Mercoledì, 18 Settembre 2013 07:45

Thermos

Scritto da Anna Rita Lisco

Sono  in cinque, in tuta grigia e blu, allineati come sardine in scatola, sul cornicione del terzo piano e tra questi c’era Mino, mio fratello. La sua figura si staglia nitida contro le mattonelle color biscotto dell’edificio, mentre gli altri sembrano piccole ombre senza contorni.

Non gli stacco gli occhi di dosso, mentre il capannello di gente attorno a me si fa sempre più numeroso. Percepisco lontana una sirena e poi intravedo ad intermittenza una fastidiosa luce blu, che non distoglie la mia attenzione.

Vorrei gridare qualcosa, ma le parole se ne stanno lì, al caldo della mia incoscienza. Le mani si tormentano nelle tasche del cappotto, mentre coi tacchi, picchietto sul selciato, come a voler schiacciare invisibili formiche. 

“Che succede?”

Si informa uno in divisa, facendosi largo tra la folla. Io gli indico con il mento quei cinque sprovveduti che giocavano agli eroi.

“Perché sono lì?” 

Domanda un altro, spalancando la portiera e sollevandosi in piedi come un soldato.

“Protestano”.

Sussurro distogliendo lo sguardo e fissando i miei scarponcini. 

“Contro chi? Cosa?”

“E chi lo sa.”

Rispondo laconico, arricciando le labbra. 

“Pazzi”.

Commenta un tizio alle mie spalle.

Non ce la faccio. Le parole che avrei voluto sparare contro mio fratello, le sputo allo sconosciuto, voltandomi di scatto.

“Pazzi? Come si permette di giudicare?” 

“Dico che ci sono altri modi per protestare. Meno plateali e pericolosi. Se uno di loro precipita da quell’altezza, non vedo come risolverà i suoi problemi”.

Non riesco a replicare. Mi limito a fissarlo in cagnesco, con gli occhi torvi. 

Che ne sa lui dell’esasperazione che ha portato quei poveracci a ciondolare con le gambe a quindici metri di altezza? E’ uno di fuori, lo si riconosce da come porta lucide le scarpe e ben limate le unghie. Le mani di un pianista, avrebbe sentenziato mio fratello. Non come le sue, torpide e unte come quelle di un meccanico. 

“Guardi che se non ci fosse gente coraggiosa come quella, noi saremmo rimasti ancora nei latifondi a far arricchire nobili e re!”

Finalmente una signora occhialuta viene in mio soccorso. Non sono mai stato bravo con i discorsi. Sì, le parole mi vengono in gola, ma poi tornano al mittente, senza che gli altri ne vengano a conoscenza. Mio fratello lo sa, per questo, spesso, prende parte alle discussioni per difendermi. 

Ecco, anche ora lo fa, mentre dalla sua postazione si srotola uno striscione.

“Operai carne da macello. Adesso basta!”

Non capisco il senso della frase, ma sorrido compiaciuto. So che ha scritto quelle parole pensando a me. 

Mi hanno messo fuori due settimane fa. E come me altri sette. Riduzione del personale. Poca redditività. Tagli ai costi. La verità è solo che “loro” non vogliono guadagnarci di meno. E “quelli” che devono sacrificarsi siamo “noi” , gente al declino. Siamo poveri, che ci costa impoverirci maggiormente? Loro si, avvertirebbero le differenze dei minori introiti. E non sarebbe giusto. L’azienda è la loro, i soldi investiti, i loro, le azioni tra le attività, sempre loro. Noi siamo i numeri sul libro matricola. Siamo gli oneri Inps e Inail, siamo quelli che rompono con i sindacalisti, i permessi e le ferie d’agosto. Perché non siamo nati macchine? La colpa è solo nostra. 

Vedo un tizio con una telecamera che riprende il disperato spettacolo e un altro incravattato  che intervista un ex collega.  Riesco a raccogliere solo frammenti di parole, ma mi bastano per inveire contro.

“… Non si protesta a questo modo… l’azienda tutela i dipendenti….  I licenziamenti erano necessari….” 

“Ma che cazzo dici???” 

L’occhio della telecamera mi punta, ma non ci faccio caso. Sfilo il microfono dal giornalista e quasi lo addento per parlarci sopra. 

“Prima di gettare sul lastrico sette famiglie, per far tornare i conti, si cercano altre soluzioni, magari meno redditizie, ma più umane. Quelli lassù sono degli eroi perché stanno manifestando per coloro che sono stati fatti fuori. Io sono uno di quelli. La mia vita è appesa a un filo, non ho soldi per far campare la mia famiglia e i sussidi sono miserevoli e arrivano quando è già troppo tardi”. 

Consegno quello che sarebbe dovuto essere il mio megafono, il mio strumento di protesta. Mi confondo tra la folla e mi dirigo verso l’entrata. Non c’è nessuno che controlli il passaggio. 

Un altro disperato si aggiungerà sul cornicione arancione della fabbrica “THERMOS”.

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