Venerdì, 11 Maggio 2012 18:44

Pensioni. Con il contributivo per i part-time pensioni più basse. E sono soprattutto donne

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ROMA - Il sistema di calcolo contributivo delle pensioni oltre ad essere stato il grimaldello utilizzato per assaltare le pensioni di tutti i lavoratori italiani ha alcuni difetti insiti nella propria modalità di funzionamento che sono strutturali e su cui occorrerebbe intervenire normativamente.


Più volte sono state illustrate le due principali soluzioni adottate per tenere più basse possibili le pensioni dei lavoratori, attraverso la scelta di tassi di rivalutazione dei montanti contributivi e di conversione di questi montanti in rendita a dir poco opinabili, ma esiste anche un problema di genere collegato alla fruizione di periodi di lavoro ad orario ridotto.
Con il contratto part-time infatti la contribuzione che viene accantonata dal lavoratore sul proprio montante contributivo individuale e che verrà poi trasformata in pensione al cessare dell’attività professionale è ridotta, come l’orario e come la retribuzione.


Ci saranno quindi accantonamenti ridotti che comporteranno pensioni più basse.
La questione diviene di genere dando un’occhiata ai dati sul lavoro part-time in Italia. Nel 2010, ad esempio, delle persone in possesso di un lavoro ne risultavano impiegati a tempo parziale il 15 per cento.
Il dato per genere è però assolutamente polarizzato in quanto risultavano impiegati part-time appena il 5,5 per cento dei lavoratori di sesso maschile a fronte di un sostanzioso 29 per cento delle colleghe lavoratrici.
Con i dovuti arrotondamenti appena un uomo su 20 e quasi una donna su 3 oggi sono a part-time e domani percepiranno una pensione minore.
La quantificazione del danno è solo indicativa, come sempre in caso di proiezioni a lunga scadenza e su basi incerte, ma si aggira su una riduzione del rapporto tra il primo assegno di pensione e l’ultimo stipendio di poco meno dello 0,5 per cento per ogni anno di part-time al 75 per cento e poco meno dell’uno per cento per ogni anno di part-time al 50.
Così un lavoratore che resta in part-time al 50 per cento per 6 anni perderà una parte del proprio assegno di pensione pari al 6 per cento del proprio ultimo stipendio, mentre se avrà optato per il 75 per cento perderà appena, si fa per dire, il 3 per cento.


Trattandosi poi di una scelta così caratterizzata per genere, almeno in Italia, e che quindi denota come essa sia vissuta come una risposta, spesso l’unica possibile, ad altre problematiche, in primis familiari, è evidente come sia del tutto necessaria una risposta normativa che possa annullare o almeno limitare gli effetti pensionisticamente punitivi del lavoro ad orario ridotto.
In sintesi, almeno per chi percorre la strada del part-time in presenza di figli minori, almeno in presenza di figli molto piccoli o con disabilità, chi assiste (mi permetto di aggiungerci realmente) un parente invalido o è egli stesso invalido, almeno per i lavoratori part-time in queste particolari condizioni si dovrebbero cercare e trovare soluzioni.


La prima soluzione potrebbe essere quella di mettere a carico della fiscalità complessiva tutta o una parte della contribuzione mancante alla contribuzione full-time del lavoratore. Il lavoratore ed il datore di lavoro versano la contribuzione sulla quota di retribuzione derivante dalla quota di orario di lavoro svolta e la restante parte viene versata dallo Stato. Questa soluzione costa soldi veri oggi.
La seconda soluzione potrebbe invece essere quella di mettere a carico della fiscalità complessiva tutta o una parte della pensione mancante al lavoratore che gode oggi di part-time. I versamenti di oggi sono ridotti ed al momento della pensione si effettua il calcolo dell’assegno con i contributi effettivamente versati e come se i contributi effettivamente versati fossero stati quelli del lavoro full-time, mettendo a carico della fiscalità generale tutta o una parte della differenza.
Questo costa la promessa di soldi veri, e domani costerà soldi veri quando si dovranno pagare le relative integrazioni.
La terza soluzione, che è quella che sostanzialmente si sta percorrendo oggi, non costa nulla e si è già dimostrata vincente più volte, è quella del silenzio.
Nessuno ne parla, pochissimi se ne accorgono e molti, quando se ne accorgono, scoprono che è troppo tardi per fare qualcosa.

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Amerigo Rivieccio

Laureato in Economia Aziendale ed abilitato all'esercizio della professione di Promotore finanziario; dal 2001 sono contabile alla Camera dei deputati. Prima di approdare a Montecitorio sono stato ragioniere:
alla Presidenza del Consiglio; al Comune di Napoli; in una cava di inerti.
Ma sono stato anche Funzionario dell'Unione europea e arbitro nazionale di pallacanestro.

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