Lunedì, 29 Novembre 2010 11:10

Sviluppo economico cieco … che fare? La mistificazione italiana del “post-industriale”

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ROMA - Per cercare di capire il significato di “post-industriale” si deve necessariamente conoscere il farsi dell’industrializzazione, e magari anche la storia del passaggio dall’artigianato, di qualità, all’industria della quantità, anche se qui non si devono mai tracciare confini troppo netti perché l’artigianato non ha mai finito di esistere e molto spesso è sfumato in quella che chiamiamo ‘piccola industria’; proviamo quindi a descrivere, velocemente, la storia dell’industria per poi passare a cercare cosa sia questa “cosa” che viene chiamata “post-industriale”.


Quando si parla di industria si deve necessariamente parlare di quel fenomeno chiamato “rivoluzione industriale” che nasce nella seconda metà del ‘700 in Inghilterra e poi, lentamente, si espande in tutta Europa. Molti storici dell’economia dimenticano spesso che negli stessi anni in cui l’industrializzazione muoveva i suoi primi passi, iniziava, patrocinata dalle idee illuministe, la Rivoluzione francese.
Le due “rivoluzioni”, e le idee che ne scaturirono, si avvolsero tra loro come due serpenti,  in amore … o in lotta feroce: sappiamo che il “terzo Stato” nelle società francese fu il motore della rivoluzione e che i suoi esponenti facevano parte della borghesia emergente, la stessa che poi creò in Francia, e esportò in Europa le idee dell’industrializzazione fuse alle bandiere rivoluzionarie: libertà, fraternità, uguaglianza. A cavallo tra ‘700 e ‘800 il socialismo utopico di San Simon e Fourier aveva ben presente l’industrializzazione e lavorava perché questa non si allontanasse troppo dalle idee di eguaglianza scaturite dalla rivoluzione del 1789. Fourier, che, cristianamente, puntava ad una via per la felicità, cercò di creare comunità, chiamate “falansteri”, dove gli operai vivessero umanamente lavorando per un interesse comune; Saint-Simon dedicò buona parte della sua opera filosofica alla nuova società industriale, scrivendo molte opere sul tema, tra le quali Il sistema industriale e il Catechismo degli industriali.


Anche nel Regno delle Due Sicilie, contrariamente a ciò che racconta la vulgata risorgimentale, nella prima parte dell’ottocento, lo sviluppo industriale fu accompagnato sempre da un’attenzione particolare allo stato sociale degli operai. A San Leucio, nei pressi di Caserta, vi fu un’illuminata politica industriale nel settore di produzione della seta, dove lavoro salariato aveva un volto umano. È solo dopo l’occupazione sabauda che inizia, nel Sud Italia, il dramma dell’immigrazione.


Facendo un salto di più di cent’anni, gli epigoni del socialismo utopico, attenti alle esigenze umane degli operai, li ritroviamo, ad esempio, nelle figure carismatiche di Adriano Olivetti e Aristide Merloni. Entrambi avevano un preciso obiettivo: fondare un’industria creando attorno ad essa una rete sociale che portasse ad una buona qualità di vita. Merloni visse un’infanzia povera, percependo una tragedia sociale che lo segnerà per la vita: l'emigrazione dei suoi conterranei in cerca di lavoro. Iscritto al Partito popolare, Merloni ebbe un’immagine tutta sua del ruolo di imprenditore: il fine sociale dell'azienda; egli volle stabilimenti a dimensione umana e li fece sorgere proprio in quei luoghi dove c'era molta manodopera disponibile che, altrimenti, sarebbe emigrata.


Siamo giunti a grandi balzi a quella “cosa” che viene definita “post-industriale”, espressione verbale che, come tutte le parole che non hanno un contenuto certo, non possiede un significato univoco. L’espressione “post-industriale” nasce in seno al pensiero economico all’inizio degli anni settanta e definisce “le società in cui l'incidenza del settore secondario è ormai definitivamente superata sia da quella del terziario e dei settori più avanzati, che concorrono in maniera determinante alla formazione del reddito nazionale, sia le società in cui, pur rimanendo l'industria il settore centrale almeno in termini di produzione del reddito, la cultura e le relazioni sociali e di potere tipiche della società industriale risultano assai meno pervasive”. Tra i suoi maggiori teorici vanno ricordati D. Bell (The Coming of Post-industrial Society, 1973) e A. Touraine, che è soprattutto attento ai nuovi attori sociali e alle logiche di movimento collettivo e di conflitto che la caratterizzano.
Non è molto chiaro … vero? È una caratteristica degli scrittori di economia, e poi, come diceva il Nerone di Petrolini: “ … quando parli difficile, il popolo s’affeziona”.

Ma ci si può tranquillizzare: in Italia l’espressione “post-industriale” in questi ultimi anni viene “semplificata” – è stato creato un ministero apposito - ed utilizzata per indicare banalmente la fase seguita al declino industriale della società. Cosa che sappiamo non vera, nei contenuti, in quanto il declino è indotto dalla delocalizzazione sia delle industrie propriamente italiane sia di quelle multinazionali.
A questo punto si potrebbe dire che la dizione “post-industriale” quantomeno non è chiara. Di conseguenza, come accade, si può tirare l’espressione ”post-industriale” per la giacchetta, per fini che con la realtà industriale, pre o post,  hanno poco a che fare; nel senso che il “post-industriale” diviene un’espressione mistificatrice ed un alibi che autoassolve i responsabili di disoccupazione, impoverimento della società, tensioni sociali, arricchimento di pochi per l’impoverimento di molti, iniquità sociale, ecc..
Per fortuna nomina sunt conseguentia rerum, ovvero ‘le parole sono conseguenza delle cose’, e quindi dei fatti accaduti nella storia. E la storia dice che la crisi della spinta propulsiva del Socialismo utopico e l’inizio della globalizzazione e della mistificazione del “post-industriale” coincidono.
Il Socialismo in Italia è fallito quando politici di rango come Riccardo Lombardi sono stati messi a tacere perché sulle loro bandiere sventolavano le parole “umano”e “società diversamente ricca”. Il Socialismo è stato poi devastato e distrutto da Craxi e dai sui epigoni.
Da quel momento la politica è finita interamente nelle mani del capitalismo più sfrenato capitanato e legittimato dall’attuale presidente del governo che, dal patto di ferro con il “pseudo-socialismo” craxiano, ne è uscito traendone le proprie conclusioni e la propria condotta. Ma questa è una storia tutta da scrivere.


Però tutto ciò ancora non chiarisce cosa sia il “post-industriale”; per capirne il senso, o ridefinirlo, si devono vedere i veri movimenti della società, abbandonando i massimi sistemi e tornando al microcosmo dell’umano e del rapporto terra terra tra imprenditore e dipendente. L’osservazione di ciò che muta attorno a noi aiuta a comprendere: quali sono le caratteristiche in termini di rapporti umani che si sono trasformate palesemente in questi ultimi vent’anni? Anche qui si deve partire dall’assunto banale che non è la società che forma l’individuo ma è l’individuo che trasforma la società. Partendo da questo assunto si deve comprendere per quale motivo ciò che Olivetti e Merloni pensavano, prima, e poi attuavano insieme ai loro operai, ora, dal 99% degli imprenditori, viene definito “buonismo” che non conviene a nessuno.
Nelle riunioni logistiche aziendali se qualcuno osa perorare le esigenze civili ed umane minime degli operai viene tacciato di “buonismo” e messo a tacere. E questo perché ormai le nuove generazioni degli industriali italiani, vale a dire coloro che ora hanno 35-45 anni e che dopo essere usciti dalle Università, con una stentata laurea in economia, sono andati poi ad occupare la stanza dei bottoni nella “fabbrichetta” di papà, hanno aderito completamente alla ideologia neocapitalistica che si può benissimo tradurre con l’espressione “globalizzazione parassitaria”.


Le piccole e medie imprese, almeno nel nostro paese, hanno funzionato, in termini di creare ricchezza, anche fino dieci, quindici, fa, proprio per quel rapporto, quasi fisico, che intercorreva tra il datore di lavoro e il dipendente.  Un rapporto certamente conflittuale e anche, se vogliamo, sadomasochistico, ma comunque un rapporto dialettico tra esseri umani che si guardavano negli occhi. In questo quadro, per uccidere socialmente un operaio, annichilendole l’identità umana, l’imprenditore doveva essere palesemente disumano e quindi percepito dalla comunità come tale, non potendo, di conseguenza, rientrare congruamente nell’immagine della società civile.
La globalizzazione in Italia ha cancellato questo rapporto, questa immagine di civiltà e di reti sociali basate sul “rapporto fisico” tra quei cittadini che grazie al loro valore intellettuale hanno creato posti di lavoro e altri cittadini che hanno lavorato materialmente al loro fianco.
Ora lo scenario è cambiato, le parole d’ordine sono: delocalizzazione per trovare luoghi politici che permettano di sfruttare meglio gli operai; precariato, per uno sfruttamento intensivo, e quindi disumanizzante, della mano d’opera; assunzione di extracomunitari per il solo fatto che non sanno, e non possono, far valere i propri diritti come gli Italiani; sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la privazione dell’identità sia professionale che umana. Nei colloqui di lavoro la consapevolezza da parte dell’operaio della propria identità umana e professionale è motivo di non assunzione. Tutto ciò impoverisce la stesse aziende le quali, non avendo più operai specializzati che amano il proprio lavoro, in quanto parte integrante della propria identità, si uniformeranno sempre più alla media, producendo solo quantità e non qualità.


Il film di Werner Herzog, Cuore di vetro, uscito nel 1976, è stato straordinario nella sua preveggenza di questa perdita  di rapporto tra l’imprenditore e il l’artigiano/operaio che sapeva i segreti del mestiere: nell’opera di Herzog la morte di colui che custodiva gelosamente il segreto del vetro rosso fa impazzire il padrone della fabbrica del vetro, il quale giunge all’omicidio di una ragazza, al suo servizio, pur di riuscire a produrre di nuovo il cristallo color sangue. Ludmilla, la servetta uccisa, evoca la distruzione dell'immagine interna di coloro che vendevano la propria mano d’opera mantenendo in sé un’identità professionale ed umana ora distrutta in parte dalla tecnologia in parte dal mordi e fuggi degli imprenditori sempre più rapaci e socialmente violenti.


Questa rappresentazione narra la storia della fine tragica del rapporto tra la sapienza del lavoratore salariato, che costituiva la sua identità, e il riconoscimento incondizionato di essa da parte dell’imprenditore.
Tutto questo è devastante, soprattutto per il Paese Italia: noi non abbiamo risorse naturali, non abbiamo neppure possibilità di fondare grandi industrie; abbiamo ancora solo ciò che non abbiamo già perduto: la bellezza culturale e geografica del territorio e la capacità culturale di creare bellezza che, tradotte in termini industriali, significa avere individui altamente specializzati che sappiano creare prodotti di alta qualità.
Ogni società ha tradizioni e caratteristiche culturali che le sono proprie; in Italia queste caratteristiche si traducono in qualità e non in quantità. L’inutile corsa alla globalizzazione selvaggia, vale a dire quantità, facilita solo i furbi e la categoria dei più economicamente bramosi e violenti che sono i parassiti della società civile, perché non creano ricchezza, ma devastano come cavallette intere regioni, per poi spostarsi a depredarne altre; questi individui sono coloro che vedono gli altri esseri umani solo come macchine per fare soldi e da spremere finché c’è qualcosa da spremere.


Nelle industrie dove i precari lavorano a contratti da fame, e con meno diritti degli operai assunti a tempo indeterminato, chi rimane incinta o chi subisce un grave infortunio non rientra mai in azienda, mai. Le società chiamate “Agenzie Interinali” che affittano personale a tempo indeterminato, sono le moderne piazze dove gli schiavi venivano venduti come animali, e gli amministratori di esse sono di fatto i nuovi squallidi Kapò che fanno il lavoro sporco per conto degli industriali in giacca e cravatta. Industriali che hanno appreso bene la lezione della globalizzazione nella sua parte più feroce: l’annullamento di ogni rapporto umano con il dipendente.
E non c’è da stare allegri: anche le recenti osservazioni sullo stato di compravendita e affitto degli immobili: i capannoni industriali non si affittano né si vendono, né ci si lavora all’interno. L’industrializzazione è fallita e l’artigianato che ha abbandonato la ricchezza della propria specificità originaria, uniformandosi al “mordi e fuggi” dell’industria rampante e globalizzata è andato incontro alla catastrofe. Come si dice: “Chi troppo vuole …”
Che fare per salvare questo paese dalla perdita di identità imprenditoriale e professionale? Visto il fallimento della globalizzazione, in termini di arricchimento della società, si potrebbe cercare metodologie industriali, umanamente compatibili, che abbiano come obiettivo di mantenere costantemente uno stretto contatto tra imprenditore e realtà territoriale, quindi immediatamente verificabile, avendo come ago polare e fine ultimo la società civile; perché in questo modo i rapporti di lavoro tra chi chiede la mano d’opera e chi la dà viene pacificato e umanizzato da un più stretto contatto personale. Il rapporto tra il lavoratore stipendiato e la multinazionale è un “rapporto di assenza” dove “l’onnipotenza dell’annullamento” del datore di lavoro si può esprimere a livelli deliranti che devastano il tessuto sociale.


In conclusione si deve necessariamente cercare, ricordando la lezione di Olivetti, Merloni, Lombardi, di ricreare una nuova idea di “industria sociale” e di “società diversamente ricca, dove, fatto salve le caratteristiche identitarie di ognuno, la realizzazione umana dell’imprenditore coincida con la realizzazione umana del dipendente.
Se si realizzasse questa utopia potremmo definire il “post-industriale” come la fine della sfruttamento compulsivo dell’uomo sull’uomo come unico paradigma possibile.

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