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Martedì, 15 Marzo 2011 16:05

Fiat. Operai di Termini Imprese bloccano l’autostrada. Futuro incerto per i lavoratori

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PALERMO - Sono circa 200 gli operai della FIAT di Termini Imerese e dell’indotto che questa mattina hanno bloccato l’autostrada A 19 Palermo-Catania per protesta, ma soprattutto per avere certezze riguardo il loro prossimo futuro. 

In questo stesso giorno Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero di otto ore per chiedere la riapertura del tavolo delle trattative tra sindacati e Ministero dello Sviluppo Economico, in relazione all’accordo programmatico siglato il 16 di Febbraio scorso tra Ministero e Regione Sicilia, per la riconversione di Termini Imerese nel momento in cui la FIAT abbandonerà il sito, ovvero il 31 dicembre di quest’anno.

L’accordo prevederebbe la sua attuazione entro 36 mesi per un investimento complessivo di un miliardo di euro e per un totale di 3.300 posti di lavoro una volta a regime. In realtà, da quanto afferma il segretario Provinciale della Fiom Roberto Mastrosimone, non esisterebbero né garanzie né certezze occupazionali per i lavoratori FIAT, visto che non si conoscono ancora nel dettaglio i piani industriali e d’investimento. E’ per questo motivo che un tavolo tecnico tra sindacati e ministero dello Sviluppo economico risulta ormai  improcrastinabile.

D’altre parte i lavoratori della FIAT ne hanno di che essere preoccupati per il loro futuro. Il 16 febbraio scorso il Ministro Paolo Romani presentava l’accordo come l’inizio di una nuova fase di rilancio in grandissimo stile con l’ingresso di sette nuove e grandi realtà industriali nel tessuto produttivo siciliano, ma anche come un segnale concreto di vitalità del tessuto economico italiano nonché di una grande capacità di questo governo di “mettere a sistema le migliori forze del Paese”.  Ora tutto questo sarebbe bello e soprattutto sarebbe auspicabile per i futuri “disoccupati” di FIAT e per la rinascita di Termini Imerese, se non fosse che tre di queste sette aziende scelte da Invitalia, advisor del governo, in procinto di investire sul suolo siciliano non dessero adito ad alcune perplessità e dubbi in merito alla concretezza proprio delle loro capacità d’investimento. Non molto tempo fa Il Fatto Quotidiano riportava in un articolo l’ipotesi si potesse nascondere un bluff dietro il grande rilancio di Termini Imerese, soprattutto in virtù del fatto che alcune di queste aziende, in prima fila per il salvataggio dello stabilimento FIAT, non godano di una situazione economica come dire propriamente “stabile”. Prendiamo ad esempio il caso della DeTomaso, ex Pininfarina, acquistata da Gian Mario Rossignolo: da oltre un anno i suoi 900 dipendenti sono fermi in cig, con ritardi nei pagamenti e in attesa che siano avviati i corsi di formazione finalizzati alla produzione promessa dal nuovo proprietario. La De Tomaso si propone al mercato con progetti molto ambiziosi, tra i quali la produzione di 8 mila esemplari di un nuovo crossover, da presentare al prossimo salone di Ginevra; si sta parlando di un piano industriale ancora in pre-fase di decollo e, considerata la crisi dell’automobile, il suo sviluppo è ancora tutto da verificare con il tempo.


Tra gli altri “salvatori” di Termini ci sarebbe la Cape Rev di Simone Cimino (conosciuto come uno che compra e vende aziende) che dovrebbe produrre auto elettriche su suolo siciliano con un investimento pari a 180 milioni di euro. Il problema è che anche Cimino non naviga in acque particolarmente tranquille, basti pensare che la sua T- Link, Compagnia appunto di navigazione tra la Sicilia e la Liguria, nel 2010 ha avuto perdite superiori al capitale.  

Altro soggetto impegnato nel rilancio di Termini sarebbe la grande azienda produttrice e distributrice di fiori di Ciccolella che dovrebbe investire circa 200 milioni di euro, peccato però che anche questa negli ultimi tempi sembra aver avuto qualche problema di “perdite” di troppo rispetto ai ricavi, senza contare che il titolo in borsa, causa la crisi economica, ha avuto una discesa in picchiata dal 2008 ad oggi di notevole portata (da 7.6 euro del 2007 a 77 centesimi).


C’è dunque da sperare per i lavoratori di FIAT che, almeno come ipotizzato dal Ministro Romani, ci possa essere l’opportunità magari in un secondo tempo di aprire anche ad altre aziende in aggiunta alle magnifiche sette finora scelte per la “grande rinascita”. Anche perché basterebbe che una sola di esse si sfilasse che ovviamente salterebbe tutta l’operazione. Per cui ad oggi i lavoratori di FIAT hanno come unica e concreta verità la perdita del loro posto di lavoro.

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Rita Salvadei

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