Domenica, 09 Marzo 2014 21:53

Tap Model

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Sono nata in una famiglia di alti. Sì, a casa sono tutti più alti di me, mio padre, mia madre, i miei fratelli e anche mia sorella minore. Ecco, io sono l’unica nana in mezzo a questi vatussi che superano tutti il metro e settanta. Come è possibile direte voi? Di chi avrà preso?

Anche io me lo chiedo e ho capito che il dna bonsai l’ho ereditato dalla mia bisnonna paterna, una donna che non ho conosciuto di persona ma alcune vecchie foto mi hanno testimoniato questa sua triste eredità. Mia nonna dice sempre : “ tu hai preso dalla bisnonna, ‘piccirella e mal cavata’”, un modo carino per dirmi sei nana ma probabilmente intelligente e scaltra. 

Mi tocca specificare che nessuno conosce bene la mia altezza, o meglio, dichiaro altezze diverse. Mi spiego: ufficialmente sono alta 1.59, ma questa cosa la sappiamo solo io, la mia migliore amica e il metro da sarta della mamma; per il comune e la carta d’identità che mi hanno rilasciato io sono un 1.63, mentendo spudoratamente alla segretaria dell’anagrafe che squadrandomi con i suoi occhietti da furetto dietro lenti troppo spesse, ha battuto un po’ titubante quelle tre cifre. Dopo aver rubato quei quattro centimetri mi sono sentita pienamente soddisfatta, finalmente una rivincita dopo tante penitenze. 

Eppure il dramma della mia altezza non si è consumato subito, anzi..ho vissuto anche un periodo da alta, quello delle elementari. Ero alta e snella nel mio grembiule blu oltremare e tutti dicevano:” che bella bambina, che dolce, non sembra da prima elementare ma da terza, e poi così alta … ebbè con due genitori così non poteva essere diversamente..”

MALEDETTI! Voi mi avete fatto una fattura, ne sono sicura, ma non potevate tacere? Il malocchio direbbe la nonna, il malocchio. Comunque, continuando, devo aggiungere che anche alle medie ero tra quelli più alti, prova ne è la fila durante l’ora di educazione fisica, ero tra gli ultimi. Lì ancora non avevo percezione del problema ,ma poi, andando avanti ,mi sono accorta che il mio posto scalava sempre più verso l’inizio della fila. Nel primo semestre della terza media ero la terza. Le uniche più nane di me erano le gemelle Cassetta, due inseparabili che vestivano sempre uguali, con gli occhiali tondi alla Harry Potter e la frangetta dritta tagliata col righello. Ecco, io venivo subito dietro loro ma col fatto che fossero gemelle non mi sentivo di ricoprire il terzo posto bensì il secondo. È proprio da lì, dal momento in cui sono salita sul podio delle nane con le  gemelle Cassetta  che ho capito che c’era un problema. 

Non lo potevo accettare, in famiglia erano tutti alti, tutti, ma come era possibile? Non mi davo pace, inizia a guardali con aria sospetta, forse mi avevano adottata … questa cosa me la ripeteva sempre mio fratello maggiore quando litigavamo da piccoli, ora, però, era arrivato il momento di rifletterci. In famiglia si diffuse il mio disagio, tra le risate degli uomini di casa e lo sguardo amorevole delle donne che, più sensibili, cercavano di sminuire il mio problema. Iniziarono a circolare strani detti, quello della botte piccola e del vino buono, quello della boccetta piccola e del profumo migliore..insomma slogan vari che non mi consolavano affatto; anzi finivano per urtare il mio sistema nervoso. 

Così, rassegnata e depressa, mi lasciai alle spalle le scuole medie, l’ora di ginnastica e le sue tristissime file che mi risuonavano nella mente come moderne forche Caudine.

 Alle superiori incontrai tanti amici fantastici, tra cui la mia più cara amica  Daniela. Mi fece subito simpatia col suo viso tondo e gli occhi di un azzurro brillante che spuntavano dalla frangetta color grano. Lì, tra quei banchi, ebbe inizio la nostra amicizia. I suoi modi allegri e anche un po’ buffi mi piacquero e trovai presto in lei un’alleata per affrontare il nuovo percorso. Simpatica, solare, chiacchierona e NANA come me! Sì, anche lei lo era e la cosa me la fece risultare ancora più simpatica. Ma anche se Madre Natura non le aveva fatto il grande dono dell’altezza, la mia nuova amica aveva trovato un valido rimedio, una cosa a cui io non ero ancora ricorsa e proprio in quel momento mi chiesi il perché, cavolo ma perché? … come avevo fatto a non pensarci? La risposta era solo una: TACCHI. 

Sì, tacchi … sei lettere diaboliche che mi risuonavano bella mente come acufeni. Tacco era una parola sconosciuta a casa mia. Mia mamma viaggiava rasoterra da una vita, credo avesse solo un paio di scarpe alte ma ero sicura che mi avrebbe compresa, avevo già in mente il discorso e i punti da toccare, insomma una campagna pro tacco! 

Così, dopo cena,vedendo i miei di buon umore gettai lì la mia proposta. Gelo. Mio padre sgranò gli occhi e disse. “ i tacchi? Quelli delle grandi..? ma stai così bene” 

Risposta prevedibile, così tirai un bel respiro e cercai di motivare tutta la mia battaglia. Finalmente, per terminare questa nostra riunione che stava durando più di un incontro G8, mia mamma decise per il sì, mi avrebbe accompagnata a comprare queste scarpe.  Quella notte dormii un lungo sonno ristoratore e sognai mucchi di scarpe. Tutte con i tacchi.

 

Entrate una signora troppo truccata, forse la proprietaria, ci accolse con un bel sorriso; io intanto mi aggiravo guardinga alla ricerca dell’oggetto del desiderio. Tra gli scaffali troneggiavano infinità di scarpe delle forme e colori più diversi; il mio sguardo si perse tra zeppe e stiletti, tacco 5 e tacco 12…il paradiso. Arrivò finalmente una commessa a salvarmi, mi chiese cosa cercavo, un modello in particolare, un colore … mi capì al volo e scomparve in magazzino. La vedemmo tornare qualche minuto dopo con varie scatole colorate tra le braccia che sembravano le stessero per cadere da un momento all’altro. Mi fece sedere su un divanetto e iniziò ad aprirle. La prima scarpa era una specie di decollete nera, di vernice lucida, molto alta … lo sguardo schifato di mamma mi fulminò all’istante. Anche la commessa capì e aprì la seconda scatola; seguirono anche una terza e una quarta … ad ogni scarpa seguiva un piccolo defilè su un tappetino rosso posizionato di fronte ad uno specchio. Mi sentivo un trampoliere alle prime armi, ero così felice e mi specchiavo calibrando attentamente ogni movimento. Mia madre non mostrava alcun gesto d’approvazione anzi, così dopo quasi tra quarti d’ora giungemmo ad un compromesso. Le preferite furono delle amabilissime zeppe. Una specie di sneachers alta che virava dal color panna all’oro. Questa scelta trovò d’accoro anche la mamma e la commessa così uscimmo dal negozio con un grazioso pacchetto color fragola. Avevo vinto.

Appena tornai a casa andai subito a rinfilare ai piedi. Sulla porta della mia stanza si affacciò mio fratello che con un sorriso beffardo mi disse: “adesso sembri proprio una Tap-model” e andò via sghignazzando. Non mi interessava, mi specchiai l’ultima volta e mi sorrisi da sola … giurai che da quel momento in poi avrei portato solo tacchi!

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