Lunedì, 24 Gennaio 2011 19:15

Alberto Moravia. Una “vita spericolata”, fra noia, viaggi e capolavori

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RENÉ DE CECCATTY, Alberto Moravia, Bompiani, Milano, 2010, traduzione di S. Arecco con la collaborazione di A. Gilardelli, pp. 970, E. 28,00

Il 26 settembre scorso si è celebrato il ventennale della morte di Alberto Moravia, nato a Roma il 28 novembre 1907. La Bompiani, sua storica casa editrice, ha voluto ricordare uno dei massimi romanzieri italiani del Novecento con una serie di iniziative, convegni e seminari e con la pubblicazione della monumentale biografia di René De Ceccatty, suo traduttore in Francia, nonché uno dei critici letterari più autorevoli.

La biografia dello studioso francese è essenzialmente un’analisi della vita intellettuale dello scrittore romano. Tale scelta appare chiara fin dalle prime pagine, quando ad occupare l’interesse del biografo non sono essenzialmente i fatti della vita di Moravia (un’infanzia difficile segnata da una malattia grave, la tubercolosi ossea, che lo lasciò in vita ma claudicante per sempre) quanto la loro rappresentazione nella sua narrativa. De Ceccatty ritiene di aver compreso l’essenza della vicenda umana e artistica di Moravia, cioè la reinvenzione quotidiana della sua vita attraverso la letteratura. Ed è per questo che il biografo non può fare altro che scandagliare le pagine dei romanzi e dell’attività giornalistica per carpirne i segreti, cioè per comprendere la vita stessa del romanziere. Mai come in questa biografia, infatti, si celebra (forse anche troppo) la coincidenza fra vita e arte, facendo di Moravia un “flaneur”, l’archetipo preconizzato da Baudelaire, vale a dire l’artista che fornisce alla sua vita l’immancabile aura della propria creazione.

La genealogia moraviana pone lo scrittore quale discendente di una famiglia borghese di origini ebraiche. I nonni paterni (Giacomo Pincherle e Emilia Capon) avevano avuto antenati illustri e il cognome Moravia, era stato aggiunto da uno zio dopo la morte prematura del padre e fu quello che Alberto utilizzerà. Il padre, Carlo svolge la professione di architetto; la madre è Teresa Iginia De Marsanich, sorella di Augusto, giurista fascista e futuro fondatore e segretario nazionale del Movimento sociale italiano. La biografia non segue molto i rapporti di Moravia con la sua famiglia, se non per trarne alcune indicazioni sommarie. Non veniamo a sapere, in effetti, quali sono i rapporti del giovane Moravia con la madre e con il padre, se non che quest’ultimo lo finanzierà fino a tardi, almeno fin quando il romanziere non inizia a raccogliere quei successi letterari tali da consentirgli una vita piuttosto agiata (agli inizi degli anni Sessanta, calcola il suo biografo, Moravia incassa solo di diritti d’autore da Bompiani l’equivalente di 400 mila euro annui, una cifra enorme per quei tempi). Veniamo a sapere, però, che Moravia è un uomo alla ricerca incessante del sesso; nei suoi molteplici viaggi incontra centinaia di donne, di cui racconta poi, con dovizia di particolari, al suo amico Alan Elkain, scrittore e padre di John, attuale presidente della Fiat.

La malattia infantile, come tutto del resto, viene resa attraverso “Inverno di malato”, un racconto giovanile nel quale lo scrittore narra fedelmente la vita del sanatorio. Poi, improvviso e fatale, arriva il rombo del successo con la pubblicazione dell’opera che, tuttora, colloca Moravia fra i più celebri scrittori italiani: “Gli indifferenti” (1929). Moravia ha appena 22 anni e da quelle pagine teatrali, ricche di dialoghi e di un’ambientazione oggettiva e fredda, così come accadrà per altri grandi romanzi della letteratura, come “Ulisse” di Joyce o “La recherche” di Proust, scaturirà il segno di un’epoca, tanto che, proprio il suo esordio letterario, diverrà quasi eponimo di un secolo, caratterizzando il vuoto e l’inutilità dell’uomo contemporaneo.

“Gli indifferenti” fu più un successo di critica che non di pubblico (“In realtà il libro vendette non più di qualche migliaio di copie” confermava il suo autore, soprattutto a causa dell’ostracismo del fascismo). Bisognerà attendere “Agostino” (1944), “La Romana” (1947), “La disubbidienza” (1948) e soprattutto “La ciociara” (1957) perché il suo nome, del resto già famoso, esploda in tutto il mondo, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche.

De Ceccatty si concentra a questo punto sulla letteratura di viaggio di Moravia. Anche per ragioni economiche, lo scrittore non cessò mai un’intensissima attività giornalistica, legata soprattutto ai molteplici viaggi, accompagnato prima dalla moglie Elsa Morante, poi da Dacia Maraini. Ed è proprio sulle donne della sua vita (quelle con cui allacciò i legami più stretti, prima di sposare, a pochi anni dalla morte, la giovane Carmen Llera) che la biografia incentra un interesse peculiare, perché, secondo il suo autore, sia il difficile rapporto con Elsa, sia quello con Dacia e poi con Carmen influirono in modo determinate sugli sviluppi narrativi di Moravia. Con Elsa ci furono notevoli conflitti e tradimenti (Elsa ebbe anche un rapporto, fra gli altri, non si sa se solo platonico, con Luchino Visconti), tali da sfociare nella separazione definitiva avvenuta nel 1958 (l’autrice di “La Storia” morirà nel 1985), cioè quando Alberto incontra Dacia, più giovane di lui di 28 anni. Più tranquillo il ventennio trascorso con quest’ultima, futura scrittrice e femminista, con la quale Moravia vive anni intensi di viaggi ed esperienze politiche, legate allo sviluppo del movimento di liberazione della donna.

De Ceccatty coglie assai bene le ossessioni di Moravia, la sua incessante lotta contro la noia, una sorta di dipendenza dal sesso che influenza i suoi umori, il suo spiccato senso dell’amicizia (che si riverberà, fra gli altri, su Vitaliano Brancati, su Sandro Penna, su Pier Paolo Pasolini, Renzo Paris, Alan Elkann e su molti altri scrittori e artisti italiani e stranieri), la sua generosità, la sua enorme capacità di analisi dei fatti sociali e politici ma soprattutto insiste sulla coincidenza fra vita e arte, che in Moravia e nel suo razionalismo scettico di tipo anglosassone, apparirà perfino esiziale, foriera di disillusioni e acute depressioni. La sua stessa narrativa, oltre a rappresentare un frangente fondamentale dell’interpretazione dell’uomo del Novecento, insieme all’opera di Pirandello, è forse quella dove meglio si riflette lo specchio freudiano dell’inconscio. Amore e morte sono, per Moravia, al pari di quanto riteneva il padre della psicanalisi, l’immagine riflettente della vita dell’uomo contemporaneo ed è soprattutto attraverso questi specchi che è possibile carpire quella che lo stesso scrittore romano denominerà, in uno dei suoi romanzi, “la vita interiore”. Il suo viaggio terreno, sul fronte artistico ed umano, sarà determinato da questa convinzione e dalla consapevolezza che “il pessimismo in realtà è il solo atteggiamento veramente sano che l’uomo possa avere nei confronti di se stesso, a condizione però che riguardi il suo destino di creatura effimera e non le opere che purtuttavia egli deve portare a termine”.

Fulvio Lo Cicero

Romano, laureato in Scienze politiche, pubblicista. Docente di economia politica, si occupa anche di fotografia. Ha pubblicato "Principi di economia politica" (Milano, 1992) e "Inquisitori ed eretici. Il demone della verità nella narrativa di Leonardo Sciascia" (Roma, 2005) 

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