Martedì, 17 Marzo 2015 15:27

“La casa delle scatole di latta”, un museo unico nel suo genere. Video

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GERANO -  Da 15 anni a Gerano, a pochi chilometri da Roma, un museo unico nel suo genere stupisce i visitatori. Il paese dell’infiorata più antica d’Italia accoglie i cultori, i collezionisti, ma anche le scolaresche e gli escursionisti della domenica che si arrampicano fino alla cima del borgo, spinti dal desiderio di ripercorrere il passato italiano.

La signora Marina, collezionista e storica, è nipote dell'ammiraglio genovese Luigi Durand de la Penne, medaglia d'oro della Seconda Guerra Mondiale. Fu lui, nel 1941 ad affondare la nave inglese Valiant, con una storica impresa dei siluranti chiamati "maiali".

Ora la discendente di questa nobile famiglia di origini francesi ha arroccato a Gerano il suo sogno di latta e colori. Marina per vent’anni ha vissuto a Milano, nel 2000 ha scelto questo paesino dell'alto Lazio, nella valle della sua infanzia, per custodire con amore, ma senza gelosia, un tesoro di immagini. Persino l'ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha apprezzato l’iniziativa.

Entrando nella Casa delle scatole di latta, ci si sente come in un quadro di Toulouse-Lautrec. Nella prima sala di questa bottega dolciaria d’altri tempi, la belle époque non è mai finita. Lo sguardo del visitatore cade subito sulla “numero 1”, una grande scatola degli Anni Venti che conteneva i “biscotti supernutritivi al latte”: questo primo amore di Marina ha dato inizio a tutta la collezione. Erano gli Anni Settanta e la "scatolara", come la chiamano in paese, ha cominciato le sue incursioni nei mercatini antiquari e è risalita fino al Risorgimento, rappresentato nelle confezioni di biscotti, di caramelle e cioccolato con tricolori, Savoia e Garibaldi.

Con le scatole Marina colleziona storie. Una viene dall'America, è quella delle cinque gemelle Dionne. Nate il 28 maggio 1934 in Canada, furono le prime bambine sopravvissute a un parto quintuplo. L'evento fu talmente singolare che le piccole divennero da subito protagoniste di molte campagne commerciali. Hanno ispirato addirittura una serie televisiva intitolata "Million Dollar Babies" (Le bambine da un milione di dollari). Tanti ricorderanno anche "I due vecchini della Talmone", oggi Venchi, protagonisti delle scatole di cacao in polvere della ditta di Michele Talmone. Li disegnò nel 1890 il cartellonista tedesco Ochsner.

Difficile immaginare oggi la forza comunicativa che avevano queste grafiche in un’era pretelevisiva, quando la promozione dei prodotti era per lo più concentrata nei punti vendita e le scatole dovevano attirare gli acquirenti con figure seducenti. Sulla latta è scritta anche l’evoluzione della pubblicità, un tempo futuristica, affannata a esprimere il progresso delle fabbriche, poi man mano più psicologica, attenta a carpire le istanze dei clienti, ad attenuare i sensi di colpa per i loro peccati di gola. “Dalle ciminiere fumanti degli Anni Trenta, siamo passati al Mulino Bianco di oggi”, osserva la curatrice.

Il percorso svela inoltre le alterne tendenze del gusto e del costume italiano. Ti fa vedere come i divi del cinema diventassero famosi con l’aiuto delle figurine allegate alle confezioni di cioccolata. Nella casa delle scatole i ragazzi possono capire, più che su un libro, come diventasse capillare, quotidiana, invasiva la propaganda fascista, la campagna coloniale disegnata su ogni pacchetto, trasformata in accattivante custodia dolciaria. C'è persino un gioco dell’oca in stile imperialista, ispirato alla guerra d'Abissinia, che veniva regalato insieme ai cioccolatini. Ecco perché diventa essenziale questo spazio di cultura sul cucuzzolo pittoresco di un borgo di provincia, dove forse la riflessione può rivelarsi più proficua che nelle grandi, ipercinetiche città. Qui inoltre la curatrice ha realizzato esposizioni temporanee e pubblicazioni sulla sua collezione, ha allestito una mostra sui 150 anni dall’Unità d’Italia e ora ne sta preparando una per il centenario dalla Grande Guerra. 

Mentre l’Italia, con l’Expo di Milano, si prepara ad accogliere una delle più grandi manifestazioni al mondo sul cibo, in un piccolo borgo, una studiosa appassionata si impegna a preservare la memoria di un tempo troppo recente per essere considerato Storia.

“Mi sono resa conto di aver scoperto un mondo meraviglioso. Particolare, curioso, però anche didattico e per questo ho sentito la necessità di condividerlo con gli altri”. Da qui la scelta di rendere visibile a tutti gratuitamente la sua collezione e anche quella di collocarla da subito fuori di casa, in uno spazio autonomo col desiderio che possa durare nel tempo. “Di materiale ce n’è tanto, spero che dopo di me qualcuno continuerà”, dice Marina con un pizzico di malinconia.

La casa delle scatole di latta con la sua vitalità, i suoi percorsi a tema, l’indotto e l’interesse che ha stimolato dalla valle del Giovenzano a lidi lontani, è la dimostrazione che di cultura, “superdigestiva e ipernutriente”, il nostro Paese ha fame.  

La casa delle scatole di latta - Videoservizio

 

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