Giovedì, 28 Agosto 2014 08:50

Venezia 71. The President, la favola triste di un Dio caduto all’inferno

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VENEZIA -    Un film attuale, che ci parla di dolorosi eventi realizzati in passato, ma che potrebbero ripetersi, un film che va dritto al cuore, una “favola triste” che dilania, the President, opera del regista iraniano Mohsen Malkmalbaf e toccante film d’apertura della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia.

“E’ la storia di un dittatore che potrebbe incarnare tutti i dittatori del mondo”, ha detto il regista in conferenza stampa, un dittatore Misha Gomiashwili, che è un vero e proprio padre padrone, colpevole di aver commesso i crimini più orribili e di aver governato con crudeltà il proprio paese, fino a portarlo alla miseria e dopo una rivolta popolare si vedrà costretto a un lungo viaggio nelle campagne del paese per salvare la propria vita e quella del nipote Dachi Orvelashvili.

“Il film è il ritratto satirico di molti dittatori, che purtroppo continuano a governare in molti paesi” ha affermato   il regista” “personaggi che fanno paura da lontano, ma da vicino sono grotteschi e a tratti ridicoli”. “Nel corso della primavera araba, diversi dittatori della regione sono caduti, da Ben Ali a Mubarak passando per Gheddafi, ma ce ne sono nel mondo altri 40 ancora al potere”. “Anche quei paesi che sembravano aver fatto un passo avanti verso la democrazia sono ricaduti nella spirale di violenza dopo il collasso dei vecchi regimi. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise e milioni sono state ferite o sono state costrette ad espatriare. Come possono queste nazioni diventare democratiche e lasciarsi alle spalle questi terribili conflitti?" Dietro ogni dittatore c’è un metafora e tutti noi quando nasciamo siamo innocenti alcuni di noi hanno l’opportunità di diventare simili a un Dio ed avere potere sulle altre persone” “ Il dittatore di The President è un Dio caduto nell’inferno, un inferno che lui aveva creato al suo popolo” “ Si troverà faccia a faccia con il suo popolo incattivito dalle restrizioni e dalla povertà”. Nel film l’innocenza del bambino fa da contraltare alla corruzione del potere. Dachi rappresenta l’innocenza e la coscienza  perduta del nonno dittatore”. Autore da sempre sensibile ai conflitti politici e alle questioni socio-culturali del Medioriente, Makhmalbaf rifugge dalla facile condanna verso i tanti despoti, che opprimono la regione nonostante lui stesso ne sia stato vittima dapprima  esule con la moglie dall'Iran da oltre dieci anni e prima ancora in carcere per atti eversivi durante il regno dello shah Reza Pahlavi,  "Quello che ho provato a fare - spiega - è fornire una doppia visuale che bisogna sempre tener presenti in questo tipo di situazioni. Da una parte c'è la sofferenza che questi dittatori causano al popolo. Dall'altra quella provocata dalle rivoluzioni. Al collasso di ogni dittatore segue la ferocia scatenata contro di loro dal popolo, con il risultato di alimentare violenze su violenze”

“E’ molto difficile essere un artista e non poter  esprimere  il proprio linguaggio artistico nella propria patria, perché si perde la propria identità” .”Il cinema iraniano oggi si divide tra quelli che fanno film fuori dall'Iran come me, Ghobadi o Kiarostami, e quelli che sono rimasti in Iran e che finiscono o in carcere o a non poter più lavorare".
Non a caso The President è stato girato in Georgia, una terra che sta conoscendo una rinascita culturale non indifferente: "Lì abbiamo potuto fare un film che sarebbe stato vietato nella metà dei paesi del mondo. In Georgia abbiamo potuto lavorare con grandi professionisti, ma non è stata una passeggiata: abbiamo sempre avuto problemi di budget e so che molte persone che hanno lavorato con noi non sono ancora state pagate. Un film che fa riflettere su come la violenza non possa che generare altra spietata violenza.  Nell’inaugurare la 71 esima Mostra del Cinema   il Direttore Alberto Barbera rivolge il suo pensiero ai fatti di cronaca e alla persecuzione degli artisti e in particolare di due registi che hanno lasciato la sedia vuota al Festival: la regista iraniana Mohnaz Mohammadi che da anni lotta per il riconoscimento delle donne nel proprio paese. La cineasta è stata arrestata il 7 giugno scorso e condannata a cinque anni di prigione con l’accusa di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale facendo campagna antigovernativa. La seconda sedia vuota è per il regista ucraino Oleg Sentsov, arrestato l’11 maggio scorso con l’accusa di atti terroristici e detenuto a Mosca in attesa di processo e rischia vent’anni di detenzione. A nulla è valso l’appello della European Film Academy alla quale hanno aderito anche   la Biennale e la Mostra del Cinema insieme ai  venti registi tra i quali Pedro Almodovar, Ken Loach, Mike Leight e Roberto Begnini.

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