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Venerdì, 15 Luglio 2011 18:36

Michael Jackson e la paura – racconto quinto

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ROMA - La comoda e bella casa affittata dalla Motown per i Jackson si trovava a Encino, distretto di Los Angeles situato nella San Fernando Valley. Aveva stanze spaziose, chiare e ben arredate, una cucina con tanti elettrodomestici ed era costruita su più piani.

Michael aveva sentito che la loro vita era nettamente migliorata ma ripensava a Gary dove, in tre camere, stavano in undici e si chiedeva con commozione se mai sarebbero tornati. Provava, a volte, nostalgia e sottile depressione. Gli impegni non gli lasciavano  spazio per compiangersi ma qualcosa di fondamentale mancava alla sua infanzia, cosa fosse non sapeva. La musica era tanto:  si sentiva sempre felice sul palco, inondato di applausi, eppure non gli bastava. Dall’età di cinque anni aveva imparato a misurare se stesso come un fenomeno da baraccone: sin da allora era stato al settimo cielo quando veniva osannato, ma aveva avuto anche molta paura di essere cannibalizzato se gente appiccicosa lo prendeva in braccio e lo sbaciucchiava.



I Jackson 5 fecero il primo concerto organizzato dalla Motown il 2 maggio 1970, un sabato sera, al Philadelphia convention center. Benché avessero venduto una valanga di dischi non si erano ancora resi conto di cosa fosse la popolarità, ma quella volta lo toccarono con mano e ne furono scioccati: 150 poliziotti faticarono non poco a tenere a bada gli spettatori che avrebbero voluto assaltare il palco per toccarli. Joe, che aveva come sempre accompagnato i ragazzi, li riportò a casa  e Katherine andò loro incontro, trepidante come chi attende i marinai dalla tempesta.
Com’è andata Joe?
Incredibile… solo all’aeroporto c’erano forse quattromila persone!
Sediamoci… c’è la frittata – disse la donna indicando la tavola
Mamma non ho fame – fece Michael – sono stanco…
Devi mangiare, sei magro come un chiodo…
Tutti quegli scalmanati mi danno fastidio, ci strappano i vestiti!
Che vuol dire? – sua madre lo scrutò senza capire
In effetti – si intromise il padre – i nostri figli non possono più frequentare scuole pubbliche, i fan gli salterebbero addosso…
Cioè?
Jermaine andò verso la mamma e mostrandogli le palme spiegò:
-   Eravamo tutti scioccati… ma Michael ha veramente avuto paura di morire, è crollato e si è messo a piangere… anch’io non so per quanto tempo potrò reggere se i concerti fanno questo effetto… siamo dovuti rientrare in albergo scortati da tre motociclisti della polizia o ci avrebbero smembrato!
Appena un mese dopo, i Jackson 5 pubblicarono  “ I’ll be there”, un disco che si rivelò essere il più venduto della Motown  fino a quel momento e  li  portò  in tutti i circuiti televisivi.

The Jackson 5 – I’ll be there






Il Madison Square Garden, stadio di New York e sede di concerti leggendari – da Frank Sinatra, a Elvis Presley, ai Queen, a Elton John -  nell’agosto del 1971 vide arrivare  i Jackson 5 per una esibizione i cui biglietti erano andati a ruba. Poco prima dell’inizio le gradinate erano gremite, il vociare   assordante.  Un’atmosfera da incubo. Jacko si sentiva su una zattera in mezzo all’uragano.
Fateli smettere o non usciamo! – prese a urlare  
Non sapeva di essere agorafobico,  sudava, la folla gli metteva panico: si chiedeva cosa sarebbe accaduto se qualcuno avesse superato il limite. Malgrado fosse abituato alle arene,  era troppo. Alla fine lui e i fratelli si decisero a entrare in scena. Accordarono gli strumenti. Michael mosse i primi passi di danza. Impugnò il microfono. Il chiasso aumentò. Di colpo un tuono: alcuni fan impazziti avevano preso  d’assalto il palcoscenico. Michael Jackson scolorì.
Tornate ai vostri posti o non potremo suonare!
Veloci i Jackson 5 scapparono dietro le quinte.
-    Fateli smettere! – strillava il piccolo Jacko in preda a una crisi isterica.
Arrivò un responsabile:
-   Lo spettacolo è stato sospeso per invasione di campo.
Da quella volta la paura non abbandonò mai Michael Jackson, quando vedeva mani tese e sventolanti si sentiva soffocare.  Quelle dita che anelavano ad agguantare un lembo dei suoi vestiti, uno dei suoi capelli,  erano avances di innamorati focosi e pericolosi. Si sentiva defraudato della propria intimità, esposto a un possesso che sentiva violento.  Ma, paradossalmente, si era insinuato anche il panico di perdere quegli innamorati: loro erano la sua fortuna, l’ identità, la vita, doveva dare il meglio di se mantenendo livelli altissimi o sarebbe rimasto solo. Tensione difficile da sopportare.


Quando andavano in tournèe Michael divideva la stanza con Jermaine, il maggiore. Con lui Jacko si tranquillizzava perché suo fratello dei fan non aveva paura.  Dalle fan poi Jermaine   si lasciava corteggiare e appena poteva ne invitava una per la notte. A Michael  le ragazze davano fastidio: rannicchiato al posto suo, sentendo il cigolio del letto, le risa, l’ansimare dei due,  non vedeva l’ora che finissero. Provava imbarazzo e  disgusto, ne era sconvolto. Una volta, quando Jermaine rientrò dopo aver accompagnato la tipa a casa, disse furioso al fratello:
Bene, ti sei divertito? Ora finalmente possiamo dormire in pace!


Il sesso a Jacko metteva ansia. Le smancerie erotiche, associate all’idea di mani che tentavano di ghermirlo, assumevano la forza di uno stupro. Rivoltanti gli erano sembrati gli amplessi di cow-boy e spogliarelliste ai quali aveva assistito da bambino. Si sentiva in colpa all’idea del sesso. Coloro che lo praticavano erano sporchi. Sua madre, alla quale era molto affezionato, gliene parlava come  cosa biasimevole: soprattutto i rapporti omosessuali e l’adulterio, ma anche qualsiasi forma di erotismo che non fosse finalizzata alla procreazione tra coniugi.  Suo padre, che cambiava una “grupie” a settimana, viveva nel peccato. Michael stesso lo odiava perché tradiva la  mamma: se non ama lei, si diceva,  non ama neanche noi figli.


Quella sera Joe rientrò tardi, piuttosto alticcio, dopo essere stato a  un ristorante dove aveva invitato una bionda appariscente. Salì le scale, salutò i ragazzi con il largo sorriso che  mostrava quando era in dolce compagnia. Appena gli passò davanti Jacko si ritirò in camera:
Buonanotte pa’… buonanotte signora –  e chiuse la porta.
Di lì a poco però sentì bussare.  Michael meravigliato aprì: suo padre entrando lo affrontò furente.
Quante volte devo dirti di non chiamarmi pa’ , ma Joe… Joe hai capito?
Aveva dimenticato che quando stava con una donna doveva rivolgersi a lui per nome, perché passare per padre di cinque figli lo faceva sentire vecchio.
Scusa mi è sfuggito… - si scusò e guardò a terra mortificato
Brutto frocio! –  Joe  gli mollò un ceffone.
A Michael si riempirono gli occhi di lacrime e il cuore di rabbia: suo padre lo biasimava perché era timido ed evitava le ragazze, strinse i pugni per non urlare. Quando sarebbe arrivato il giorno in cui ne avrebbe fatto a meno? Odiava quell’uomo autoritario, che comunicava solo con le mani. Da lui si era sentito sfruttato,  manipolato, disprezzato. Bambino prodigio era cresciuto pensando di essere amato solo se all’altezza. Voleva invece essere accettato senza doversi misurare:  per quello che era,  nel bene, ma soprattutto nel male. Da suo padre aveva la sensazione di essere stato violentato e, quando si trovavano a tu per tu, a tratti gli veniva  nausea. Così quella sera gli accadde di andare in bagno e vomitare. Ciò che sentiva, si chiese, era stato un sogno o era accaduto?


Diana Ross e Berry Gordy gli sedevano di fronte, dietro la scrivania nello studio della casa discografica. Jacko non capiva perché avessero convocato soltanto lui: di esami ne aveva fatti molti, ma non si era abituato. Mista a curiosità provava un’agitazione sottile. Attendeva impaziente. Mister Gordy si schiarì la voce e disse grave:
Michael stiamo prendendo una decisione importante.
Lui guardò entrambi interrogativo.
Abbiamo pensato che saresti pronto a iniziare una carriera da solista.
Jacko allargò gli occhi.
Sia chiaro – intervenne Diana Ross – che questa attività andrà di pari passo con quella dei Jackson 5.
Hai delle qualità notevoli che vanno valorizzate – spiegò Berry Gordy – sei contento?
Michael assentì e sorrise.
Non lascerò i miei fratelli…
In realtà la famiglia, quella famiglia nella quale  non si sentiva a suo agio, era il gruppo che lo sorreggeva, al quale voleva conformarsi. Avvertiva  molto forte il bisogno di appartenere a un clan. Lo chiamavano “dancemonster” ma mostro vuol dire “organismo insolito”: troppo faticoso essere tale.  Desiderava far parte della stessa chiesa: la “diversità”, sapeva per istinto,  condanna alla solitudine. L’amore del pubblico era fondamentale, suppliva alla poca considerazione di sé. Per piacersi doveva essere come gli altri volevano, fare quello che gli altri desideravano facesse, essere colui che si aspettavano: anche se spesso non c’era accordo con i suoi desideri più profondi e più veri.


***                                                                                        


Ma, malgrado i dubbi, la paura di spiccare il volo, di assumersi una responsabilità troppo grande per un bambino,  nell’ottobre del 1971, a tredici anni, Michel Jackson pubblicò il suo primo disco da solista: “Got to be there”. Un nuovo passo nella carriera e  un nuovo successo.


Michael Jackson – Got to be there




(continua)

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Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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