Sabato, 26 Marzo 2011 17:39

Ombre di luce, l’onda di una ribellione umana per superare il ’68. La recensione

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ROMA - La fotografia e poi il cinema nascono pensando alla luce e al suo amante notturno: l’ombra.

Come nella percezione retinica, la luce che avvolge la realtà entra nell’occhio della camera oscura e si imprime sulla pellicola sensibile ai fotoni luminosi. La riproduzione, in sé, è foto-meccanica, quindi, appartenendo alla natura non umana, è priva di significato e di senso. Se ci fermassimo qui non capiremmo molto poco dell’arte cinematografica e non capiremmo certamente nulla di questo film di cui vorremmo parlarvi. E il condizionale è d’obbligo perché ‘Ombre di luce’, per molteplici motivi, tra i quali la sua inesauribile polisemia, è un film difficile da raccontare utilizzando parole comuni.


Questo film, che rompe sicuramente gli schemi tradizionali, fondendo in un gioco poetico visibile e invisibile, fa intravedere tra le pieghe del reale realtà umane che si potrebbero definire, con un termine perturbante, nuove. Affermare che l’aggettivo ‘nuovo’ legato a ‘realtà umana’ è perturbante, potrebbe sembrare assurdo se non sapessimo che la trasformazione dell’essere umano evoca sempre immagini mostruose, basti pensare a ‘La Metamorfosi’, di Kafka o ‘ Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde, di Stevenson. Troppo spesso gli artisti, da Omero ai nuovi registi dei film horror, credendo religiosamente alla natura animale e diabolica interna agli esseri umani, hanno rappresentato nelle loro opere solamente mostruose trasformazioni.
Nel film, una splendida colonna sonora di Stefania Tallini sottolinea una storia diametralmente opposta: la ‘trasformazione’ dei protagonisti, gli studenti di un corso di scrittura creativa, è il divenire di sé stessi, vale a dire la realizzazione della propria identità umana. In ‘Ombre di luce’ la credenza religiosa sulla natura perversa dell’individuo, presente anche in film apparentemente positivi come ‘L’attimo fuggente’ di Peter Weier, viene superata da un pensiero, espresso filmicamente, che sa di una natura umana fondamentalmente sana.



Il film racconta di uno ‘strano’ corso di scrittura che si svolge tra gli echi dell’ultima contestazione dell’Onda studentesca che sommerge, positivamente, un’Università che perde giorno dopo giorno il senso della suo esistere. Sullo sfondo ci sono le lotte tra le baronie dei docenti e il cosiddetto ‘Ministero della Pubblica Istruzione’, all’interno delle quali gli studenti diventano carne da macello e dove parole, come ‘meritocrazia’, distrattamente si posano sulle targhette con cognomi identici degli usci dei professori, che si susseguono nei lunghi corridoi dove l’assenza umana, fisica e psichica, è d’obbligo.
All’interno di questa assurdo castello kafkiano due docenti, uno scrittore e una pittrice, sono riusciti a ritagliarsi un angolo di cristallo, dove gli studenti entrando lasciano alle loro spalle, per qualche ora, il mondo della veglia e della ragione. In questa isola felice, estranea alla violenza invisibile della realtà circostante, docenti e studenti cercano una donna scomparsa, che appare per pochi attimi alla testa delle manifestazioni studentesche, per poi scomparire di nuovo e di nuovo riapparire negli intensi dialoghi tra i due professori e i ragazzi del corso. Tutta la ricerca sull’immagine femminile, che rappresenta l’essenza della creatività, si svolge in un rapporto poetico fatto di silenzi, immagini, parole scritte e domande. E sono domande ‘strane’ perché, anche durante gli esami, non vengono chieste le date di una certa opera d’arte o della morte di un certo autore, ma viene chiesto perché muore il desiderio di conoscenza. La ricerca sulla realtà umana e sulla creatività diviene materia d’esame.



‘Ombre di luci’ nasce dall’esigenza, di tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo film, di trovare un rapporto diverso con la creatività. Solo in questo modo un film, che poteva essere soltanto un documentario sulla lotta studentesca e/o sul laboratorio di scrittura di Mery Tortolini e Annio Stasi, è divenuto il manifesto per una nuova ribellione alle istituzioni che non hanno, in questo momento storico, nulla di vero da dare agli studenti. Una ribellione che non finisce con un suicidio, come nel film di Weier, citato poc’anzi. Il regista, Massimo D’orzi in una intervista ha dichiarato: “Non so perché, ma le ribellioni senza fantasia spesso degenerano nel sangue e nel suicidio (…) ho sentito fin dall’inizio che in questo movimento di studenti c’era qualcosa di nuovo, un’intelligenza, un sapere che forse neppure i loro padri avevano saputo esprimere negli anni Settanta. (…) La ribellione alla stupidità, alla cattiveria, alla disumanità è la bellezza, l’intelligenza, la vitalità. Occorre saperla trovare per opporsi, per ribellarsi.”
Questo film, come accenna il regista, rappresenta il superamento del ‘68 che ha visto i protagonisti di quella ribellione suicidarsi o fisicamente nella lotta armata e nella droga, o distruggersi psichicamente rientrando nei ranghi più retrivi del pensiero civile e politico: il ‘giornalista’ Giuliano Ferrara ne è un fulgido esempio.


In quell’intervista Massimo D’orzi dice che per giungere a questo risultato è stato necessario modificare pensiero e modo di fare immagini: “Volevo evitare il più possibile filtri fra me e le immagini, volevo che le immagini nascessero immediatamente nel rapporto con gli studenti, con gli ambienti, con la luce ... sono contento di avere preso questa strada per le riprese, a cui però è seguito un grande lavoro di riscrittura sulle immagini che ha realizzato lo sceneggiatore Annio Stasi, e infine il sapiente lavoro di montaggio di Paola Traverso.”
Senza dubbio, lo si evince dalle scene della pellicola, è stato fatto un gran lavoro soprattutto dal punto di vista umano … nelle scene finali la donna  sapiente ritaglia la luce che sgorga dall’ombra, e, in un alba che ricorda quelle a cui solo Antonioni sapeva dar vita, una studentessa cammina lentamente sui binari di un tram del desiderio. Il suo sguardo racconta il divenire dell’identità umana.  


28, 29 e 31 marzo al Nuovo Cinema Aquila
via L’Aquila 68 00176 Roma RM
telefono e fax: 06 70399408
web: 
email:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SCHEDA TECNICA
Distribuzione: Il GiganteCinema  www.ilgigantecinema.com
in collaborazione con Facoltà di Scienze Umanistiche
Centro Digilab
Università di Roma “La Sapienza”
prodotto e diretto da Massimo D'orzi
soggetto e sceneggiatura Annio G. Stasi
montaggio Paola Traverso
i quadri all'interno del film sono dell'artista Mery Tortolini
organizzazione e story editor Maria Francesca Gagliardi
aiuto regia Massimo Ottoni
assistente alla regia Fabio Natale
suono riprese e regia Massimo D'orzi
Musica Stefania Tallini
Foto di scena Filippo Trojano
con Mery Tortolini, Annio G. Stasi, Francesca Rubini, Elena Gerosi, Giulia De Gaetano, Riccardo Montesi, Devis Torelli, e gli studenti del Laboratorio di scrittura creativa
dell’Università LA SAPIENZA di Roma
www.laboratorioscrittura.it
Nazionalità Italia
Durata 70'

 

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