Mercoledì, 25 Luglio 2018 14:02

Un viaggio in compagnia

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Me ne andrò come uno sconosciuto arrivato per caso tra promesse d’amore e sogni dolci consumati all’ombra di un tiglio. Pazzo fino al tramonto dell’ultimo sole, cantando l’ignoto. Winterreise fu intrapreso da Schubert nel 1827, un anno prima della sua morte.

Un diario colmo di romanticismo e di fredde impressioni che si mescola al fervore di immagini graffiate col carbone. Tra neve e buio, in contrasto, per un lento peregrinare fitto di ricordi ed emozioni, un presagio d’infinito esordisce con una misteriosa buonanotte. E’ l’augurio benedicente per un viaggio incorniciato nell’inverno di una gelata solitudine, accompagnato da un pianismo composto e contemplativo verso l’infinito.

Le lirche di Wilhem Müller si sposano col sentire del compositore, rassegnato e vagabondo. Elette a proprio testamento spirituale, esse rivelano un divenire attraverso la Natura fredda e tentatrice. Schubert si scopre anziano suonatore d’organetto, epico omero che s’allontana mesto dal suo odisseo scegliendo la musica di un malinconico refrain. La lettura di Thomas E. Bauer, baritono dalle qualità timbriche ricercate ed eleganti, col conforto del pianista Jos Van Immersel, è intima e toccante. Il duo s’innamora dei non più giovani dolori della solitudine, quasi dimentica la materia e si tuffa soffice in una neve pura e gelida.
Perché? Sembrerebbe interrogarsi una timida incoscienza romantica rivolta alla percezione dell’ignoto e alla consapevolezza della fragilità umana piegata inesorabilmente dagli eventi naturali, il viandante è un predestinato. Reminiscenze tematiche evidenti affiornano in ventiquattro scene dipinte e particolareggiate nei tratti e nei sogni di primavere mai sbocciate. Buongusto ed equilibrio caratterizzano le immagini proposte dagli interpreti, indovinati compagni di viaggio.

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