Nicola Leonzio

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ROMA - Il Lettere Caffè di via di S. Francesco a Ripa, in Trastevere, è un locale di ormai lunga tradizione che ospita con successo eventi letterari e musicali, da sempre animato da uno spirito aperto, democratico e sensibile alle novità.

Di Inception è difficile parlare senza correre il rischio di fare dello spoiling, ossia guastare la sorpresa a chi deve ancora vederlo.

Martedì, 09 Novembre 2010 12:59

Quincy Jones, Back on the Block (1989)

A molti di coloro che leggeranno questa recensione il nome di Quincy Jones dirà poco o nulla; quelli un pochino più informati, sanno che Quincy produsse l’album più venduto della storia, Thriller, di Michael Jackson. Trombettista di discreto rilievo ma straordinario compositore, arrangiatore e produttore, oltreché molto attivo nelle battaglie per i diritti civili, Quincy concepì e realizzò questo album monstre a 56 anni, come una sorta di progetto illustrativo del suo talento e della sua carriera.

ROMA - Pubblicato nel 1981 dalla ECM, etichetta di riferimento per gli amanti del cosiddetto new jazz, questo disco si può considerare una pietra miliare nel panorama del sincretismo musicale che aveva preso le mosse dal jazz rock del decennio precedente, attraverso i percorsi tracciati da Weather Report, Chick Corea, Keith Jarrett e Gary Burton, col quale Metheny aveva collaborato dal ’75 al ’77, prima di incidere, come titolare, lo splendido Watercolors, in cui figurava il pianista Lyle Mays, da allora frequentissimo collaboratore di Pat.

 

Ai due, per questo album, si aggiunge il percussionista e vocalist Nanà Vasconcelos; le parti di basso sono suonate da Metheny, e Mays, oltre al piano, suona organo e sintetizzatore. Il lavoro si compone di cinque pezzi, per una durata di circa 44 minuti; la title track, che apre l’album, ne copre quasi la metà con la sua lunga suite suddivisa in diversi movimenti. Viene subito da chiedersi: questo è jazz? Già, perché il brano suona subito familiare per chi abbia frequentato le varie sponde del rock progressivo, sia britannico che americano, o la tradizione country-folk statunitense, dato che echi di linguaggi molto distanti dal jazz tradizionale affiorano qua e là, mescolati a sperimentalismi sonori che non avrebbero sfigurato su un album dei Pink Floyd.

 

Ciò, comunque, non basta a raccontare l’emozione profonda che si prova via via che la suite evolve verso le sue ultime note; alcuni passaggi magniloquenti sono smorzati per evitare tentazioni barocche, il tono lirico generale si pone da subito in contatto intimo con l’ascoltatore, ne sollecita nostalgie, suggerisce paesaggi interiori che spaziano dal bucolico al siderale, lo guida in un viaggio ai confini dell’anima. Un senso di trascendenza della propria dimensione immaginativa, ancorato a delicate nouances malinconiche, che persiste nei brani che seguono, in particolare nello stupefacente September Fifteenth, dedicato al grande pianista Bill Evans che scomparve il 15 settembre 1980, dove si esaltano l’abilità pianistica di Mays e una sensibilità straordinariamente coinvolgente, in grado di commuovere come, e forse più, di un notturno di Chopin. Il jazz di Metheny, così evocativo e immediato, si pose da subito come elemento di innovazione radicale rispetto al panorama del tempo, coniugando il bisogno di nuovi orizzonti sonori con un richiamo a repertori classico-sinfonici ed elaborando una visione personale e originalissima che lo avrebbe collocato di diritto tra i grandi della musica contemporanea.

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