Venerdì, 15 Maggio 2015 16:38

“Fury”. All’ultimo respiro contro il cane nazista. Recensione. Trailer

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ROMA - A pochi mesi di distanza da “Unbroken” di Angelina Jolie, biopic sull’atleta ed eroe di guerra Louis Zamparini, Hollywood torna a posizionare la propria lente d’ingrandimento sulla seconda guerra mondiale con “Fury”, dell’ex marines David Ayer.

Un cast degno di nota: da Brad Pitt nei panni del sergente di ferro Don Collier detto “Wardaddy”, il talentuoso Shia Lebeouf  alias “Boyd Swan” l’artigliere, il giovane Logan Lerman la recluta Norman, il guidatore Micael Pena, Jon Bernthal, il terribile “Grady Travis” il caricatore. Tutti insieme formano l’equipaggio di Fury, un carro armato Sherman, dell’esercito americano, in forza agli alleati, durante le ultime fasi della guerra, nel 1945. A Fury toccherà il compito più difficile: stanare i tedeschi a casa propria. Si troverà di fronte un esercito, consapevole di aver perso la guerra, ma ancora agguerrito e arrogante. Una missione mortale, la loro, che spingerà questi uomini, pur nelle proprie riluttanze e insofferenze, a diventare un solo corpo, unito fino all’ultimo respiro contro il “cane nazista”.

È plausibile un’analogia formale tra questo film di Ayer e il capolavoro di Stephen King, “Salvate il soldato Ryan”, per l’uso di scene crude ed esplicite, che riproducono fedelmente gli orrori della seconda guerra mondiale. In Ayer però si prediligono i dialoghi e una maggiore introspezione dei personaggi: ne costituisce un esempio, la profondità del rapporto paterno tra Don, il veterano mentore e il suo allievo-figlioccio Norman.

Eccellente la prova di Brad Pitt, che è l’essenza stessa del film: un sergente di ferro, dal cuore tenero e mente sveglia, sempre pronto a sfidare la paura e i limiti umani. Brilla come sempre, Shia Lebeouf  nell’interpretare un personaggio complesso: un artigliere detto “Bibbia”, per la sua fervente fede, dotato però di un ineguagliabile rigore militare che lo spingerà al sacrificio estremo. Buona la performance del giovane Logan Lerman, impegnato in una difficile trasformazione da dattilografo inesperto a tiratore scelto, parte della brigata Fury. Attraverso il suo sguardo, lo spettatore intuisce il grave disagio di adeguarsi alla morte e al dover uccidere, per colpa della guerra. 

Un film questo di Ayer che ha il merito di mettere in luce le gesta di tutti quei tanti anonimi valorosi, che persero la vita, per combattere le atrocità del nazifascismo, senza risparmiarsi e senza esitazione. Dello stesso genere, anche “Road 47”, del regista Vicente Ferraz, che racconta l’eroismo di un manipolo di brasiliani che nel 1945 sminarono una strada sulla linea Gotica del Nord Italia, per consentire l’accesso alle truppe americane e liberare il Paese. E prima ancora, nel 2014, il maestro Ermanno Olmi che con “Torneranno i Prati” descrive la vita di trincea di un gruppo di soldati italiani, mandati a morire sull’Altopiano di Asiago, durante l’ineguagliabile carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale.

Fury: un film godibilissimo, dettagliato, realistico e ben congegnato. Da vedere, fosse altro per la performance di Brad Pitt, che riprende i panni del “bastardo”, ma, in questo caso, “glorioso”.

Fury, 134’, nelle sale dal 3 giugno

di David Ayer

Con Brad Pitt, Shia Lebeouf, Logan Lerman, Michael Pena, Jon Bernthal

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