Giovedì, 14 Maggio 2015 22:00

Teatro Argentina. “Der Park” : il delirio di Stein che scuote gli animi. Recensione

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Maddalena Crippa, foto Serafino Amato Maddalena Crippa, foto Serafino Amato

ROMA - Sogno o son desto? Questa è la prima impressione suscitata da Der Park, la tragicommedia di Botho Strauss messa in scena dal maestro tedesco Peter Stein, allo spettatore ignaro che vi assiste per la prima volta.

Ed è appunto, la prima del regista berlinese a Roma, al teatro Argentina, assurto a tempio del “classico contemporaneo”, dopo aver stretto un sodalizio con il genio di Berlino. Lo scopo di questa collaborazione artistica è attrarre nuovo pubblico e smuovere le coscienze: due operazioni che riescono alla perfezione a un talento come Stein. 

Der Park (Il parco) è ambientato nel 1983, in un parco della Berlino Ovest, dove si affaccendano tipi diversi: i punk in pieno stile “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, gli yuppies, gli artisti in miseria, i giovani omosessuali in cerca di sesso frugale, i tossici. Un gruppo eterogeneo, accomunato dalla malinconia e dall’assenza di pathos. Ed è proprio per lenire le pene degli umani, che scenderanno sulla terra, in prestito da “Sogno di una notte di mezza estate” del bardo, Titania e Oberon, pronti a riaccendere in loro le passioni, di nascosto, nel parco.  Un intento che si prefiggono di raggiungere, dapprima con denudamenti esibizionistici, riuscendo, però, solo a spaventare gli avventori.  Faticoso è ormai attirare l’attenzione degli uomini, sempre di corsa e bramosi di ricchezza, ormai ridotti a zombie, con gli occhi aperti. E allora, sarà un artificio di Oberon, a sovvertire l’ordine creato dall’uomo. In suo aiuto un moderno Puck, personificato dallo scultore decaduto Cyprian, che intrappolerà la libido di Titania in un ciondolo, trasformandola in una donna dell’Ottocento e muterà inoltre, a suo piacimento i desideri degli altri abitanti, grazie a piccoli talismani gioiello. 

Un’allegoria della caducità umana e della fatuità dei desideri, vani come l’epoca rappresentata. Anni senza speranza, con la Germania ancora divisa in due, da un muro reale ma anche ideologico che dilania le coscienze dei tedeschi e divide le loro aspirazioni. E anche le relazioni respirano questa temperie e diventano mènage a trois: pura esperienza di sensi, come la liason tra Helen, Georg e Wolf. E anche gli dei falliranno nel loro intento, diventando umani e schiavi della voluttà. Come Titania, che risvegliata dall’incantesimo, si invaghirà di un toro e darà alla luce un Minotauro, rinunciando così a suo marito Oberon, ormai afasico e al suo regno fatato, per sempre.

Un’opera ancora incredibilmente attuale. Evidente è il parallelismo tra le due società, solo, formalmente inavvicinabili: il razzismo, l’agonia dei sentimenti, l’ossessione per il sesso e la brama di ricchezze. Valori negativi che occupano il posto di quelli positivi: dapprima, un fenomeno agli inizi, all’oggi una manifestazione estremizzata della deriva etica. E come combattere questa vacuità dello spirito? Per Stein, la risposta è di non affidarsi agli dei. Spetta solo agli uomini svegliarsi da questo sonno-veglia e ritornare ai buoni sentimenti, semmai, fosse ancora possibile. 

Un plauso a tutti i 18 attori: una compagnia affiatata e professionale. Quattro ore e mezza di spettacolo, per oltre 36 cambi di scena, che non hanno affatto inciso sulla credibilità degli interpreti. E ciò, è stato reso possibile grazie al lavoro meticoloso degli altrettanti 18 tecnici, molto scrupolosi e preparati. Immensa è Maddalena Crippa: la sua, una Titania incestuosa, fatale, ma anche fragile, schiava del desiderio più sfrenato. Altrettanto bravo Mauro Avogadro, che enfatizza la metamorfosi di Cyprian, da negletto a cinico artista logorato dal successo. Convincente ed espressiva Pia Lanciotti, che interpreta Helen, stereotipo della benpensante reazionaria. Un’ottima prova anche per Alessandro Averone, un Minotauro diabolico, che colpisce dritto al cuore dello spettatore. Un capitolo a parte merita la scenografia: ricostruzioni dettagliate delle abitazioni, del parco, dello studio di Cyprian, del locale notturno. Trentasei cambi di scena, sempre innovativi e strabilianti, che hanno favorito l’immersione dello spettatore, in un’atmosfera onirica, ma satura di lucido realismo. Come scenografo è stato scelto il talentuoso Ferdinand Woegerbauer, amico e connazionale di Stein, con il quale ha già collaborato in Italia, per la rappresentazione de “I demoni” di Dostoevskij al Teatro Astra di Torino. Der Park: un’esperienza unica, che contribuirà ad aprire gli occhi e svegliare le coscienze, tra sogno e realtà.

Der Park (Il Parco), dal 5 al 31 maggio a Roma al Teatro Argentina

di Botho Strauss

dal “Sogno di Shakespeare”

traduzione Roberto Menin

regia di Peter Stein

Personaggi e interpreti:

Helen                             Pia Lanciotti

Georg                            Graziano Piazza

Helma                           Silvia Pernarella

Wolf                             Gianluigi Fogacci

Titania                          Maddalena Crippa

Oberon                         Paolo Graziosi

Erstling                         Fabio Sartor

Hofling/primo sportivo    Andrea Nicolini

Cyprian                         Mauro Avogadro

Il giovane nero               Martin Chishimba

Ragazza/cameriera         Arianna Di Stefano

Primo giovane/pianista/secondo sportivo  Laurence Mazzoni

Secondo giovane/cameriere Michele De Paola

Terzo giovane/cameriere/terzo sportivo Daniele Santisi

Minotauro      Alessandro Averone

Piccolo Hofling    Romeo Diana, Flavio Scannella

Morte Carlo Bellamio

Scenografo Ferdinand Woegerbauer

costumista Anna Maria Heinreich

lighting designer                 Joachim Barth

musiche originali              Massimiliano Gagliardi

Assistente alla regia                      Carlo Bellamio

Secondo assistente alla regia          Giacomo Bisordi

Assistente alla scene             Paola Castrignanò

Assistente ai costumi            Cristina Lazazzera

Produzione Teatro di Roma

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