Sabato, 17 Gennaio 2015 11:38

Lo Stato non paga, le imprese perdono 35 miliardi di euro

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MESTRE - Bortolussi: “Settecentomila imprese hanno denunciato che a seguito dei mancati pagamenti sono a rischio chiusura”. Sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze è scaduto da un mese e mezzo l’aggiornamento dei dati riferiti ai pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione: per quale ragione?

In Italia ben 3.400.000 imprese, pari al 76 per cento del totale nazionale, soffrono di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti. A seguito dei mancati incassi, le perdite hanno toccato i 35 miliardi di euro: 1.700.000 imprese (il 39 per cento del totale) hanno segnalato che a causa di questa criticità non hanno potuto effettuare assunzioni, mentre 900.000  aziende (pari al 20 per cento) hanno valutato la possibilità di licenziare in ragione di problemi conseguenti al ritardo dei pagamenti. Infine, 700.000 imprese (pari al 15 per cento del totale nazionale) si trovano  sull’orlo del fallimento. Questi risultati si riferiscono al sentiment degli imprenditori rilevato nel 2014 e sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA sulla periodica indagine conoscitiva condotta a livello europeo da Intrum Justitia. 

“Le cause di queste criticità  – segnala il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi  - vanno ricercate nei tempi medi di pagamento effettivi presenti in Italia che intercorrono nelle transazioni commerciali sia tra imprese e Pubblica amministrazione (Pa), sia tra imprese private. Nel primo caso, i giorni medi necessari per il saldo fattura sono 165; nel secondo caso, invece, si arriva a 94 giorni. In entrambe le situazioni siamo maglia nera quando ci confrontiamo con i nostri principali partner dell’UE”.

Sebbene il decreto legislativo n° 192/2012, che recepisce la Direttiva europea contro i ritardi nei pagamenti, sia entrato in vigore da due anni, la situazione non è cambiata molto.  Per legge il committente deve pagare il fornitore entro 30 giorni dal ricevimento della merce o dall’emissione della fattura. Salvo accordi tra le parti, il pagamento può slittare sino a 60 giorni e, in casi eccezionali, superare anche quest’ultima soglia. Si auspicava che, finalmente, si fosse stabilito un principio fondamentale: chi lavora deve essere pagato in tempi certi e ragionevoli. Purtroppo, nonostante una leggera riduzione dei tempi medi, rimaniamo i peggiori pagatori d’Europa sia nel pubblico sia nel privato”.

Tenendo conto della contrazione nell’erogazione del credito avvenuta in questi ultimi anni, del livello di tassazione che rimane ancora elevato e della dilatazione dei tempi con i quali le imprese (soprattutto quelle di piccola dimensione) vengono pagate dai propri committenti, non sorprende il fatto che molte attività si trovino in seria difficoltà.

“Settecento mila imprese hanno denunciato che, a seguito dei mancati pagamenti, sono a rischio chiusura: pertanto – prosegue Bortolussi - è necessario rivedere la legge attualmente in vigore, rendendo più stringenti le sanzioni contro coloro che deliberatamente non rispettano i tempi di pagamento. Fortunatamente – conclude Bortolussi -  grazie all’introduzione dell’Iva per cassa, che dal mese di dicembre del 2012 consente alle aziende con un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro di versare l’Iva allo Stato solo dopo il pagamento avvenuto, le piccole imprese hanno uno strumento in più per difendersi in questa fase economica così difficile. Ovviamente, tutto ciò non basta”.

Infine, la CGIA ritorna sullo stato di attuazione del pagamento dei debiti della nostra Pa. Gli ultimi dati disponibili sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono riferiti al 30 ottobre 2014 e ci segnalano che i debiti pagati dallo Stato e dalle Autonomie locali ammontano a 32,5 miliardi di euro. Se consideriamo che nell’ultimo biennio sono stati messi a disposizione circa 56,3 miliardi di euro, l’incidenza dei pagamenti effettuati sul totale delle risorse stanziate è pari al 57,7 per cento. Peccato che lo stato di aggiornamento del sito sia però in forte ritardo: era prevista una nuova diffusione di dati per lo scorso 30 novembre, ma a distanza di un mese e mezzo non è stata ancora effettuata. Alla CGIA si chiedono: “Per quale ragione?”

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