Il primogenito di Maria Antonietta, Luigi Giuseppe, aveva ricevuto in regalo da Charles Alexandre de Calonne, conte di Hannonville, una carrozza piccolissima, color rosso vermiglio: miniatura più rara delle moderne vetture che avevano fatto impazzire i bambini di corte.

In quella mattina di fine ottobre una folla immensa, che affluiva dai viali antistanti alla reggia, superò il cancello blasonato e invase il cortile dei marmi mentre Luigi XVI, apparso al balcone, salutava raggiante.

Il sole d’agosto splendeva sul Petit Trianon, dove Antonietta era rimasta anche dopo il morbillo. Aveva scoperto che in quel palazzetto, le cui stanze si contavano sulle dita, lontana da occhi curiosi, dalla noiosa etichetta di corte, poteva essere molto più libera, vivere come e con chi voleva, tener fuori gli scocciatori, emanare, in barba alla legge salica, che escludeva le donne, direttive in suo nome. Per ordine della regina i duchi di Coigny e di Guines, il conte di Esterhazy, il barone di Besenval, Yolande e Vaudreuil, avevano abolito ogni formalità, sedevano all’aperto comodamente vestiti, non portavano cappelli, non si alzavano all’arrivo di sua maestà, continuando le attività intraprese.

    Notte fonda del 19 dicembre 1778.

   Quando il dottor Vermond, ostetrico e fratello dell’abate precettore di Maria Antonietta, fu buttato giù dal letto perché erano iniziate le doglie, implorò Dio che il nascituro fosse maschio, per essere graziato in quel caso di una pensione di quarantamila luigi, contro i diecimila, se femmina. Il vecchio praticone per raggiungere la regina trottava dietro la principessa di Lamballe, mentre per incanto le stanze si illuminavano e i cortigiani affluivano seguendolo con candele in mano.

La reggia di Versailles era stata concepita da Luigi XIII come un luogo di ritiro e riservatezza. La sua architettura in origine semplice, modesta e intima, era divenuta magnifica solo con l’avvento di Luigi XIV, il re Sole, che influenzato dalla cultura italiana dei suoi parenti aveva seguito il loro stile rifacendolo in grande, soprattutto dai giardini. Boschetti, cascate, labirinti, teatri d’acqua riecheggiavano quelli di Frascati e di Bagnaia, ma con un’inimitabile apertura verso l’infinito. 

ROMA - La fine del 1775 fu freddissima. La neve aveva coperto di un bianco folgorante Versailles e Parigi. Luigi e Maria Antonietta trascorrevano molto tempo davanti al camino, lui leggendo dossier, lei con la principessa di Lamballe a far piani per rendere interessante la vita.

Luigi XVI e Maria Antonietta, dopo l’incoronazione, erano ripartiti  da Reims con un tempo che si annunciava incerto. Avevano attraversato villaggi  perduti tra lande di erica, ginestre e felci, accolti dai rintocchi delle campane e dalle arringhe interminabili dei notabili di provincia orgogliosi dell’occasione in cui pavoneggiarsi.

11 giugno 1775. Il sole sorgeva su Reims quando ebbe inizio il rito sacro.

   Il duca di Bouillon, gran ciambellano, sentendo bussare, alzò il mento e, impostando il tono, chiese:

Chi venite a cercare?

12 novembre 1774. La mattina presagiva pioggia e tirava una leggera tramontana. Con un cappello di piume bianche e un abito da cerimonia viola Luigi XVI, scortato dai fratelli e dagli ufficiali della corona, attraversò l’Ile de la Cité e salì le scale del Louvre. Alla sua vista procuratori, avvocati, cancellieri, studenti, azzeccagarbugli, uscieri, spie, maestri di procedure, sospesero le faccende scoppiando in un applauso che lo accompagnò sino all’affollata Sala grande. Il re occupò un seggio che dominava i principi del sangue e i pari della corona, assunse un’aria altezzosa ma provava disagio perché, miope com’era, non distingueva chi gli stava attorno.

Il castello di Marly, santuario di ritiro e svago di Luigi XIV, trascurato da Luigi XV, espropriato dalla rivoluzione, oggi non esiste più, ma il 17 giugno 1774 quando Luigi XVI vi arrivò col seguito, i giardini e i getti d’acqua splendevano. Fatti scendere i signori dalle carrozze, gli stallieri portarono a bere in un laghetto muli e cavalli. 

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