Mercoledì, 17 Settembre 2014 10:40

RomaFictionFest. Grandi nomi analizzano la fiction italiana

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ROMA (nostro inviato) “Esisterà davvero quella parte di cinema chiamata televisione? O non sarà piuttosto che esiste una parte di televisione chiamata cinema?”.

A chiederselo era Paolo Valmarana, uno dei produttori cinematografici più innovativi all’interno della Rai. Era il 1980. Da quel momento produttori, autori, registi e attori hanno continuato a farsi questa domanda e a discutere sul rapporto tra cinema e televisione, indissolubilmente legati. Il vincolo è così stretto che, trentaquattro anni dopo, la discussione, almeno per quanto riguarda la produzione del nostro Paese, non si è ancora esaurita. Il rapporto tra il piccolo e il grande schermo è stato infatti il tema di un convegno all’interno del RomaFictionFest che ha visto protagonisti Gianni Amelio, Cristina Comencini, Ivan Cotroneo e tanti altri grandi nomi della produzione televisiva e cinematografica nostrana. "Il rapporto tra cinema e Tv è il leitmotiv di tutto il Festival di quest’anno” ha ricordato il direttore Carlo Freccero, e non sarebbe stato possibile altrimenti.

Sempre nel 1980, la citazione di Valmarana continuava così: “E quale sarà la televisione del cinema e quale il cinema della televisione? Chi deve produrre e per chi, chi deve distribuire e dove?”. Negli ultimi anni molte industrie dell'immagine (negli Stati Uniti ovviamente, ma anche in Gran Bretagna, in Francia) hanno dimostrato che spesso il miglior cinema contemporaneo emerge proprio dalla televisione. Nel panorama italiano il maggior produttore di fiction è senza dubbio la Rai: tanti nomi importanti del grande schermo, come Amelio, Zeffirelli e Montaldo, hanno iniziato con le fiction televisive. Non tutti si ricordano che Paolo Sorrentino ha scritto degli episodi de La Squadra, e che Gabriele Muccino ha iniziato con Un posto al sole. Non tutti se lo ricordano anche perché i diretti interessati non perdono molto tempo a rimarcarlo, forse. L’esempio più citato di buon prodotto televisivo sbarcato al cinema (anche durante questo incontro, visto che c’erano Luigi Lo Cascio, Marco Barbagallo, e Piero Degli Esposti) è quello di Marco Tullio Giordana con La meglio gioventù prodotto per la Rai, rifiutato, presentato e premiato a Cannes, sbarcato al cinema e poi ripreso e mandato in onda dalla Rai in quattro puntate. Nel 2003. Undici anni fa. 

L’idea a cui molti nel settore sembrano ancora essere legati, come Gianni Amelio e la stessa Tinny Andreatta, responsabile di Rai Fiction, è che le fiction televisive siano “una grande macchina che permette di coinvolgere delle nuove professionalità, che poi si evolvono” dalla tv al cinema.  Ecco allora che si torna alla riflessione del 1980. Se nel mercato americano esistono network specifici che hanno colmato la distanza produttiva e qualitativa, in Italia la maggior parte prodotti è ancora legata alla sua destinazione. Se Matthew McConaughey viene letteralmente ricoperto di premi sia per Dallas Buyers Club che per True Detective, se le fiction vengono presentate ai festival cinematografici di tutto il mondo, come è accaduto per Olive Kitterdige (ancora Hbo) quest’anno a Venezia, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica un potente produttore Rai definisce “gli americani” delle “tigri di carta”: la serialità là è un bellissimo racconto, certo, ma solo perché “hanno delle leggi adeguate sulla concorrenza”. 

Al RomaFictionFest la maggior parte della programmazione è straniera, forse non aggiornatissima (True Detective che verrà presentato il 17/09 è andato in onda su Hbo un anno fa, e in Italia nessuno ci aveva puntato, neanche Sky), ma quando le serie Usa vengono mandate in onda in prima serata sulle reti in chiaro con timidi tentativi di rinnovamento, fanno a malapena il 3% di share. Ci sono esempi recenti, per fortuna, che dimostrano che anche in Italia si possono creare prodotti di successo internazionale: è il caso di Gomorra che dopo essere andato in onda su Sky verrà presentato a Toronto. Come spiega Francesca Comencini durante il convegno, la serie è “un esempio perfetto di come tre strumenti diversi come televisione, cinema ed editoria possono lavorare insieme, scegliendo tre voci e sguardi registici diversi per i diversi episodi”. Una tecnica usata, non a caso, anche da Netflix con House of Cards.

Quello su cui tutti i partecipanti ai convegni che si sono alternati in questi giorni al Fiction Fest sembrano essere d’accordo è la necessità di battersi per avere delle leggi che contemplino la nascita di nuovi spazi per la produzione e soprattutto per una maggiore concorrenza nel mercato televisivo. La concorrenza è stata anche il filo conduttore di una discussione su presente e futuro della fiction italiana, moderata da Carlo Freccero, sempre nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Da quando possiamo far cominciare il “presente” della tv italiana? Con la nuova gestione Rai, due anni fa, suggerisce il produttore Sergio Silva (tra i fondatori dell’APT e ex dirigente Rai), ma il timido tentativo di cambiamento “si è scontrato con i mezzi disponibile, che sono inadeguati”.

Come ribadisce Freccero “oggi si produce solo per solo due reti, Rai1 e Canale5. È tv generalista, che ormai ha uno zoccolo duro di pubblico, che è soprattutto anziano”. Quel che è certo è che fino a cinque anni fa il mercato era molto poco ricettivo verso i prodotti italiani, mentre invece oggi si è attuata una forma di globalizzazione, grazie alla concorrenza di Sky e delle già citate serie di successo, Gomorra e Romanzo Criminale. “È la concorrenza che cambia anche le regola di diritti in un mercato – spiega Mario Gianani, giovane produttore e fondatore della Wildside - Oggi FX investe un miliardo di dollari in fiction, e HBO ancora di più. “Bisognerebbe allora guardare più in là dei bisogni immediati, come ha fatto finora il sistema audiovisivo, e cercare una percezione comune per lo sviluppo del sistema che coinvolga soggetti vecchi e nuovi”. Lo spettro che si aggira sulle reti italiane è, ovviamente, Netflix. Il sistema di streaming di tv e film a pagamento (8 dollari al mese) che ha prodotto due dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni come House of Cards e Orange Is The New Black, è da poco sbarcato in Europa e promette di sottrarre un considerevole fetta di pubblico (e di proventi pubblicitari) alle grandi tv generaliste. Questa “minaccia”, come auspica anche Gianani, potrebbe essere finalmente la spinta necessaria a costringere le grandi reti all’apertura e al cambiamento. 

Se in Italia quello che manca è il coraggio di rischiare, però, le novità non dovrebbero riguardare soltanto la produzione, ma anche i contenuti e le persone che vi lavorano. Secondo Freccero, “in Italia c'è una censura impressionante: Canali come Canal+ in Francia e la BBC in Inghilterra fanno da anni delle cose molto diverse, lavorando sull’oggi e praticando un immaginario contemporaneo. Noi vivevamo nelle catacombe del passato, ma ora siamo nel presente e bisogna che questo presente diventi anche futuro”.

Basta guardare i palinsesti delle prossime stagioni per accorgersi della differenza tra Italia e Stati Uniti. Lì si racconta il presente con la provincia spietata, la Casa Bianca e un carcere femminile, mentre in Italia ci aspettano biografie e fiction in costume. La seconda stagione di Questo nostro amore, L’Oriana con Vittoria Puccini nei panni della Fallaci, e una nuova fiction su San Francesco. E tra i prossimi progetti di lunga serialitá messi in cantiere da Rai Fiction c'è anche la versione televisiva del film di Pif La mafia uccide solo d'estate.

Se, come scrive Guia Soncini su Repubblica, “La tv è una grande fabbrica di senno di poi”, anche i grandi produttori italiani si accorgeranno delle occasioni sprecate e di tutto quello che hanno sottovalutato. A cominciare dal pubblico, che intanto avrà già fatto l’abbonamento a Netflix.

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