Venerdì, 01 Febbraio 2019 09:35

“Arrowood” di Mick Finlay fa concorrenza a Sherlock Holmes. Recensione

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È il 1985 e la Londra che fa capolino tra le pagine di questo libro è la stessa fuligginosa città, pronta ad accogliere con voracità il nuovo secolo, che i lettori di Arthur Conan Doyle hanno imparato ad amare attraverso gli occhi del celeberrimo Sherlock Holmes e del suo fedele Dottor Watson.

Non tutti, però, possono permettersi di avvalersi dei servigi dell’investigatore più famoso di sempre. Chi non può perdere tempo, né denaro, si rivolge ad “Arrowood”, il detective protagonista da cui prende il titolo il primo romanzo di una serie scritta da Mick Finlay ed edita di Italia da Harper Collins, che, visto l’entusiasmo del pubblico, arriverà presto anche sul piccolo schermo.

Il filo conduttore della storia è proprio la manifesta rivalità tra l’investigatore dell’alta società, Sherlock Holmes, così come è dipinto dai racconti dell’assistente Watson, impeccabile e imbattibile grazie alle sue capacità deduttive, e il tutt’altro che perfetto William Arrowood, un autodidatta in tutti i sensi, che spesso alza troppo il gomito e si fa prendere dall’istinto, lasciandosi guidare dalla sua abilità nel leggere l’anima delle persone anche sbagliando, talvolta, e discutendo aspramente con l’aiutante, Norman Barnett, nonostante l’affetto che li lega.

Anche se di due investigatori rivali si muovono proprio nella stessa Londra, non si incontrano di certo e hanno una clientela ben diversa e, tra i due, quello che si sporca le mani tra i vicoli maleodoranti della città è proprio Arrowood, rischiando spesso la pelle. L’indagine prende avvio dalla richiesta d’aiuto di Miss Caroline Cousture, una giovane fotografa di origini francesi che non ha più notizie del fratello Thierry che lavorava come aiuto cuoco al Barrel of Beef, un noto locale di proprietà di un certo Stanley Cream, boss di una banda di criminali coi quali Arrowood e Barnett hanno già avuto pericolosamente a che fare in passato.

Lo stile pulito e diretto dell’autore, caratterizzato da dialoghi taglienti e descrizioni brevi ed efficaci, fa di questo libro una storia accattivante da leggere tutta d’un fiato e già matura per la Tv, perché si muove in ambienti noti per gli appassionati di thriller storico, ma, nello stesso tempo, ha un qualcosa in più nel ritmo estremamente incalzante e moderno e nella perfetta imperfezione del protagonista, pieno di difetti e, talvolta, di geniali e imprevedibili colpi di testa.

L’intreccio è complesso, ma tutti i dubbi si dipanano nel finale, lasciando aperto ben più di uno spiraglio verso le nuove avventure che attendono Arrowood in futuro e che, speriamo, vengano tradotte al più presto anche in Italia, a prescindere dalla trasposizione televisiva. La strana coppia Arrowood – Barnett, a tratti più simile a quella, altrettanto letterariamente nota, Wolfe – Archie, che a Holmes – Watson, è più ruvida e genuina, perché entrambi danno l’idea di “uomini qualunque”, che hanno la necessità di sbarcare il lunario, ma, nello stesso tempo, ognuno a suo modo, si lascia anche emotivamente coinvolgere, tra successi e insuccessi, da quello che a volte è più di un semplice mestiere, perché corre sul filo della vita delle persone. “Arrowood” è una serie destinata a entrare nel cuore e, perché no, anche nelle notti insonni di molti lettori.

Alessandra Rinaldi

Giornalista, blogger e scrittrice

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