Mercoledì, 25 Gennaio 2017 11:47

Teatro Argentina. Herlitzka è il perfetto “Minetti”

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ROMA - Solo un cellulare ha squillato, c’è stato un applauso a scena aperta, anche se non convintissimo, uno più deciso in un momento di buio, abbondanti alla fine.

Un buon bilancio per il testo di Bernhard, autore che la pensava così: “Ho sempre scritto per gli attori, mai per un pubblico, perché io non scrivo per degli idioti, soltanto per attori come Minetti, cioè uomini dello spirito”, i suoi amati geistesmenschen.  E, infatti, buona parte del pubblico non applaudiva affatto Bernhard, ma solo Herlitzka e, forse, il regista Roberto Andò. Perché Minetti. Ritratto di un’artista da vecchio è un testo che odia lo spettatore, e il suo odio è ricambiato, mentre Herlitzka suscita amore. 

È proprio così Minetti, un dramma bellissimo e odioso, una riflessione ipermetateatrale che ha bisogno di un interprete gigantesco per equilibrare la sua ostilità.  Sono le ultime ore di vita di Minetti, attore caduto da trentadue anni in disgrazia e povertà, convinto di avere un appuntamento, la sera di San Silvestro, a ridosso del Capodanno, con il direttore del teatro di Flensburg, in un albergo di Ostenda. Questo direttore dovrebbe farlo tornare in scena, “una volta e poi non più”, nel Re Lear. Minetti è vissuto in esilio nella soffitta della sorella a Dinkelsbühl, dopo che la città di Lubecca lo ha processato e cacciato dal teatro per essersi “negato alla letteratura classica”, escluso il Lear, che l’attore ha recitato da solo nella soffitta, in tutti questi anni, indossando la maschera creata apposta per lui da James Ensor. La vicenda finisce molto male, come potrete immaginare. 

Scritto nel 1976 e dedicato al vero Bernhard Minetti, che lo ha anche interpretato, questo testo è una riflessione sul teatro e sull’attore di sublime noia, per chi non sia uno “spettatore dello spirito”. Un dramma impossibile, insomma, che Herlitzka – grande interprete di Bernhard – rende però possibile, anche per lo spettatore non “dello spirito”. In una scena di simmetrica perfezione che ricorda, per quest’aria di nettezza estetica, le Confessioni girato dallo stesso Andò, l’attore attira su di sé lo sguardo e la partecipazione del pubblico, il suo personaggio ispira simpatia, compassione. 

Herlitzka adegua alle battute quei suoi allungamenti vocalici, quelle pause in levare, quelle risonanze del velo palatino, così distintive della sua recitazione, per esprimere un ironico disprezzo sul teatro, sui tempi, sulla “società senza classi che non capisce niente”. Il suo volto è già maschera, scavato e legnaceo, il suo sguardo può farsi febbrile come quello di un vecchio pazzo, “ferito a morte”, ossessionato dal suo amore per il teatro, e il suo corpo è una storia, può parlare di stanchezza, di sconfitta, e poi risvegliarsi e dirci tutta la vita che ancora lo attraversa. Per questo Herlitzka è il Minetti perfetto, l’uomo della dimensione spirituale voluto da Bernhard, l’attore che può definire il teatro “un’arte orrenda”, il King Lear che si spoglia di tutto, per l’adulazione della parola illusoria. 

Quando il sipario si chiude per un cambio scena, una persona abbandona la sala, alcuni spettatori accendono lo schermo del loro cellulare, uno in platea indugia troppo e arriva una maschera, la stessa che, poco dopo – dal palco di second’ordine si vedeva bene – trafficherà su qualche pagina internet. Per un momento è naturale pensare che Andò e Herlitzka abbiano messo in scena uno spettacolo per pochi, troppo dotto, speculativo, perfettamente aristotelico quanto alle unità, ma tremendamente antidialettico, e dunque antiteatrale, nella sua falsa coralità. Quando, però, il sipario si riapre e Minetti prende di mira una nuova “interlocutrice” a cui raccontare la sua vita, quel monologo inesorabile della prima parte, così concentrico, ripetitivo, diviene, nelle controllate concessioni di Herlitzka all’umanità, un dialogo delicato con la ragazza che nella hall aspetta il suo innamorato diciassettenne, come Minetti aspetta il direttore del teatro. 

Qui davvero sembra di vedere la storia di Re Lear condensata in pochi minuti, un’evoluzione morbida e penetrante nei rapporti tra i due sconosciuti, il vecchio attore e la giovane ragazza di bassa estrazione, ognuno con un’attesa, un amore. Lear-Minetti riconquista la ragazza-Cordelia proprio con il suo ossessivo racconto di vita, che assume, nel corso del dialogo, sfumature sempre più complesse. Alla fine le parole del vecchio sono capaci di risuonare nell’anima della giovane, così incolta e all’inizio apparentemente insensibile, interessata solo alla sua musica, che alza e abbassa coprendo a volte le parole di Minetti. Verdiana Costanzo, in questo ruolo difficile, fatto di minimi dettagli corporei, di una comunicazione non verbale, dà una bella prova di consapevolezza scenica, dialogando invisibilmente, ma con efficacia, insieme a Herlitzka, fino a farci intravedere, in questo scambio generazionale, uno dei pochi momenti di speranza proposti da Bernhard. Forse a questo punto Minetti non pensa più che “tutto sia stato pattume spirituale”, forse ha accennato involontariamente al suo Lear e può morire più sereno. 

Così lo spettatore può dimenticare la polemica sul classicismo, le riflessioni sulle derive attoriali, sulle “esistenze artistiche distrutte” e godersi il Bernhard migliore nel Minetti che, “dopo aver recitato tutta la vita contro il pubblico”, cede all’amore per il suo Lear, con cui condivide abbandono e solitudine, e ci trascina tutti dentro.

La regia si premura di non aggiungere troppo alle complessità di partenza, sottolinea le entrate e le uscite dei clienti dell’albergo – simili anch’essi alle maschere del pittore James Ensor – con un gioco di luci pulito, forse un poco troppo insistito, con effetti sonori e atmosfere che ci rimandano al romanzo Doppio sogno di un altro drammaturgo austriaco, Arthur Schnitzler, padre di molti monologhi interiori. Le musiche seguono il pensiero spiraliforme di Minetti, sono anch’esse circolari, insistenti, soggette ai crescendo emotivi della situazione. Tutto il sistema simbolico è costruito con essenzialità e rigore.

A questo punto anche lo spettatore lontano “dallo spirito” sarà soddisfatto, se avrà resistito fino alla fine, aggrappato all’interpretazione rassicurante di Herlitzka, a qualche massima dirompente di Bernhard sulla società, all’ironia e all’autoironia di Minetti sulla vita. E se invece, spaventato dalle speculazioni del drammaturgo, dalla ripetitività metaforica del personaggio, dal clima di attesa, prenderà la via dell’odio, a sipario calato potrà almeno dirsi di aver affrontato con coraggio il dramma esistenziale cui può sottoporci la notte di Capodanno.   

Dal 24 al 29 gennaio al Teatro Argentina di Roma

Minetti

Ritratto di un artista da vecchio

di Thomas Bernhard

traduzione Umberto Gandini

regia Roberto Andò

con Roberto Herlitzka (Minetti, attore drammatico),

Roberta Sferzi (Una signora), Verdiana Costanzo (Una ragazza),

Nicolò Scarparo (Portiere), Vincenzo Pasquariello (Facchino), Matteo Francomano (Un nano)

Produzione Teatro Biondo Palermo

     

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