Lunedì, 12 Ottobre 2015 09:37

Film. “Babel”, gli incroci del destino

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Nel 2006 usciva il film più rappresentativo della poetica sul dolore del regista messicano Inarritu

“Dedico questo film ai miei figli, unico squarcio di luce nelle notte più buia…” (Alejandro Inarritu)

“In principio a tutte le genti, di tutte le parti del mondo, il Signore diede un unico idioma. Per loro, nulla di quello che si proponevano era irrealizzabile”

Emozioni e sofferenze del nuovo millennio

E’ sicuramente uno dei film più intensi e rappresentativi del nuovo millennio. “Babel” del cineasta messicano Alejandro Inarritu ha lasciato un segno indelebile per le emozioni evocate da questo vero e proprio affresco della disperazione e della sofferenza umana. Non a caso ha chiuso la “trilogia” sulla morte iniziata con “Amores perros” e proseguita con “21 grammi”. Dopo aver debuttato a Hollywood con star del calibro di Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts in “21 grammi”, Inarritu era intenzionato a proseguire il suo percorso interiore per capire la natura più intima e profonda del dolore e delle angosce degli essere umani.  La conclusione della cosiddetta trilogia sulla morte doveva avere un respiro più corale e internazionale. Il film è infatti ambientato negli Stati Uniti, in Messico, in Marocco e in Giappone. Tre continenti: America, Asia e Africa per descrivere tre mondi lontanissimi, profondamente differenti, tutti però accomunati dalla medesima angoscia, sofferenza, dolore e istinto di sopravvivenza. Il soggetto, scritto magistralmente a quattro mani con l’amico Guillermo Arriaga descrive con atmosfere diverse, colori e sensibilità le tre situazioni che si incastrano tutte come per magia grazie ad un fucile da caccia. L’arma è infatti lo strumento che condiziona i destini incrociati di un pastore marocchino e la sua famiglia, un intellettuale giapponese con la sua figlia adolescente sordomuta e una coppia borghese statunitense in crisi durante una loro vacanza in Marocco.

Inarritu racconta con grande poesia la solitudine e i suoi confini geografici, culturali e psicologici che la generano; rappresenta la cognizione del dolore, il destino ineluttabile dell’uomo e le difficoltà di comunicazione sui sentimenti che posso unire e dividere.

A differenza dei precedenti film, pervasi totalmente dal pessimismo e dall’assenza di qualsiasi speranza per gli esseri umani, in “Babel”, Inarritu sembra poter credere in un residuo di bontà nell’animo umano. Le tre storie unite tragicamente da un fucile da caccia non si concludono tutte negativamente, come se un disegno superiore abbia voluto aiutare i loro fragili e disperati protagonisti.

I punti di forza di questa epopea sul dolore e sulla redenzione sono la scrittura, la fotografia di Rodrigo Prieto e le straordinarie musiche dell’argentino Gustavo Santaolalla più il brano di chiusura “Bibo No Aozora” di Ryuichi Sakamoto.

Anche il cast è assolutamente perfetto: un mai così espressivo Brad Pitt, una meravigliosa e intensa Cate Blanchett, la messicana Adriana Barraza (la baby sitter che rischia di far morire i bimbi americani del deserto), il sempre convincente messicano Gael Garcià Bernal, la nipponica Rinko Kikuchi nel ruolo della figlia sordomuta di Koji Yakusho, uno dei più importanti attori giapponesi viventi e i due straordinari bambini marocchini Mustapha Amhita e Mohammed Boubker.

Un artista del dolore

Alejandro Gonzales Inarritu, 51 anni, nato a Città del Messico è uno dei più significativi talenti emersi negli ultimi 15 anni. I suoi film hanno sempre fatto discutere e non sono mai passati inosservati per le complesse tematiche affrontate.  Prima di focalizzare il suo interesse per il cinema, il giovane Alejandro Inarritu era un grande appassionato di musica e amava molto la radio. E’ figlio di Hector González Gama e Luz María Iñárritu. Passa la sua infanzia a La Colonia Narvarte, un quartiere borghese vicino al centro di Città del Messico. Il padre è un ricco dirigente di banca ma quando Alejandro ha cinque anni, la famiglia González Iñárritu subisce un tracollo finanziario e va in bancarotta. Alejandro racconta che il padre è stato una fonte d’ispirazione e si è sempre preso cura della sua famiglia con la “determinazione e forza di un guerriero”. Per sostenere alle necessità della famiglia, il padre di Alejandro apre un’attività commerciale in proprio che consiste nel comprare frutta e verdura dal mercato Central de Abastos e rivenderla ai ristoranti durante la giornata. Nonostante le difficoltà economiche, Alejandro passa un’infanzia molto felice. Durante l’adolescenza Alejandro s’imbarca come mozzo su una nave da cargo, la prima volta a 17 anni, la seconda a 19: pulendo pavimenti e ingrassando i motori, attraversa due volte l’Oceano Atlantico. Dopo la seconda traversata decide di restare in Europa e Africa per un anno vivendo con soli mille dollari. Questa esperienza molto intensa sia dal punto di vista fisico che intellettuale, influenzerà profondamente la visione artistica di González Iñárritu negli anni a venire. Sempre a questo periodo risale la lettura dei grandi classici dell’esistenzialismo che definiranno il suo modo di fare cinema.

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Al suo ritorno in Messico, inizia a studiare comunicazione all’Universidad Iberoamericana. Nel 1984 muove i primi passi della sua carriera come conduttore radiofonico per la stazione messicana WFM. Nel 1986 diviene direttore artistico di questa stazione rock dai gusti eclettici e per cinque anni rimarrà la radio numero uno fra i giovani di Città del Messico. Fra il 1987 e il 1989 compone le colonne sonore per sei lungometraggi messicani. In seguito si dedica allo studio del teatro con il noto regista polacco Ludwik Margules e, più tardi, direzione teatrale con Judith Weston nel Maine e a Los Angeles. Negli anni ’90 fonda “Z Films” con Raul Olvera: l’intento è di scrivere, produrre e dirigere lungometraggi, cortometraggi, spot, audio e programmi televisivi. Nel 1995 “Z Films” è la più grossa e influente compagnia di produzione messicana e i sette giovani registi che compongono la società arriveranno tutti a dirigere lungometraggi. Sempre nello stesso anno Inarritu scrive, produce e dirige un medio metraggio per la televisione messicana Detrás del dinero di cui è protagonista l’attore e cantante spagnolo Miguel Bosé. È in questo periodo che González Iñárritu incontra e inizia la collaborazione con lo scrittore sceneggiatore Guillermo Arriaga che sarà determinante per il successo del suo primo lungometraggio.

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