Sabato, 14 Ottobre 2017 10:28

Non voltiamo le spalle alla salute. Intervista al Prof. Giovanni Di Giacomo

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La prevenzione a ottobre si veste di “rosa”. Tra screening, diagnosi e cure questo mese è dedicato a molte delle patologie di cui sono affette le donne. L’attenzione, tuttavia, è soprattutto focalizzata a quelle del seno o dell’utero. Eppure quante volte abbiamo sentito una donna dire: “è tutto sulle mie spalle”.  Non è solo un modo di dire. Spesso non ce ne accorgiamo, ma è proprio sulle spalle che gravano i pesi della quotidianità e della vita. Famiglia, lavoro, casa, affetti e ovviamente la salute. 

Non è un caso se in tutto il mondo sono le donne a occupare il primo posto come portatrici di cure, sono quello che nei paesi anglosassoni viene definito con un’unica parola: caregiver

Un peso reale, dunque, fin troppo spesso dimenticato e che invece si appoggia proprio lì, sulle spalle.  Ma di questa parte del corpo quanto effettivamente ci prendiamo cura? Per rispondere a questa domanda abbiamo incontrato il prof. Giovanni Di Giacomo, chirurgo ortopedico specialista in patologie della spalla e responsabile del Concordia Hospital di Roma. 

Prof. Di Giacomo c’è differenza tra le spalle di una donna e quelle di un uomo? 

Ci sono sottili differenze, ma il più delle volte sono dovute a un difetto posturale non corretto che si acutizza in alcuni lavori professionali. Per esempio nelle estetiste, un lavoro prettamente al femminile nel quale si assumono momentaneamente posture non corrette e a bassa energia, a differenza di quello che avviene negli uomini che svolgono attività manuali caratterizzate invece da non corrette posture ad alta energia, come ad esempio per  trivellatori, carpentieri, muratori, piastrellisti, ecc.

Quale domanda le viene posta più frequentemente come specialista della spalla? 

Perché persone che svolgono lo stesso lavoro hanno disturbi diversi alla spalla. A questo possiamo ormai rispondere sia con la scienza sia con studi recenti che hanno dimostrato come sia tra gli uomini che tra le donne esistono dei soggetti predisposti geneticamente a processi infiammatori frequenti e a una scarsa qualità dei tessuti. Pertanto, viene da sé che chi svolge lavori a rischio e non una buona compliance genetica è particolarmente soggetto a disturbi e a patologie. 

Quali patologie colpiscono la spalla?

Per un’infinità di tempo abbiamo sentito parlare di periartrite scapolo-omerale, voglio sottolineare che questa patologia non esiste.  Premesso che la spalla non è un’unica articolazione e che il suo movimento è dato da una perfetta sincronia di diverse articolazioni, queste vengono stabilizzate tra loro da complessi capsulo lagamentosi e attivate da gruppi muscolari differenti. La stabilità e la motilità di questa complessa articolazione devono necessariamente trovare un compromesso.  Quindi, molte delle patologie della spalla sono in effetti localizzate nelle strutture deputate alla stabilità e alla motilità. 

Per quanto riguarda quelle della stabilità si fa riferimento alla capsula e al complesso capsulo-labrale e in questo caso si parla di capsuliti, mentre per quel che riguarda la motilità il riferimento sono i tendini della cuffia dei rotatori che possono determinare o delle infiammazioni o subire delle vere e proprie lesioni. Poi ci sono patologie dovute a processi degenerativi come l’artrosi o anche di natura traumatica, ad esempio, le fratture come quella dell’omero. La complessità di questa articolazione, quindi, riguarda anche le patologie che la colpiscono. Basti pensare che il dolore alla spalla è la seconda causa di assenza dal lavoro, al primo posto c’è la lombosciatalgia. 

La chirurgia è senza dubbio importante per alcune patologie ma non in altre, dove invece assume un ruolo fondamentale la riabilitazione e quindi la fisioterapia.  La tecnologia che oggi abbiamo a disposizione ci aiuta molto, ma è bene ricordare che il bravo fisioterapista lavora con le mani. 

Prof. Di Giacomo se e quando è indispensabile intervenire chirurgicamente? 

 

Prima d’intervenire è fondamentale un’accurata diagnosi e soprattutto essere in grado di selezionare il paziente. In alcuni casi il chirurgo deve scegliere di non operare, partendo dal presupposto che ogni individuo ha un genoma diverso e che da questo dipende molto la riuscita o meno di un intervento. Ho imparato dalla mia esperienza professionale che ci vogliono dieci anni per diventare medico chirurgo, dieci per raggiungere una buona competenza professionale e altri dieci per sapere quando si può o si deve intervenire chirurgicamente e quando invece non bisogna farlo. In tal senso è indispensabile dare sempre al paziente la corretta informazione. 




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