011 18:57

Sex in the city … a Roma … ad agosto. Un romanzo di Francesco Costanzo

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VI e VII capitolo dove si vedrà il nostro Francesco baciare il suo oggetto del desiderio e poi …


VI

Il campanello di casa non la finiva più di suonare.
Non capivo se ero in un sogno o se era la realtà.
A un certo punto quel rumore assurdo si placò. Aprii mezzo intontito gli occhi e guardai la sveglia. Erano appena le 8 del mattino. Chi poteva essere a quell’ora?
Infilai una maglietta di cotone bianca e maledicendo chiunque avesse suonato al campanello mi avvicinai alla porta d’ingresso.
Aprii senza manco chiedere chi era.
Era Giovanna. Con i suoi jeans chiari e la sua maglietta con sopra stampato “CCP” mi guardava con aria di compatimento.
“Ancora dormi? Ma non ce vai a lavorà?”
“Se lasciavi suonare la sveglia tra dieci minuti mi sarei alzato”
“Va bè t’ho anticipato di dieci minuti”
“Ma che c’è di tanto urgente che mi hai buttato dal letto?”
“Allora senti un attimo, c’ho qui un paio di lettere indirizzate a Jole”
“Ma cha fai ti metti a rubare la posta adesso? Hacker postale!” dissi coprendomi le mani con il viso.
“Ma che dici? Ma che hacker! Tu lo sai no che sta Jole abitando fuori dal palazzo, non riceve la posta dove la riceviamo noi?”
“Si, ha una cassetta della posta autonoma vicino alla porta di casa sua, che sta  fuori dal palazzo al piano terra. A questo ancora ci arrivo. Ma appunto com’è che la sua posta invece di essere nella sua cassetta della posta è nelle tue mani?”
“Il Postino spesso si sbaglia e la mette qui nel palazzo. E poi ogni tanto quando ci sono le riunioni condominiali noi je damo la posta che il postino non gli recapita”
“Molto gentile da parte vostra … vi sforzate molto ... ma dargliela subito la posta a quella ragazza?”
“A parte che non se lo merita, ma poi tanto quasi sempre sono raccomandate di multe non pagate e quindi non credo che je interessi molto avere subito la sua posta. Allora hai capito o no?”
“ Cosa?”
“Diciamo che stamattina ho parlato col postino che è un amico mio e gli ho detto di sbagliarsi a consegnare la posta di Jole. Così tu oggi, te metti in malattia, prendi la sua posta vai lì e te fai invitare a pranzo..
“Si mo me la sposo  pure..” dissi ormai completamente esterrefatto della scaltrezza di questa anziana, piccola donna, che ne sapeva una più del diavolo.
Era il lunedì della settimana successiva a quella in cui mi ero dato malato. Sarei dovuto rientrare. Il mio capo mi dava ormai per disperso. Aveva anche capito che probabilmente avevo fatto la furbata.
Ma ormai, tanto, pensai, visto che mi ha sgamato, posso restare un altro giorno in malattia.
Ringraziai Giovanna per il bel gesto e presi la posta di Jole, non senza avergli ricordato i reati che aveva commesso.
Mi disse che “tanto a 73 anni in carcere non ce la mettevano più e comunque col casino che avrebbe fatto in galera, l’avrebbero rimandata subito a casa”
Chiamai il mio capo.
“Che dici?” il tono non prometteva bene.
“Caro Ernesto, tutto bene. Cioè insomma, in realtà ancora non sto benissimo. Ho un po’ di mal..”
Mi interruppe ”Ho capito anche oggi stai casa.”
Mi sa che aveva capito proprio tutto, ma la sua filosofia era “vivi e lascia vivere, basta che mi risolvi comunque i problemi a me”.
Adesso il piano era semplice: abbigliamento sportivo-elegante, sorriso  a trentadue denti e poi dovevo dirle qualcosa che la facesse ridere.
Ma che cosa? Non ne avevo proprio idea. Già mi tremavano le mani all’idea di doverle citofonare per consegnarle la posta.
Mi sarei dovuto inventare una buona scusa intanto per il fatto che finora la sua posta abbandonata nel mio palazzo non l’avevo mai vista. Ed effettivamente non ci avevo mai fatto caso.
Ma magari non me l’avrebbe chiesto. Avrei improvvisato qualcosa al momento.
Misi una giacca sportiva sul jeans nero. I mocassini li trovai questa volta.
Ero pronto o quasi, a parte che avevo la stomaco totalmente in subbuglio.
Dei gorgoglii leggeri mi scuotevano lo stomaco, non mi sentivo bene.
Le mani erano sudate e dovetti stare attento a non far finire il sudore sulla busta da lettera.
Ingollai una tazza di caffè senza zucchero quasi bollente.
Poi scesi in cortile.
Mi avvicinai a citofono. Spinsi il pulsante corrispondente una prima volta, piano. Nessuna risposta. Una seconda, più forte. Aspettai più di un minuto, non rispondeva nessuno.
Strano eppure doveva essere in casa secondo le informazioni in possesso di Giovanna.
Non mi rimaneva altro che avvicinarmi alla porta di casa. Forse ero un po’ indiscreto, ma ero già entrato in casa sua e se non rispondeva al citofono, non mi rimaneva altra alternativa.
Mi avvicinai verso la porta di casa sua.
Guardai rapidamente verso la finestra vicina alla porta di ingresso. La si poteva guardare solo arrivati alla porta d’ingresso perché prima il palazzo oscurava completamente la visuale.
E le vidi. Le sue tette. Belle, sode, bianche, contornate da due piccoli capezzoli rosa.
Stava guardando fuori dalla finestra con una tazza di caffè in mano.
Rimase un attimo interdetta. A me cadde la busta dalle mani.
La sollevai da terra e gliela sventolai davanti agli occhi vigorosamente, per giustificare la mia intrusione.
Sorrise e scomparve per riapparire davanti alla porta d’ingresso con una maglietta indosso e un paio di pantaloncini neri.
“Ciao che sorpresa!”
Stavo per dirgli del citofono, ma mi bloccò.
“Si, lo so che mi hai citofonato, ma non funziona”
Stavo per spiegarle il motivo della mia visita, ma prese rapidamente la busta dalle mie mani.
“Grazie. Ogni tanto il postino sbaglia.”
“Ma tu non te ne eri mai accorto…”
“Si, sai Giovanna, la mia vicina ha visto che siamo amici e mi ha detto che il postino si era sbagliato di nuovo”. Cercai di non guardare negli occhi Jole per sottacere i risvolti penali della vicenda.
Ma il suo sguardo mi penetrò dritto nelle mutande e feci una timida ammissione con gli occhi.
“Grazie, sei molto gentile. A questo punto posso contare su di te, visto che quelli del tuo condominio si scomodano solo una volta al mese quando facciamo le riunioni condominiali.” disse maliziosa.
“Ma certo tranquilla.”
“Vuoi un caffè?”
“Si, magari” Il cuore mi batteva a tremila. Ero troppo arrapato, lei mi aveva totalmente in pugno. La mia testa era completamente annebbiata.
Entrai. Mi fece accomodare sul solito divano, mentre lei andava a preparare il caffè.
Finalmente potei ammirare la sua camminata da dietro senza correre il rischio di sfracellarmi dal balcone.
Immagazzinai avidamente tutti i fotogrammi dei suoi movimenti perfettamente sincronizzati. Sembrava un animale selvaggio che si muoveva agilmente alla ricerca del suo spazio vitale.
Rimasi incantato a fissare il suo didietro che svaniva dietro la porta della cucina,
Passarono alcuni minuti. Armeggiai con lo stereo, dopo aver acquisito il suo consenso a mettere un po’ di musica.
Aveva molti cd. E se ne intendeva di musica. Da questo punto di vista eravamo compatibili.
Scelsi la quarta di Brahms, mi sembrò adeguata al momento.
Mi stavo assuefacendo alla situazione.
Forse ce la potevo fare a conquistare il cuore di quella deliziosa ragazza.
Ed era già la seconda volta che entravo in casa sua. Forse avrei dovuto baciarla.
Abbassai il volume dello stereo, perché mi sembrò di avere sentito che dicesse qualcosa.
“Hai detto qualcosa?”
Niente. La musica continuava ad espandersi in tutta la casa, ma la voce di Jole non si sentiva.
Evidentemente lo stereo era comunque ad un volume troppo elevato per consentirle di sentire la mia voce.
Passarono altri minuti. E Jole non tornava. Cominciavo a spazientirmi. Era passato un quarto d’ora e ancora lei non tornava.
Quindici minuti per preparare un caffè mi sembravano un po’ troppi. Che si fosse sentita male?
Cominciai a dirigermi a piccoli passi verso la cucina. Chiamai un’altra volta timidamente”Jole?”, ma lei non rispondeva. Affrettai il passo e anche i battiti del mio cuore.
E trovai quello che temevo.
Era sdraiata per terra, priva di conoscenza, la testa molto vicina al forno.
Le presi il polso tra le mie mani per sentire se era ancora viva.
Anche se la situazione era di assoluta emergenza, non posso negare che  toccare la sua pelle mi emozionò non poco.
Era viva, il polso dava segnali positivi.
Guardai se per caso avesse qualche ferita dietro la testa e anche questo controllo diede esito confortante.
La mia testa, agitata cominciò a ripetere” E’ solo svenuta, adesso, le sollevi le gambe, uno schiaffetto sul viso e vedrai che rinviene”.
Sollevai le gambe, erano bellissime, leggere, eppure piene di energia.
Mi tremavano le mie di gambe per quanto erano belle e lo stomaco gorgogliava di emozione.
I suoi occhi rimanevano chiusi però.
Cominciai a toccarle il viso: una piccola carezza, poi quasi uno schiaffetto, troppo debolmente.
Avevo paura di farle male, di rovinare i suoi lineamenti, era troppo bella per essere schiaffeggiata.
Poi mi decisi a mettere un po’ più di forza, una, due volte.
E finalmente cominciò ad aprire gli occhi, piano piano.
Fin quando mi riconobbe e mi sorrise.
“Sei svenuta, è tutto a posto, ci sono qua io” dissi non troppo convinto di poter costituire quella sicurezza di uomo che lei avrebbe voluto avere al suo fianco.
Sussurrò qualcosa, ma non capivo, mentre continuava piano piano a svegliarsi sempre di più.
La presi in braccio, la mia emozione era veramente al culmine.
Va bene toccarle le gambe o il viso, ma averla tutta per intero nelle mie braccia mi fece sentire come un bambino in un negozio di giocattoli.
La sistemai sul divano, mettendole due cuscini sotto le gambe per tenerle alte.
Andai in cucina a prendere un po’ di acqua e zucchero. Continuava a dire qualcosa, ma non riuscivo a capire.
Mi sedetti vicino a lei sul divano.
Bevve l’acqua con lo zucchero.
Finalmente era ritornata in sé completamente.
Adesso il sorriso era uscito di nuovo, il sole era tornato.
“Soffro di anemia. Seguo delle cure specifiche, soprattutto devo ricordarmi di mangiare la carne rossa almeno tre volte alla settimana. Ma non sempre ci sto attenta e poi all’improvviso perdo le forze senza neanche accorgermene e svengo”.
“Ma ti capita spesso?”
“Adesso per la verità è un annetto che non mi capitava più. Forse non dipende da quello, forse mi sono emozionata troppo a vedere te” disse riaccendendo il suo viso della solita espressione maliziosa.
“Guarda sei stata fortunata perché a me mancava poco per svenire per l’emozione di stare per la seconda volta in casa tua, però ho capito che c’era qualcosa che non andava e ho resistito. Ma adesso che ti ho salvata mi sa che posso svenire tranquillamente..”
Mi guardò dritto negli occhi in modo piuttosto seduttivo.
Ormai stava bene, era fuori pericolo e mi potevo permettere una piccola erezione.
Non mi diede il tempo di portarla a compimento, perché con un gesto rapido portò le sue mani dietro la mia testa e la spinse con fermezza verso il suo viso.
Dieci centimetri separavano i nostri occhi.
Ci guardammo per una decina di secondi.
Poi mi disse. “E se invece di svenire provassi a baciarmi.. In fondo quando mi hai vista per terra sono sicuro che avrai pensato subito alla respirazione bocca a bocca”
“Non posso negarlo” E premetti le mie labbra sulle sue. Sapevano di fragola. E anche la lingua. Durò un minuto, ma sembrò un’eternità.
Le riappoggiai la testa sul divano, non volevo si stancasse troppo. Restai a guardarla per un po’. Mi girava la testa. Ebbi appena il tempo di dirle “ Lo sai cosa è la sindrome di Stendhal?”.
Poi svenni. Anche io.


VII
Mi svegliai lentamente.
Il sole entrava dalla finestra spalancata.
Mi mossi sulla destra, sulla sinistra del letto. Aprii gli occhi. Non ero a casa mia. Ero a casa di Jole. Il mio cervello ci mise pochi secondi a ricollegare quello che era successo.
Ero svenuto come un idiota e adesso ero dentro il letto di Jole.
Le lenzuola profumavano di dash ma anche di femmina. E indosso avevo solo le mutande. Mi toccai il pisello per capire in qualche modo se avevo beneficiato di quella cosa sublime con Jole.
Non mi sembrava. Lo toccai, lo girai e rigirai, ma le vibrazioni che mandava alla mia mano erano inequivocabili. Non era successo niente. E mi ricordai anche che dopo essere svenuto e rinvenuto con le residue forze e sorretto da Jole mi ero buttato sul letto di Jole, che evidentemente poi mi aveva in qualche modo tolto i jeans e la camicia e mi aveva messo sotto le coperte.
Lei arrivò. Aveva indosso una tuta rosa che le fasciava la figura in modo esagerato.
I fianchi sembravano scolpiti e il seno ballonzolava gioiosamente sul suo petto.
I capelli erano raccolti in una treccia ordinata.
Sorrise meno beffardamente di quanto mi aspettassi.
Sembrava quasi volermi giustificare. “Si lo capisco, un bacio mio può essere effettivamente qualcosa che lascia di stucco, non ti preoccupare, anche se qualche sospetto che tu l’abbia fatto a posta per finire nel mio letto ce l’ho”.
Ci mancava solo questo. Essere accusato di fingere, come il più reietto e schifoso simulatore di falli in area di rigore. Io non ero mica Pippo Inzaghi, non avevo finto.
Mi sollevai con le braccia, appoggiando le spalle contro il muro dietro alla rete del letto e agitai le  mani in un inequivoco segnale di no, perorando la mia causa con tutte le forze e l’energia che avevo in quel momento, non molte in verità.
“Ti sbagli, ti sbagli Jole. Mi sono veramente emozionato così tanto per il tuo bacio, credimi è così. E poi sono in malattia al lavoro oggi, sono entrato in casa tua alle 10, se è arrivata la visita fiscale , è un bel casino. Figurati se potevo rischiare di farmi trovare fuori di casa.”
Non l’avessi mai detto. Jole divenne paonazza in viso. Le sue mani sembravano volermi letteralmente aggredire.
Cominciò a urlare “Ah così tu vieni a casa mia a consegnarmi la posta e ti preoccupi di rientrare subito a casa perché temi che arrivi la visita fiscale. E se ti avessi fatto capire che volevo scopare con te, che facevi mi dicevi che dovevi andare ad aspettare il medico?
Esci subito dal mio letto!”
“ Ma Jole” dissi non molto convinto “ certo che non me ne fregava niente della visita fiscale , io voglio solo fare l’amore con te”
“Hai perso la tua occasione, mi dispiace. Mi sembra che stai bene adesso. Vai a casa che magari è arrivato il medico fiscale..”
Non mi restava molto da fare. Ormai la frittata era fatta. Così uscii dal letto mentre Jole indagava sulle mie protuberanze con uno sguardo eloquentemente proteso a volerne sottolineare la pochezza.
Mi misi velocemente i jeans, troppo umiliato da quello sguardo impietoso di Jole, anche se a dir la verità piuttosto meritato.
Non sono messo molto bene in fatto di misure. Ma ho altre armi anche se Jole non voleva più vederle e mi spingeva con occhiate sempre più decise fuori da casa sua.
Non potevo darle torto, l’avevo veramente combinata grossa.
Sarebbe stato meglio dirle che avevo finto lo svenimento piuttosto che ammettere che mi cagavo letteralmente addosso di essere tanato dal medico fiscale.
Non mi accompagnò nemmeno alla porta. Accennai un “ci vediamo presto allora” ma sentii la sua voce sempre più ferma e piena di collera che mi redarguiva” Spero di vederti il meno possibile e non farti vedere mai più in casa mia”.
Mentre chiudevo la porta di casa di Jole sentii netta la sensazione di avere una coda dietro le chiappe che mi si piazzava proprio tra le gambe e che mi rendeva faticosa la salita dei pochi scalini che portavano a casa mia.
Ma ero preoccupatissimo del fatto che il medico potesse essere venuto a casa mia. Dovevo scattare a casa. Al danno, cioè la mancata scopata con Jole, non volevo aggiungere la beffa, cioè il licenziamento dal lavoro.
Ed infatti la beffa c’era. Sulla porta di casa mia trovai un bel biglietto giallo:”Passato medico per visita fiscale, non è stato possibile effettuare il controllo perché il paziente non era in casa”
Mannaggia era passato dieci minuti prima, forse se correvo potevo ancora trovarlo vicino alla metro. L’agitazione prese decisamente il sopravvento sui miei nervi. Entrai in casa, feci due passi avanti e due indietro nel soggiorno, poi uscii nuovamente di casa.
Stavo per scendere le scale, quando si aprì la porta della casa di Giovanna.
“Francè, entra che c’è qui na persona che stava a cercà” disse Giovanna in un modo perentorio che non ammetteva repliche, strizzandomi l’occhio sinistro.
Entrai e vidi un signore con la borsa che sorseggiava un caffè seduto sul divano di Giovanna. Prima che dicessi qualcosa, Giovanna continuò: “ Stavo dicendo al dottore che avendo questi forti conati di vomito questa mattina e dovendo aspettare lui in casa, eri sceso un attimo dalla signora del piano terra per andare a prendere le pasticche che te l’avevo detto io  che lei ce l’aveva”.
“A si certo Giovanna vero, dottore, ero a casa cinque minuti fa e sono sceso a prendere una di quelle pasticche che servono in questi casi, quelle per i conati di vomito”, dissi tutto d’un fiato intravedendo almeno un lumicino in fondo al tunnel.
Il medico mi guardò con l’aria tipica di uno che non l’aveva bevuta per niente.
“Va bene giovanotto, questa volta la passi liscia, ti compilo il certificato e dichiaro che ti ho trovato in casa. Per essere uno  che sta male mi sembri abbastanza in forma comunque”
“Dottore, guardi, è dopo la pasticca che mi sono ripreso” dissi cercando di impietosirlo e tossendo un po’ per dare maggiore enfasi alla mia recita.
Ormai si era quasi convinto, poi non so per quale motivo dissi in modo abbastanza infelice “Dottore via non è che poi deve essere così fiscale”
“Ma io sono il medico fiscale” urlò adesso il medico, che stava quasi per perdere al pazienza”.
“Vada a casa adesso e ci si tappi dentro. Domani cerchi di tornare al lavoro, perché se domani lei è ancora in malattia, io vengo qui e la faccio licenziare.”
Giovanna mi guardò in modo sereno e mi indicò sollevando gli occhi che dovevo rimettermi la coda tra le gambe  e entrare in casa mia senza fiatare. Obbedii. Chiusi la porta a due mandate, misi nello stereo un cd con la nona di Beethoven e mi buttai sul divano, sommergendo il mio viso con i miei quattro cuscini blu uno sopra all’altro, tutti in perfetto equilibrio.
Almeno una cosa mi stava riuscendo quel giorno.



La prossima settimana il romanzo riprenderà da dove è stato interrotto. Qualsiasi vostro commento è gradito … a presto.

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