I racconti di Versailles

ROMA - La fine del 1775 fu freddissima. La neve aveva coperto di un bianco folgorante Versailles e Parigi. Luigi e Maria Antonietta trascorrevano molto tempo davanti al camino, lui leggendo dossier, lei con la principessa di Lamballe a far piani per rendere interessante la vita.

Luigi XVI e Maria Antonietta, dopo l’incoronazione, erano ripartiti  da Reims con un tempo che si annunciava incerto. Avevano attraversato villaggi  perduti tra lande di erica, ginestre e felci, accolti dai rintocchi delle campane e dalle arringhe interminabili dei notabili di provincia orgogliosi dell’occasione in cui pavoneggiarsi.

11 giugno 1775. Il sole sorgeva su Reims quando ebbe inizio il rito sacro.

   Il duca di Bouillon, gran ciambellano, sentendo bussare, alzò il mento e, impostando il tono, chiese:

Chi venite a cercare?

12 novembre 1774. La mattina presagiva pioggia e tirava una leggera tramontana. Con un cappello di piume bianche e un abito da cerimonia viola Luigi XVI, scortato dai fratelli e dagli ufficiali della corona, attraversò l’Ile de la Cité e salì le scale del Louvre. Alla sua vista procuratori, avvocati, cancellieri, studenti, azzeccagarbugli, uscieri, spie, maestri di procedure, sospesero le faccende scoppiando in un applauso che lo accompagnò sino all’affollata Sala grande. Il re occupò un seggio che dominava i principi del sangue e i pari della corona, assunse un’aria altezzosa ma provava disagio perché, miope com’era, non distingueva chi gli stava attorno.

Il castello di Marly, santuario di ritiro e svago di Luigi XIV, trascurato da Luigi XV, espropriato dalla rivoluzione, oggi non esiste più, ma il 17 giugno 1774 quando Luigi XVI vi arrivò col seguito, i giardini e i getti d’acqua splendevano. Fatti scendere i signori dalle carrozze, gli stallieri portarono a bere in un laghetto muli e cavalli. 

   Il giorno seguente la morte di Luigi XV una piccola imbarcazione risaliva la Senna diretta al castello di Choisy, per consegnare spezie, piante, frutta esotica e semi di ananas coltivati in serra dai tempi del re Sole. Era una chiatta che riforniva le dimore aristocratiche della mercanzia più rara, arrivata anche tortuosamente, attraverso navi negriere, che da Nantes e Bordeaux facevano scalo in Nuova Guinea per scambiare fucili, polvere da sparo e acquavite con uomini di colore da rivendere nelle Antille, soprattutto a Santo Domingo, dove la nobiltà francese aveva bisogno di schiavi per le proprie colonie. Un gabbiano la seguiva nella speranza di cibo e, quando scaricò, rimasto digiuno, sfrecciò gridando oltre i giardini, dove il sole sorgeva su gelsomini, violacciocche e lillà, al cui profumo quella mattina, la corte in fuga dal vaiolo, si era svegliata.  

Il 19 aprile 1774, alle cinque e mezza del pomeriggio, il grandioso teatro dell’Opera di Parigi mandò in scena la prima di Ifigenia in Aulide di Christoph Willibald Gluck. Nel palco d’onore il conte e la contessa di Provenza, la duchessa di Chartres e di Borbone, Luigi Augusto e Maria Antonietta e accanto a lei la principessa di Lamballe, sua amica del cuore, tanto pia quanto buffa, sotto un’acconciatura a grattacielo.

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