Sabato, 01 Febbraio 2014 17:34

Lo scandaloso rapporto tra Banca d’Italia e banche private

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ROMA - Sono troppi i dubbi e gli interrogativi sul recente decreto legge relativo alla rivalutazione del capitale della Banca d’Italia per lasciarli “scivolare” nel dimenticatoio delle decisioni politiche ed economiche più controverse.   

L’aver poi abbinato scelte strategiche, l’assetto della banca centrale e le dismissioni di immobili del patrimonio pubblico, alla necessità di alcune coperture di bilancio, anche in relazione alla questione IMU, costituisce una brutta macchia nell’attività del Governo e dello stesso Parlamento, che non ha tenuto conto delle vistose disomogeneità delle materie incluse nel decreto.   In tempo non sospetto abbiamo sostenuto l’opportunità di acquisire l’intera proprietà della banca centrale da parte dello Stato. Invece si è ricorso ad un trucco per far passare la rivalutazione del suo capitale regalando 7,5 miliardi di euro alle banche private e ad altri pochi azionisti. E’ inaccettabile.  Per giustificare tale operazione si è detto che il valore del capitale azionario della banca centrale era immutato dal 1936 ed era pari a soli 176.000 euro. Una incongruenza da rettificare. Ma perché sorvolare sul fatto che le quote di proprietà erano originariamente affidate a banche di interesse pubblico? Non si è tenuto conto che esse nel frattempo sono diventate banche private.

 

Attualmente Intesa San Paolo con il 42,4% e Unicredit con il 22,1% controllano quasi due terzi delle azioni della Banca d’Italia! Soggetti non bancari, come le Assicurazioni Generali, l’Inps e altri, detengono 15,5% delle quote. Il resto è in mano a banche private ciascuna con meno del 5% delle azioni. Come si può evincere, le due maggiori banche private italiane fanno la parte del leone e ottengono quasi 5 miliardi di euro di appannaggio.  E’ un vero e proprio regalo che non ha giustificazione alcuna. Si ricordi che nel corso degli anni non solo gli azionisti privati della banca centrale non sono stati costretti a cedere le loro quote al Tesoro, ma hanno incassato notevoli dividendi, senza rischio alcuno, per l’attività svolta dall’istituto di via Nazionale. Nel solo 2012 ne sono stati distribuiti per 70 milioni di euro. 

Le motivazioni ufficiali di tale decisione sono risibili quanto incredibili. Si sostiene che la rivalutazione delle quote serva ad aumentare la patrimonializzazione delle banche anche in vista degli stress test richiesti dalla Bce e dal nuovo regolamento di Basilea III.  Anzi questo è proprio l’”obiettivo”: si intende aiutare le banche private.  

Al riguardo si afferma che, dopo lo scoppio della crisi del 2008, mentre la Germania ha speso 64 miliardi di euro per salvare, ricapitalizzando, le sue banche, la Francia ne ha speso 25 miliardi, il Regno Unito 82 e la Spagna 60, l’Italia ne avrebbe speso solo 6. Perciò, dicono, la scelta in questione rafforzerebbe il patrimonio del sistema bancario senza spendere un euro dei contribuenti e senza mettere mano al bilancio pubblico. Che geni! Le banche ringraziano.   Si ricordi che i crediti deteriorati dell’intero sistema bancario italiano ammonterebbero a circa 250 miliardi di euro.  I cantori della rivalutazione sostengono futuri effetti positivi per il credito alle imprese. Pura illusione. L’esperienza della politica dei soldi facili e a tasso zero lanciata in passato dalla Bce non ha prodotto alcun risultato virtuoso nel mondo delle imprese e degli investimenti. 

 

Ma è di questo che la nostra banca centrale aveva bisogno? Se “il patrimonio della Banca d’Italia è un patrimonio della collettività” perché dare tutte le sue azioni di controllo in mano alle banche private? La risposta è vecchia e falsa. Si sostiene che le banche private darebbero garanzie di trasparenza e di indipendenza agli istituti di emissione. Non è così. Del resto quali garanzie si può avere da banche private che nel mondo, come dimostrano le vicende degli ultimi 5-6 anni, sembrano dominate da una corruzione dilagante?

 

Mario Lettieri  e Paolo Raimondi

  • Mario Lettieri Sottosegretario all'economia nel governo Prodi
  • Paolo Raimondi Economista

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