Mercoledì, 25 Aprile 2012 12:10

“Diaz, non lavate questo sangue”: le tracce che servono alla memoria

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ROMA - Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante tedesco, scriveva nel 1943 dal carcere di Tegel: «La memoria e la riconsiderazione della lezione appresa fanno parte di una vita responsabile.  Fondamento della responsabilità è allora la memoria.


Senza memoria nessun legame può avere stabilità ed essere vincolante nelle scelte, e quindi non ci può essere responsabilità né nei confronti degli altri, né nei confronti di se stessi, perché la responsabilità verso se stessi esige la chiarezza riguardo al proprio io, cosa che si può acquistare solo nella chiarezza della propria storia. I legami «istituzionali», siano quelli familiari o quelli dei cittadini nei confronti della comunità civile, sono vuoti e non possono estrinsecarsi in azioni responsabili se non sono supportati da una memoria personale e collettiva, che leghi l’io di adesso con le sue esigenze contingenti ad un passato nel quale si trovano le radici dell’oggi. Solo nella consapevolezza di queste radici l’azione acquista il timbro della coerenza e si strappa alla fragilità dell’improvvisazione insensata».

I fatti accaduti durante il G8 di Genova del 2001 appartengono alla nostra memoria storica di italiani o solo a coloro che a Genova erano presenti (manifestanti e poliziotti)? Le responsabilità oggettive dei disordini, delle violenze e delle repressioni (gli eventi) sono da ascrivere ai soli partecipanti – e alle loro individuali vite - o fanno parte anch’esse della nostra memoria storica di italiani?Il fatto che una grande maggioranza di italiani non-sia-stata-partecipe-agli-eventi invalida la questione dell’appartenenza agli eventi? I nostri libri di storia come citeranno quei giorni terribili in cui venne meno la Democrazia?

Quanto accadde durante i giorni del G8 a Genova è, o dovrebbe essere, a tutti noto, quanto quei giorni siano stati violenti è “affare” delle sole vittime della scuola Diaz e del carcere di Bolzaneto. Diaz, del regista Daniele Vicari, ripropone con intensa lucidità e fedeltà gli eventi di quei giorni, niente è lasciato al caso, ogni scena racchiude istanti indelibili, vite ed emozioni che non lasciano scampoli all’osservatore, le immagini non lasciano alcun dubbio, spezzano il fiato in un caleidoscopio di domande, riflessioni e imploranti richieste d’aiuto.

Sono stati i giorni della crocifissione della Democrazia e della negazione dei diritti dell’uomo ma il racconto non si ferma quando le violenze si fanno inumane, quando il groppone in gola diventa empatia con le vittime; la guerra alla Diaz non ha sosta, neanche quando i corpi sono riversi a terra inermi, o quando grida, lacrime, terrore, sangue, scorrono senza pausa; le scene entrano ancor più dentro lo spettatore, che si ritrova solo a lottare con i suoi sentimenti in rivolta o impotente dinanzi al cinico odio dei poliziotti, divertiti e soddisfatti delle loro azioni.

In questa apologia della violenza risalta ancor più vivido il sentimento di comunanza con le due amiche picchiate a sangue, con il giornalista Lorenzo Guadagnucci, interpretato Elio Germano, e con tutte le vittime del pestaggio. Non mi chiedo cosa resterà di tutto questo, e se ciò avrà modo di rimanere nelle nostre memorie, la convinzione personale è che solo pochi avranno la capacità e la voglia di farlo, i più per una questione di legittima oggettività, non erano presenti, altri per incapacità, altri ancora per volontà – ma questa non è una colpa! La com-partecipazione, questione naturale, non ha per tutti lo stesso valore/potere di seduzione, quindi si è legittimati al non sentirsi partecipi delle dis-grazie altrui. In tutto questo solo le vittime non scorderanno MAI!A loro non è dato ignorare, certo si proverà a fare giochi di ogni tipo per dimenticare, accavallando pensieri in contorsioni e/o piroette, si proverà a decifrare il senso di quei pensieri ridondanti, ma le ferite, quelle interne, nessun tempo rimarginerà e non sarà possibile cancellare quelle immagini, neanche quando il tempo avrà sbiadito ogni segno esteriore.

Proviamo ad immaginare cosa possa provare una madre (si pensi alla mamma di Carlo Giuliani) quando perde un figlio, è lecito pensare che il tempo la distragga da quel pensiero dominante, ma non le cancellerà né il dolore né la nostalgia di un sorriso, il pensiero non sarà mancante di un peso ma solo di una misura. Una madre che seppellisce il proprio figlio è nella cultura dell’uomo un avvenimento contra-natura, perché da sempre sono i figli a seppellire i propri genitori. Nasce così una lotta silenziosa, intestina, chirurgica, fra la volontà di dimenticare e la incapacità di scordare quei lamenti, quei giorni, quel dolore, quella perdita; ed è così che ad ogni passo si tende ad acquistare il coraggio ed il valore di una possibile rinascita, e quelle mani piegate sul grembo di un figlio inerme non saranno più il fiele della vita ma la lotta coriacea di una madre in rivolta e di tutte le vittime di quei giorni. Simboli e destini che si incrociano loro malgrado.

Così il frastuono dei primi giorni lascia spazio alle domande, il sentiero interrotto diventa una miscellanea di sensazioni, il buio improvviso diventa una nuova meta in cui cimentarsi prima che un nuovo sipario spenga la luce. Ed allora quale sarà la cura per dimenticare? Ricoprire il dolore con i colori, con i suoni che assordano e accecano ma non cancellano! benché l’immaginario ci spinga a pensare che tutto sia diverso e che noi siamo andati avanti? - se questo può funzionare con il nostro corpo, non potrà di certo andar bene con la nostra memoria -.No!

L’unica risposta possibile a questo scempio è mettere da parte l’indifferenza atavica che fino ad oggi ha castrato mani piedi e pensieri di ognuno di noi e di tutti coloro che presero quelle inumane decisioni e che hanno le loro colpe oggettive. Scriveva Gramsci in città futura nel 1919: «Odio gli indifferenti. Credo  che “vivere vuol dire essere partigiani”.  Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città.  Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E se l’indifferenza è il peso morto della storia, compito di chi governa sarà allora quello di assumersi le colpe di quelle giornate di scellarata violenza, andando ben al di là del valore e dell’ammissibilità di un reato di tortura – che il nostro paese non ha nella sua costituzione – per non creare precedenti e per non giustificare stati di diritto in cui è la violenza a farla da padrone.

Compito arduo ricucire lo strappo delle violenze e dei diritti cancellati di quei giorni, ma si dovrà pur fare qualcosa per salvare nel salvabile la credibilità di uno Stato e delle sue istituzioni - sarebbe un primo passo verso una ricostituita Democrazia o Stato di diritto.E non si faccia che questi eventi vengano infangati – e non sarebbe la prima volta in Italia– dal vuoto delle istituzioni e delle responsabilità altrui. Perché non dimentichiamo che “Tutto questo per una bottiglietta!” così dirà la poliziotta sbigottita alla vista delle vittime in barella all’uscita della scuola Diaz, dopo le violenze dei poliziotti…già tutta questa violenza per due molotov, per di più inesistenti!Ma quei danni chi li ricompenserà in questa vita? Diaz e Bolzaneto vedranno mai il loro destino compiersi?E noi saremmo in grado di non fare in modo che questi episodi appartengano alle sole vittime?

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