Giovedì, 08 Gennaio 2015 16:02

Lucrezia Borgia, la donna fuori dai pettegolezzi

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ROMA - “Se non fu una santa non fu nemmeno un mostro. Se non si fosse chiamata Borgia, non avrebbe avuto bisogno né di avvocati difensori, né di postume e tardive riabilitazioni.” [I Borgia, Roberto Gervaso]

Per secoli la figura di Lucrezia Borgia è stata demonizzata e, nonostante gli studiosi tentino di dare giustizia a questa donna, resta conosciuta dai più come sgualdrina avvelenatrice. La memoria di Lucrezia resta legata ad aneddoti, storicamente, infondati. Per poter parlare di Lucrezia Borgia bisogna prima esaminare il contesto storico e politico in cui ella nacque: fu facile vittima di calunnie, di intrighi a cui non ha mai preso parte. Lucrezia, da sempre, scontava una colpa non sua: essere la figlia del Santo Pontefice. 

Lucrezia nacque a Subiaco, nell’ Aprile del 1480, la sua fisionomia assomigliava a quella paterna,  dalla madre aveva ereditato i colori morbidi, come il biondo dei suoi capelli e gli occhi di un intenso azzurro. Ma la linea sfuggente del mento ed il sangue, che donava vigore a quell’ esile fanciulla, erano retaggi dell’ ascendenza spagnola. A tredici anni, pedina inerme negli intrecci politici del padre, venne data in sposa al suo primo marito, Giovanni Sforza, conte di Pesaro. Lucrezia, ancora troppo giovane per poter consumare il matrimonio, rimase a Roma, sotto la stretta sorveglianza della zia, Adriana Lima e della favorita del padre, Giulia Farnese. Che il matrimonio fosse stato consumato o meno, che abbia o meno giurato il falso per ottenerne l’ annullamento, Lucrezia si chinò docilmente al volere paterno, impiegando anni prima di  far ordine nel suo animo e nei suoi pensieri, sino a divenire una donna capace di andare  contro il volere del padre e contro quello dei vari componenti della famiglia D’ Este.

A sedici anni Lucrezia, per salvare il suo onore già bersaglio delle male lingue, si riparò tra le mura del monastero di San Sisto. Proprio in quel luogo di pace e di preghiera pianse la morte del suo amato fratello maggiore Juan, Duca di Gandia. Diverse voci circolavano tra i vicoli di Roma, riguardo all’ accaduto, e molto probabilmente giunsero sino a lei: il mandante, o forse l’ esecutore stesso, dell’ omicidio sembrava essere Cesare Borgia. A supportare questa ipotesi, di cui non si hanno prove certe, fu la reazione di papa Alessandro, il quale dopo giorni di estrema disperazione ed una serrata caccia all’ assassino, stranamente interruppe la ricerca del colpevole.

Durante il  soggiorno in monastero, Lucrezia ricevette lettere da suo padre attraverso  servitori di massima fiducia. Ed è in queste circostanze che vediamo comparire, la figura di Perotto Pedro Caldes del quale Lucrezia si innamorò. “Ella doveva sapere però fin da principio che non v’ era speranza di avvenire per lei e Pedro insieme nel mondo. […] L’ amore dei due complici era stato tanto imprudente che Lucrezia dovette accorgersi di portarne in sé le conseguenze.”   [Lucrezia Borgia, Maria Bellonci]. Da questo amore proibito, lavato col sangue per mano del Valentino (soprannome dato a Cesare Borgia) che uccise senza pietà Perotto, sotto lo sguardo del Santo Pontefice, nacque Giovanni Borgia, l’ Infante Romano. L’ Infante è, e forse resterà per sempre, uno dei più grandi enigmi dell’ esistenza di Lucrezia. Questo bambino scatenò uno dei pettegolezzi più duraturi: il  presunto rapporto incestuoso di Lucrezia con il fratello Cesare, detto il Valentino. Nonostante l’ editto di due bolle papali, nelle quali prima Giovanni Borgia veniva riconosciuto come figlio di Cesare e di una nobil donna libera,  poi come figlio dello stesso Pontefice e della medesima nobil donna , in tutta Roma si diffuse la notizia che la vera madre dell’ Infante  era Lucrezia, cosa che macchiò indelebilmente la reputazione della giovane: venne apostrofata come la più gran puttana di Roma, dal cronista veneziano Girolamo Priuli, e come colei che “portava il gonfalone delle puttane”, dal cronista umbro Matarazzo. E intanto il Sannazaro, con il suo celebre epitaffio, aiutò ad accrescere la nomea di donna incestuosa:

“Hic jacet in tumulo Lucretia nomine, sed re
Tais. Alexandri filia, sponsa, nurus.”

“In questa tomba giace una che ebbe il nome di Lucrezia
ma che fu Taide. Di Alessandro figlia, sposa, nuora.”.

Il secondo  matrimonio di Lucrezia, nel 1498, è con Alfonso D’ Aragona. Da questa unione nascerà il suo primo figlio legittimo, Rodrigo. Lucrezia appare felice al fianco dello sposo, ma questa gioia non è duratura. Un attentato porta Alfonso in punto di morte, anche se si salverà. “Cesare era stato a visitare il cognato e si diceva che avesse mormorato tra i denti che le cose non riuscite al desinare sarebbero riuscite a cena.”  [Lucrezia Borgia, Maria Bellonci] E Cesare Borgia non era persona che parlasse tanto per dire.  Alfonso, ancora convalescente, fu ucciso, nella Torre Borgiana, per mano di Michelotto, su ordine del suo padrone, il Valentino. Vedova e con un bambino ancora piccolo, Lucrezia si ritrovò ben presto ad essere nuovamente al centro di intrighi politici del padre e del fratello. Era una preziosa merce di scambio per alleanze favorevoli e, possibilmente, durature. Alessandro VI ed il figlio stavano cercando di creare uno stato su cui le generazioni future dei Borgia avrebbero governato. Un’ impresa ardita,  destinata a fallire.

Lucrezia fu data in sposa ad Alfonso d’ Este. Oltre ad una dote ingente, favori ecclesiastici e  una dispensa dal versamento delle tasse, ai Borgia fu chiesto che Lucrezia entrasse a Ferrara come vedova bianca, e cioè che lasciasse a Roma suo figlio Rodrigo, con l’ imposizione che tra i due non vi fosse mai più alcun incontro. Immaginiamo la disperazione di una madre nel doversi separare dai propri figli, e con quale animo ella fu costretta ad accettare. “Che stia tranquilla, dice Alessandro VI, e qualunque cosa desideri gli scriva, perché egli farà, lei assente, molto più di quello che ha fatto lei presente. Queste parole dette ad alta voce in italiano […] sono le ultime che ella udrà dal padre.”   [Lucrezia Borgia, Maria Bellonci]

La vita di Lucrezia, a Ferrara, cambiò drasticamente. Ella fu sempre in perenne lotta prima con il suocero,  poi con Isabella, sorella di Alfonso, poi con la Marchesa di Mantova che vedeva in Lucrezia una nemica che ben presto avrebbe assunto il titolo di Duchessa di Ferrara. Alla morte di Ercole d’ Este, Lucrezia divenne Duchessa di Ferrara, un titolo che tanto era costato, soprattutto dal punto di vista economico. Durante le prolungate assenze del marito, Lucrezia fu spesso reggente della città, affiancata dal cognato Ippolito; nelle sue mani era rimessa la giustizia, le suppliche e tutti i problemi relativi alla gestione della comunità.

Degli anni ferraresi ci sono giunte numerose testimonianze di due amori che Lucrezia ebbe, il primo con il Bembo, poeta appartenente alla sua corte, con il quale non sappiamo se ella ebbe rapporti carnali oppure no; il secondo con il cognato Francesco Gonzago, Marchese di Mantova e marito di Isabella, padrino di Rodrigo D’ Aragona. Francesco Gonzago fu l’ unico a rimanere vicino a Lucrezia. Ella soffrì moltissimo durante i mesi di prigionia del fratello Cesare Borgia, e non appena questi ritrovò la libertà, Lucrezia impegnò alcuni dei suoi gioielli più famosi. Tanta fu la gioia di Lucrezia nell’ apprendere che il fratello era tornato libero, che ballò con tanto vigore da perdere il bambino che portava in grembo. Alfonso d’Este, suo marito, non nascose il suo dissenso e accusò Lucrezia di quell’ aborto, delle sue smodatezze e del suo eccesso. Il dolore di Lucrezia fu enorme, quando apprese della morte del fratello, ucciso durante un’ imboscata. Nella sua vita Lucrezia Borgia si ritrovò spesso a piangere per la perdita di persone amate. Nonostante i lunghi anni trascorsi a Ferrara, ella non si sentì mai ferrarese. Visse nell’ illusione di quel paradiso perduto, di quella lingua legata ai suoi affetti più cari, primo tra tutti il padre, quella terra lontana e a lei sconosciuta,idealizzata, la terra dei suoi avi: la Spagna.

L’ ottava gravidanza portò Lucrezia alla morte. Nata settimina, Isabella Maria fu battezzata alla nascita, e dopo appena un mese di vita spirò. Alla madre toccarono giorni di agonia, con una febbre che la consumava lentamente, facendole perdere il senno. Per pochi giorni migliorò, facendo sperare ai medici che fosse sulla via della guarigione. A trentanove anni si spegneva Lucrezia, il cui nome sarebbe sopravvissuto, nel bene o nel male,  al logorio del tempo.

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