Giovedì, 04 Agosto 2016 15:41

Jazz. Migrantes intervista a Pasquale Innarella

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ROMA – Ad ottobre è prevista l’uscita di “Migrantes”, del Pasquale Innarella quartet che abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima in una presentazione a Roma.

Registrato in due sessioni a marzo di quest’anno per Alfa Music, verrà distribuito da EGEA. La formazione è quella che potremmo definire storica che vede oltre a Innarella al sax tenore, Francesco Lo Cascio al vibrafono, Roberto Altamura alla batteria e Pino Sallusti al contrabbasso. La parte del live del lavoro è il risultato di una fusione di musica e immagini già sperimentata col precedente album Uomini della Terra dedicato a Di Vittorio.

 Abbiamo chiesto a Innarella al di là delle vicende attuali, il perché del titolo: “Sono uno di quelli che ha vissuto l’emigrazione direttamente. In prima elementare, in un paesino dell’Irpinia, eravamo più di quaranta in classe; in quinta eravamo undici e quei pochi compagni rimasti, spesso vivevano coi parenti. Io stesso per studiare sono andato via. Oggi osservo l’immigrazione. Lo spostamento forzoso dei popoli. C’è poco da fare, i “miserabili” vanno e andranno sempre dove stanno i ricchi”. 

Tra i brani di tua composizione abbiamo ascoltato anche una traccia del vibrafonista Mulatu Astatkè: “Di fatto è un omaggio all’Africa. l’Africa è una radice musicale fondamentale non solo per il jazz e secondo me rappresenta il futuro. Non dimentichiamo che proprio il jazz nasce negli USA (inizio del secolo scorso ndr) tra i neri, qualche italiano e altri europei a vario titolo tutti costretti allo spostamento forzoso”. 

Qual’è attualmente il tuo rapporto con le avanguardie? “Ottimo anche se penso che oggi nel jazz non sia più possibile dare delle categorie come in passato. Io stesso ho partecipato a quel movimento che mi è stato utile soprattutto nello sviluppo e nella ricerca del linguaggio. Ma secondo me oggi è meglio considerare il jazz come come un albero con tutte le sue radici e le sue ramificazioni”.

Innarella è musicista e compositore davvero poliedrico, con un fraseggio caratteristico e personale anche in contesti molto diversi. Abbiamo avuto modo di ascoltarlo in diverse situazioni e formazioni, dalle più classiche a quelle più contemporanee. Quello che colpisce è la capacità di trasmettere con leggerezza la profondità del suo modo di fare musica, fortemente legato ad una visone culturale e più complessiva della  contemporaneità; questo anche su un temi specifici come nel nostro caso. Leggerezza e profondità culturale emersa anche durante l’intervista e che sicuramente non lo incasellano (senza offesa) tra i jazzisti tutta musica … solo musica. Ma d’altronde crediamo che a Pasquale le caselle siano sempre piaciute poco. Come dargli torto?

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