Mercoledì, 01 Dicembre 2010 10:34

Sviluppo economico cieco … che fare? La rivoluzione “antropologica” (4° parte)

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ROMA - Arrivati alla fine della ripida salita sulle rocce acuminate della società capitalistica, e dopo aver chiarito che i suoi paradigmi dogmatici portano alla desolazione dell’umano e alla distruzione del pianeta Terra, una domanda è obbligatoria: che fare?


Come direbbe l’inarrivabile Massimo Troisi, si potrebbe dire “ricomincio da tre”, perché non è vero che non vi sono idee, scoperte scientifiche, movimenti, pensieri, che già da molti anni hanno lavorato quasi invisibilmente incrinando, di pochissimo, gli assunti ideologici che sostengono questo tipo di capitalismo che, nella sua versione più feroce, ora si chiama globalizzazione.

È vero però che queste idee, scoperte scientifiche, movimenti,  pensieri, sono annullati dalla cultura dominante controllata dai “signori dell’economia”: la frase allucinante di Silvio Berlusconi che dice “Ciò che non va in televisione non esiste” è sinistramente tragica, ma è sostanzialmente vera; è sostanzialmente vera per una moltitudine di individui che nei paesi “democratici” fanno la maggioranza, mettendo l’emanazione della loro ignoranza e ottusità sugli scranni del governo.
Ed è un gatto che si morde la coda: le televisioni tengono nell’ignoranza milioni di persone e milioni di persone votano chi rappresenta meglio la loro ignoranza, la loro corruzione, la loro furbizia, la loro ottusità. Solo con una “catastrofe” nella sua accezione primaria di “rivolgimento” totale di uno status quo esistente potrebbe farci uscire dal labirinto costruito sapientemente da un architetto al soldo di un nuovo Minotauro, divoratore di carne umana.
E allora proviamo a “ricominciare da tre”:

Primo: ricerca economica, svincolata da paradigmi capitalistici;

Secondo: ricerca scientifica, svincolata dalle “tribù dominanti”, che indichi una via umanamente compatibile per far si che il pianeta venga completamente distrutto.

Terzo: si deve fare, essenzialmente, una ricerca sulla realtà umana, che sveli l’inganno religioso e illuministico i quali affermano, il primo, che nasciamo con un ancestrale “peccato originario” e che siamo tutti figli di Caino, il secondo che è la morale utilitaristica e la ragione che tengono a freno ciò che è naturale per gli esseri umani: esseri primariamente perversi, animali bramosi, e portati quindi a creare società dove il precetto di homo homini lupus è, non solo un imperativo categorico, ma anche l’unico pungolo per creare ricchezza per tutti.
Questo viene ingurgitato dagli umani già nei primi passi della vita: essere dominante già nella prima elementare è visto dai genitori come qualcosa di assolutamente positivo e non come disturbo del pensiero.

Obama nel suo discorso inaugurale del 20 gennaio 2009 parlò dell’avidità e della bramosia: “La nostra economia è fortemente indebolita, conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni (…) La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi”. L’economista americano Roubini, intervistato il giorno dopo il discorso inaugurale scrisse: “ … ha colpito favorevolmente il suo richiamo all’avidità e all’irresponsabilità come cause di crisi”. Anche qui, nonostante la giustissime osservazioni sui motivi non etici che hanno portato la crisi economica in occidente, non vi è nessuna vera critica al sistema capitalistico perché bramosia e avidità, secondo Obama e Roubini, sono sostanzialmente “natura umana” congenita e quindi immodificabile che si può solo controllare con la ragione.
Se non si esce da questa credenza, dell’essere umano “naturalmente perverso” non c’è possibilità alcuna di una trasformazione antropologica che fermi questa corsa verso la distruzione dell’umanità. La storia ci insegna che religione e illuminismo non solo con la loro “morale” e con la loro ragione non hanno fermato guerre e distruzione, ma ne sono state il movente propulsivo, legittimate da un blaterare di conquiste al grido “Dio lo vuole”, di “esportazione di democrazia”, di “ragione di stato”, di “spazi vitali”, di cui parlavano i nazisti, da togliere ad un popolo Untermensch, cioè sub-umano.

Da qualche anno individui, movimenti, associazioni, cooperative hanno cercato di mettere in pratica e di divulgare possibilità di trasformazione dell’attuale sistema capitalistico. È vero che espressioni come “sviluppo economico/umano sostenibili”, “decrescita”, “microcredito” sono entrate nella cultura ma è anche vero che il loro peso semantico non è stato ancora sufficientemente percepito dalla moltitudine come possibilità di una prassi economica che dia sufficiente benessere. “L’altra economia”, è percepita come qualcosa fatta da quattro fricchettoni che campano sulle spalle della società opulenta che li ospita.

Ma se andiamo a vedere i vari significati racchiusi nel concetto di “altra economia” ci accorgeremo che è senza dubbio una strada da seguire; e questo perché l’espressione “altra economia” comprende idee, prassi, comportati sociali che cambierebbero sostanzialmente il modo pensare e di vivere attuali. Per altra economia si intende un insieme di iniziative che includono: commercio equo e solidale, finanza etica, agricoltura biologica, consumo critico, turismo responsabile, pratiche di riuso e riciclo dei materiali, energie rinnovabili, sistemi di scambio non monetario, , cooperative e associazioni che costruiscano dal basso un'economia diversa, che valorizzi le relazioni prima che il capitale; un serie di rapporti umani che ricrei un’economia la quale riconosca un'equa ripartizione delle risorse tra tutti, che garantisca il rispetto dell'ambiente e l'arricchimento di quello sociale".
Anche il premio Nobel Amartya Sen, creatore del microcredito, che ha risollevato le sorti umane ed identitarie di milioni di donne in India e Bangladesh ha le idee chiare. Insieme al pakistano Mahbub ul Haq, Amartya Sen ha creato per le Nazioni Unite un nuovo indicatore di sviluppo umano (Idh), basato sul principio che la ricchezza misurata soltanto sul prodotto interno lordo non rappresenta un punto di riferimento soddisfacente. È molto limitato. È un disastro. Gli indici della produzione o del commercio non dicono granché sulla libertà e sul benessere, che dipendono dall´organizzazione della società - già lo aveva detto nel ’68 Robert Kennedy - . Nel loro Idh, Amartya Sen e Mahbub ul Haq tengono conto di tanti dati, oltre a quelli economici: ad esempio della speranza di vita alla nascita, del tasso di alfabetismo degli adulti, dell´accesso all´educazione e all´assistenza sanitaria.

Ma anche lui non tiene conto della realizzazione dell’identità umana: delle sue istanze interne, dei suoi desideri, delle sue esigenze.  Amartya Sen parla ancora di bisogni razionale, e lo possiamo anche capire: chi ha camminato sulle strade  dell’India e del Bangladesh lo può capire. Ma la ricerca di un sacrosanto bene minimo comune di sopravvivenza, non deve però eliminare la ricerca parallela della soddisfazione delle esigenze che rendono a donne e uomini la loro specificità umana.

È chiaro che per attuare tutto questo deve cadere prima di ogni altra cosa il paradigma capitalistico dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma come? Insegnando razionalmente agli esseri umani l’utilitarismo di tali progetti che almeno sulla carta risultano essere più che mai condivisibili? Chiedendo loro di amare cristianamente il proprio prossimo come se stessi? Già fatto non funziona!

Chiunque abbia descritto un luogo utopico, o vagheggiato giardini dell’Eden, luoghi favolosi, come ne La Repubblica di  Platone o ne La città del sole di Campanella o l’isola di Utopia di Tommaso Moro, ha creato immagini di luoghi ove religione e ragione uccidono già nella culla ogni possibilità di trasformazione sociale che contenga una pur minima verità umana. Comunismo e Nazismo hanno sempre considerato La Repubblica di Platone modelli per una società perfetta.

Questi razionalissimi nuovi mondi più che uguaglianza generano uniformità, annullamento dell’identità e identificazione coatta. Questi luoghi immaginari non sono altro che fantasticherie che annichiliscono sul nascere eventuali intuizioni e speranze di trasformazione dell’umanità. Nel caso poi l’Utopia è intesa come Terra Promessa, promessa da un dio, immediatamente diviene sopraffazione di un popolo “eletto”, su tutti gli altri diversi da sé. I nuovi eletti dal dio dell’occidente, gli americani, hanno “esportato” in Irak la loro utopia, cioè la loro Teo-democrazia.  Dall’idea di democrazia delle polis greche, passando dalla campanelliana Città del sole, per finire allo stalinismo è stato tutto un susseguirsi di tragiche promesse che hanno creato solo  terre dove la desolazione della mente è d’obbligo.
Forse dovremmo pensare a una possibile Utopia non come luogo materiale certo e definito, non come panacea che, risolvendo i bisogni materiali, genera benessere, né tanto meno come paradiso ultraterreno, ma come … come dire, un sentimento, un sentire interno. Forse dovremmo prima immaginarlo come possibilità di rapporto profondo tra esseri umani uguali per nascita ma assolutamente diversi tra loro per identità, e poi creare o trasformare luoghi fisici dove lo stare in comunità, il fare le cose insieme, magari facendo un po’ di ricerca, sia naturale come dovrebbe essere.

C’è un bellissimo romanzo scritto in prigione da Černyševskij, capofila di quel socialismo utopistico che ha solcato la storia russa nel secondo ottocento: Che fare?. Černyševskij, contrariamente agli ideatori di razionali Utopie, non narra di luoghi perfetti dove, grazie all’annullamento delle passioni, si vive una “vita felice” come ne Il mondo nuovo di Huxley. L’utopista russo rappresenta una stupenda immagine femminile che, attraverso la sua profonda realizzazione di identità, dà la possibilità, ad altri esseri umani di realizzare la propria. E, l’unico luogo utopico che appare nel romanzo, sta in un sogno della ragazza.

Černyševskij parte dal lato opposto: non descrive una società dove i cittadini sono tutti buoni grazie all’eliminazione della proprietà privata e a leggi razionali e giuste. Egli, ci parla del rapporto uomo-donna. Da questo rapporto, e dalla realizzazione identitaria di entrambi, scaturisce l’esigenza di una società profondamente umana e la possibilità di renderla reale. L’autore russo ha immaginato una storia dove la speranza e l’idea utopica di un mondo ideale diviene realizzazione di rapporto tra una donna e l’altro … diverso da sé.

Che fare? «… cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio».Questa frase tratta da Le città invisibili di Italo Calvino potremmo tradurla così: saper gettare uno sguardo profondo sulla realtà; aver strumenti di conoscenza capaci di cogliere quei pochi suoni che si staccano dal fracasso soverchiante del mondo dell’economia e del libero mercato; cercare il modo di rifiutare ciò che intorno a sé è malato da ciò che non lo è.

Gli imprenditori che hanno messo in atto nuove modalità di rapporto con i dipendenti, che utilizzano una parte del ricavato per fare ricerca, che hanno creato cooperative per produrre nuove tecnologie o tipi di coltura sostenibili, che hanno dato alle donne del sud del mondo, riconoscendo loro capacità e onestà, micro-prestiti, coloro che hanno varcato le frontiere dei “non si può”, del “mordi e fuggi”, hanno realizzato un proprio sogno e hanno dato la possibilità di realizzazione umana ad altri esseri umani.
Queste donne e questi uomini che hanno sfidato il ”destino” della ragione che ingabbia il libero pensiero, hanno  fondato “isole” di speranza scaturite da una “razionalità irrazionale” che non aderisce allo stato delle cose, ma sa immaginare altro che ancora non c’è. Ecco si dovrebbe andare a conoscere queste “isole” per esportare nel “continente malato” il farmaco della realtà vera, che sveli l’inganno mortale del Mondo Nord dove un Suv o un qualsiasi status symbol danno ora un’assurda percezione di benessere. E queste isole non sono utopie, luoghi non esistenti, sono reali anche se ancora poche.

Si potrebbe iniziare togliendo dal vocabolario economico le parole competizione e competitività, nel senso che, la molla per dar movimento all’economia, ad un’economia disegnata “umanamente compatibile”, dovrebbe essere la realizzazione di sé intesa come sé umano, come identità umana, anziché una pseudo identità sociale e professionale; quindi abolire la credenza del mors tua vita mea, ovvero la competizione costi quello che costi.

Questa rivoluzionaria identità umana dovrà contenere nella propria essenza un naturale investimento verso l’altro da sé, e, come fine ultimo, il benessere degli esseri umani fisico, certamente, ma anche psichico.

E tutto questo può passare solo attraverso parole che formino idee nuove che sostituiscano un inganno culturale che si basa su una cultura incoltivabile perché troppo contaminata dall’acqua putrida delle “tribù dominanti”; parole che diano certezza al vago sentire che non possiede ancora quell’aristocrazia delle immagini/suoni in grado di trasformare questa cultura anaffettiva in sapienza per gli esseri umani.

Lo psichiatra Massimo Fagioli nell’80,  nel suo libro più politico, Bambino, donna e trasformazione dell’uomo, scriveva: “Se una volta dissi che bisognava scoprire il rovesciamento per cui da spendere la vita per i soldi bisogna passare a spendere i soldi per la vita, ora dico che bisogna scoprire il rovesciamento per cui da spendere la vita per la sapienza bisogna passare a spendere la sapienza per la vita”.

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