Venerdì, 12 Ottobre 2018 21:09

“Vera” di Elizabeth von Arnim: storia di una ‘seconda moglie’. Recensione

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È una calda mattinata estiva in Cornovaglia, quando la ventiduenne Lucy Entwhistle fissa la scogliera al di là del cancello della casa in cui si trova per le vacanze. Il suo adorato padre è morto improvvisamente da sole tre ore e uno stato di inspiegabile e soporosa indifferenza l’attanaglia, impedendole qualsiasi emozione, inclusi il dolore e la disperazione che si sarebbe aspettata di provare.

A risvegliarla dalla confusione ipnotica del momento arriva un uomo alto e robusto, di mezza età, ma ancora molto affascinante che, passando davanti alla cancellata, le rivolge la parola, con l’intento di liberare i suoi pensieri. Anche lui è afflitto da una recente perdita: sua moglie, Vera, è morta da meno di due settimane cadendo misteriosamente dalla finestra della loro casa, poco distante, e sull’accaduto è stata perfino aperta un’inchiesta che non ha portato a nulla se non a umiliarlo.Inizia così “Vera”, uno dei romanzi di Elizabeth von Arnim, recentemente ripubblicato da Bollati Boringhieri, che la stessa autrice considerava la sua storia migliore.

L’uomo che Lucy si trova di fronte in quella triste mattina si chiama Everard Wemyss e alla giovane, ingenua e fragile, basta un momento per fidarsi di lui come non si è mai fidata di nessuno nella vita. Everard entra nella sua esistenza occupandosi di tutte le dolorose incombenze che caratterizzano un funerale e sollevandola da ogni preoccupazione, inclusa l’accoglienza ai parenti e agli amici. Wemyss organizza la cerimonia e si prende cura della zia Dot, l’unica zia di Lucy. I suoi modi semplici e garbati che sembrano volerla preservare perfino dal pensare, conquistano immediatamente la ragazza che impiega poco a innamorarsi dell’uomo che la ricambia con passione. Una volta tornati a Londra, dal fidanzamento segreto, a un matrimonio frettoloso, interamente organizzato da Wemyss, passano solo pochi mesi. Lucy, innamorata come non mai, non si preoccupa delle convenienze e il fantasma di Vera, la prima moglie di Everard, sembra lontano. Ma, dopo la luna di miele, l’ingresso a The Willows, la casa dove pochi mesi prima si è consumata la tragedia di Vera, turba profondamente Lucy. Everard si rivela essere un uomo ottuso ed egoista, psicologicamente violento e subdolo. Riuscirà Lucy a resistere ai rigidi rituali della casa e allo sposo cinico e maniaco del controllo? Solo una persona, la cui presenza è ancora palpabile tra le mura di casa, sembra poterla capire, pur non esistendo più: Vera.

Scritto ben diciassette anni di prima di “Rebecca, la prima moglie”, il romanzo di Daphne du Maurier da cui Alfred Hitchocock ha tratto l’inquietante e noto film, questo romanzo, simile nella trama, ma molto diverso per i risvolti sociali che tocca e approfondisce, è la cronaca di un amore il cui finale fa venire i brividi, proprio perché, in realtà, è solo l’inizio ed è una storia incredibilmente attuale. Il progressivo svelarsi del vero temperamento di Everard, quello che oggi definiremmo probabilmente un sociopatico e compulsivo, e il suo senso di possesso nei confronti della moglie, quasi a prescindere da chi essa sia, gettano pian piano ombre oscure sulla morte di Vera. Ombre che, però, la troppo giovane e innamorata Lucy, non può o non vuole vedere, convinta del buon cuore di Wemyss, non solo marito, ma padrone sempre più freddo e indifferente verso le esigenze della compagna. Quando il suo sarcasmo e la sua sottile arroganza, dettata dal bisogno di incasellare pervicacemente ogni aspetto della vita, non si sfogano su domestici e dipendenti, il miglior bersaglio di Wemyss è sempre Lucy, troppo spontanea e per questo definita morbosa, anche quando vorrebbe legittimamente cambiare le abitudini che l’uomo aveva con Vera. Non c’è violenza fisica, ma il risultato è un’atmosfera tesa e sinistra, in cui la fine violenza psicologica è ben più dolorosa e, si inizia a sospettare pian piano, probabilmente letale.

Oltre alla figura di Vera, che resta uno spettro sempre più ingombrante sullo sfondo di questa storia, è interessante il confronto fra la dolce e timida protagonista Lucy, innamorata ciecamente e per questo sempre pronta a giustificare i comportamenti di Wemyss, e della matura e zitella zia Dot, la quale percepisce che qualcosa non va nel temperamento dell’uomo che la nipote vorrebbe sposare, ma si sforza di comprenderne ogni gesto, censurando le proprie preoccupazioni, da un lato per amore della nipote, ma dall’altro anche per il senso di impotenza che la sua condizione di donna sola le impone. Insomma, che siano sposate o single, nel racconto di Elizabeth von Arnim emerge chiaro il quadro delle donne “comuni” e benestanti di inizio Novecento, ancora troppo soggette al potere maschile, nonostante gli stravolgimenti del tempo. Lo stile brillante, minuzioso, pacato e attento a disseminare piccoli indizi di un disagio crescente rende le pagine della von Arnim una storia in cui la tensione palpabile è quella di una tragedia imminente che non sempre si caratterizza con la morte, ma, come in questo caso, con la vita stessa.

Alessandra Rinaldi

Giornalista, blogger e scrittrice

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