Sabato, 15 Marzo 2014 16:56

Doccia fredda per Milano tra stime OCSE e crisi Ucraina

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TRIESTE - Mentre sullo sfondo dell’ottava appena trascorsa si prendevano corpo e si dettagliavano le tensioni tra Ucraina e Russia, a contrastare ulteriormente le Borse concorrevano anche il rallentamento dell'economia cinese ed i timori dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sul rischio deflazione.

Il referendum che domenica dovrà decidere se la Crimea si staccherà dall’Ucraina per unirsi alla Russia è il fulcro delle tensioni fra Kiev e Mosca, segnate dagli scontri nelle strade che continuano a mietere vittime tra la popolazione. Falliti i colloqui tra il segretario di Stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, governi e mercati si interrogano sull’evolversi della situazione, i cui contorni ricordano sempre più i tempi della guerra fredda: per gli Stati Uniti il voto separatista è illegittimo, mentre Mosca sostiene gli indipendentisti filo russi come l'ex presidente decaduto, con l’Unione Europea a minacciare provvedimenti economici in grado di impattare sull’economia del Cremlino.

La Russia di Putin, pur rivestendo ancora il ruolo di grande potenza militare, soffre un debito estero che cresce senza sosta (dal 10,5% del PIL nel 2012 è più che raddoppiato all’attuale 22%), la cui copertura è assicurata dalle esportazioni energetiche, pari ad oltre il 60% delle entrate totali; per contro l’UE nel suo complesso dipende soltanto per il 30% da queste forniture, eccezion fatta per il centro-est Europa (ad esempio la Polonia, la più grossa e dinamica economia di questa regione, dipende dalle importazioni di gas russo per il 70%, mentre la Bulgaria al 100%).

Mosca è dunque vulnerabile alle sanzioni occidentali almeno quanto noi Europei lo siamo alle sue forniture di energia: dopo l’ultimatum statunitense al rispetto della sovranità dell’Ucraina la Borsa di Mosca ha aggiornato i minimi da maggio 2010 (nel corso dell’ultima settimana ha perso il 7,6%), il rublo si è ulteriormente indebolito rispetto ad euro e dollaro ed il rendimento dei bond decennali è ai massimi degli ultimi cinque anni. 

Sempre in tema di grandi potenze e frenata dell’economia, un nuovo allarme crescita arriva dalla Cina, che nei primi mesi di quest’anno ha visto scivolare ai minimi investimenti, produzione industriale e vendite al dettaglio. Nel discorso di chiusura della sessione annuale del Parlamento, il premier Li Kequiang ha ribadito che il sistema produttivo cinese dovrà affrontare «sfide impegnative», portando le stime di crescita ad essere inferiori persino all’obiettivo del 7,5% fissato dal Governo.

Secondo l’istituto nazionale di statistica le attività economiche hanno tutte subito una brusca frenata, creando forti aspettative per un intervento della banca centrale a sostegno della congiuntura; inoltre se sino ad oggi il Governo cinese era sempre intervenuto per salvare le imprese in difficoltà, il premier ha avvisato che il recente default della Shanghai Chaori, insolvente sugli interessi delle proprie obbligazioni a cinque anni, potrebbe non essere l’unico, posto che lo Stato non impedirà altri casi di dissesto.

Se l’ex Celeste Impero piange il Vecchio Continente certamente non ride, con  l’Interim Assessment dell'OCSE, il rapporto che l'organizzazione elabora a metà strada tra i due outlook semestrali, ad indicare che numerosi Paesi della periferia dell'Eurozona sono a rischio deflazione: «L'inflazione nell'area è scesa ancora al di sotto degli obiettivi e resterà probabilmente molto bassa per un periodo esteso, dato che la ripresa sta appena partendo». 

L'OCSE prevede una crescita dello 0,7% nel primo trimestre 2014 per il PIL (Prodotto Interno Lordo , il valore totale dei beni e servizi prodotti) italiano, che dovrebbe tuttavia rallentare allo 0,1% nel secondo su base trimestrale annualizzata. Un dato tutto sommato confortante se paragonato a quello 2013 che, secondo l'Istat, è caduto dell'1,8%: negli ultimi tre mesi dello scorso anno è tornato positivo (+0,1%) dopo nove trimestri consecutivi negativi, con l’ultima crescita congiunturale risalente al periodo aprile-giugno 2011.

Torna a frenare a febbraio l'inflazione su base annua, scesa allo 0,5% dallo 0,7% del mese precedente, il valore più basso dall'ottobre del 2009; il rallentamento dell'indice nazionale dei prezzi al consumo è in gran parte imputabile alle componenti più volatili, come i beni energetici e gli alimentari freschi.

Al contrario in Francia l’inflazione ha leggermente superato le stime degli analisti con una crescita dell’1,1% su base annuale, mentre in Germania l’aumento dell’1,2% ha confermato le stime preliminari diffuse nei giorni scorsi.

Chiusura ancora in ribasso per i listini asiatici, che terminano così la settimana con una delle peggiori ottave degli ultimi due anni. La Borsa di Tokyo (-3,3%) ha registrato un pesante ribasso penalizzata da un nuovo apprezzamento dello yen, che ha fatto scattare le vendite sui titoli delle società maggiormente esposte ai mercati internazionali. Molto deboli anche le Borse cinesi, penalizzate dalle decisioni di quattro tra le maggiori banche d'affari di tagliare le stime sull'economia del Dragone a seguito della produzione industriale, con forti vendite sul comparto minerario: Hong Kong ha perso l'1%, mentre Shanghai ha segnato -0,73%.

Avvio contratto per le piazze finanziarie del Vecchio Continente, condizionate dalle tensioni politiche tra Stati Uniti e Russia, in una seduta proseguita con il segno meno a causa dei deludenti dati arrivati dalla Cina; venerdì difficile per Londra (-0,40%), Parigi (-0,80%) e Madrid (-1,39%) mentre la sola Francoforte (+0,43%) è riuscita a rimbalzare nel finale.

Anche Milano ieri ha aperto in ribasso, confermando la tendenza delle ultime sedute con il comparto finanziario forte e quello del lusso debole; dopo una giornata sulle montagne russe Piazza Affari (FTSE Mib -1,19%, FTSE Italia All Share -1,13%) ha terminato la seduta in territorio negativo, seguendo il cambiamento di rotta dei bancari.

Sessione con il segno più per Monte dei Paschi di Siena (+2,03%), sostenuto dai rumors dell’interessamento di un fondo di investimento statunitense per il 20% del capitale dell’istituto e da altri nuovi giudizi positivi delle banche d’affari; vendite su Unicredit (-1,44%) nonostante il miglioramento delle stime sull’utile per azione effettuato da Kepler Cheuvreux, anche se performance peggiori hanno interessato Intesa Sanpaolo (-2,8%) ed UBI Banca (-3,34%).

Tra i titoli a maggior capitalizzazione segnaliamo il ribasso di Generali (-1,42%) in seguito alla riduzione delle stime sull’utile per i prossimi trimestri, il calo di Fiat Chrysler (-0,57%) e quello di RCS Mediagroup (-3,3%).

Sul fronte del debito sovrano, chiusura in lieve calo dello spread, il differenziale di rendimento tra il Btp decennale ed il Bund tedesco di pari scadenza, portatosi a 186 Bp (Basis point, punti base) contro i 189 Bp di giovedì, per un tasso sul decennale italiano fissato al 3,40%.

Grazie ad un differenziale di 179 punti base tra titoli spagnoli e tedeschi, il decennale chiude la seduta con un rendimento del Bonos al 3,33%.

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