Lunedì, 20 Gennaio 2014 08:29

Scambio e convenienza (terza parte)

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In quel posto Orazio imparò tante cose a livello umano che tutt’ora porta con sé. Chissà se queste persone, che vivono come nel passato, senza luce, senza gas, senza riscaldamento, senza televisione, senza nulla, riusciranno a resistere fino alla fine dei loro giorni, circondati da un tipo di vita consumistica che arriva anche in quei posti tramite alcuni turisti proponendo comodità facili e veloci.

Ma queste persone sono animate da uno spirito antico che a Orazio piacque molto. Addirittura conservano libri di medicina naturale dei primi anni del novecento. Fanno il pane, hanno l’orto, hanno la legna, hanno voglia di condividere la loro vita con chiunque voglia fare lo stesso con loro, con chiunque vada lì a sostenere questo tipo di esistenza. Purtroppo il tempo passò veloce ed Orazio dovette ritornare a casa per preparare gli esami di settembre. Ma in cuor suo promise che sarebbe ritornato a far visita a quella gente che a suo avviso era circondata da qualcosa di magico e altro. Quando Orazio si ricongiunse alla civiltà guardava le persone con altri occhi, non aveva più paura ed era come se avesse capito tutto. Con tutto intendo il meccanismo che sta al di sopra degli uomini, fatto di coincidenze, casualità, scopi, tutte le paure in generale, le paranoie che affliggono il mondo moderno, lo stress che ammazza gli individui, le coercizioni che fanno in modo di non poter vivere la propria vita liberamente. Perché quella di Orazio non era paura di crescere, come molti uomini più grandi di lui forse avrebbero pensato. La sua era la non voglia di far parte di quegli esseri che si considerano cresciuti,  ma che in realtà sono solo dei poveri pezzenti, illusi dalla mondanità, che pensano di condurre una vita modello. Come può una persona ammettere di amare un lavoro che è totalmente estraneo al suo io e al suo impulso vitale. Come può un uomo rinchiudersi in un edificio di cemento per cinquant’anni della sua vita, vedere e parlare o litigare con le stesse persone tutti i santi giorni? Questo era quello che Orazio non riusciva a capire, e di questo aveva paura. Lui non avrebbe mai ammesso di amare un lavoro che non entrasse a far parte dei suoi interessi vitali e che non fosse eticamente compatibile con la sua persona. Non riusciva a spersonalizzarsi, a diventare un robot. Lo aveva fatto, ma non aveva mai ammesso di aver passato dei momenti piacevoli durante un solo giorno di lavoro. Il lavoro rende schiavi, appiattisce gli animi, la creatività, obbliga le persone a rubare, a fregare i più deboli. Non esiste per Campanin, un lavoro che evada da queste condizioni. Ma Orazio non è uno scansafatiche, come possono pensare tutti quelli che lo vedono evitare il mondo del lavoro nella città in cui è costretto a vivere. Orazio per esempio nei giorni in cui era stato da quelle splendide persone in montagna, lavorava volentieri, ma lavorava per avere caldo la notte, per procurarsi del cibo che poi avrebbe mangiato, per ottenere il latte che poi avrebbe dato il formaggio. Quel tipo di lavoro era diverso, totalmente differente dalle logiche della civiltà moderna. Infatti tutto era diventato azienda, anche le piccole malghe di montagna avevano avuto l’idea di trasformarsi in ristoranti per turisti. Quel tipo di lavoro non avrebbe potuto farlo da nessuna parte. Avrebbe dovuto comprare della terra per poi farne l’uso che voleva, ma questo era impossibile perché Orazio non aveva niente. Che fare dunque? Intanto Campanin era ritornato al punto di partenza, intravedeva qualche volta spazi di vita che gli interessavano, ma per le circostanze sempre sfavorevoli doveva sempre far ritorno al luogo di massima solitudine. “Orazio vai a prendere tua sorella che arriva in stazione?” gli chiese la madre verso le cinque di quel pomeriggio piovoso. “Va bene, a che ora arriva?”, rispose lui un po’ seccato. “Alle sei e trentasei!” disse la madre. Orazio aiutava volentieri in casa ma non come suo cugino, schiavizzato e sottomesso totalmente da una famiglia che non meritava nemmeno questo appellativo. Pietro era il vero sfigato, quello a cui tutte le sfighe erano capitate e sarebbero continuate a capitare. Non esisteva al mondo un giovane di trent’anni così messo male. Non aveva amici, ma no perché non li voleva, ma perché era sempre stato antipatico a tutti. Si atteggiava con la sua macchina che sembrava un pedalò, comprata usata e che non riusciva nemmeno a mantenere, visto che era sempre in riserva di carburante. Tutto perché amava farsi vedere ricco, disinvolto, senza problemi. Ma agli occhi di tutti era uno sfigato, un fighetto e pure una testa di cazzo. Questo solo come prima apparenza, poi quando lo conoscevi avresti aggiunto la parola “stupido”. Si perché era questo il suo problema, era uno stupido buono… Ovvero non si rendeva conto di quello che esprimeva alla gente quando passava; non sapeva stare in mezzo alle persone! 

Orazio non sopportava l’idea di uscire con suo cugino fin dall’inizio. Per qualche volta sarebbe potuto anche andar bene, ma essendo Pietro una persona che non capiva tanto le cose, anche se gli venivano spiegate, come un asino continuava per il suo cammino. Ad Orazio dava fastidio camminare per la strada con uno che gli stava attaccato, che faceva le sue stesse cose quando era in pubblico e che addirittura ne imitava le pose quando erano fermi o seduti ad un bar. Tutto ciò lo agitava in un modo talmente ossessivo, che alle volte avrebbe voluto cacciarlo senza che lui poveretto avesse fatto in cuor suo niente di male. Pietro quindi per mantenersi la costosa macchina da corsa, andava, sotto comando della sorella zitella di suo padre, dal nonno a fare il badante e un giorno si venne a sapere che lo portava anche in bagno e che lo aiutava a fare i suoi bisogni, pulizia inclusa. Orazio non riusciva a capire questa cosa, come potesse Pietro pulire il culo di suo nonno e dopo chiamarlo anche nonno. Comunque ognuno si guadagna da vivere come può e siccome tornava spesso dal nonno ad Orazio venne il dubbio che a suo cugino piacesse fare quel mestiere. “De gustibus” pensava Campanin che dopo essere andato a prendere la sorella si rinchiuse nuovamente in camera a pensare una soluzione per andarsene da quella città che lo stava soffocando.

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