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Avviso ai migranti: siamo l’isola che non c’è

Avviso ai migranti: siamo l’isola che non c’è

La verità bisogna dirla finalmente ai migranti che arrivano a decine di migliaia in Italia e la considerano una sorta di paradiso a quattro settimane dal Gambia, a tre settimane dal Mali.

E costa poco arrivarci, bastano trecento euro che si danno ai trafficanti sempre disponibili. Poi per due anni ti aiuta lo Stato italiano, giusto il tempo per trovare un permesso di soggiorno o un lavoro o te ne puoi andare a Parigi, Berlino, Londra . E una volta che sei in Europa non ci sono più confini. Ecco la nostra fotografia. Siamo l’isola che non c’è. Una narrazione che ha un unico scopo: sfruttare la miseria, la paura e l’insicurezza e fare soldi. La realtà è dalla loro parte.

Nel 2016 ce l’hanno fatta in 181.436 persone. Dall’inizio del 2017, in meno di due mesi, siamo già a diecimila. Non è vero che, sul fronte orientale, si sia fermato, come l’Unione europea vuol far credere, per promuovere il suo “immigration compact” contro gli sbarchi ,il patto pagato con vari miliardi con la Turchia di Erdogan. L’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite ha contato in Grecia dal primo gennaio 1894 nuovi arrivi e, in proporzione, al numero di abitanti, italiani e greci sono alla pari. Ma i viaggi,tutti i viaggi, hanno origine nelle parole. Dall’idea che ci siamo fatti della destinazione. E noi con i mostri funzionari prefettizi, i programmi di governi, il ministero degli Esteri, la nostra intelligence, abbiamo mai provato a rovesciare questa narrazione? Ad andare là nei mercati all’aperto, nelle stazioni di autobus, nelle agenzie dove si vende il futuro, nelle Chiese e nelle moschee a raccontare come stanno veramente le cose? E magari a proporre un percorso di vita alternativo?
La risposta è negativa. Non abbiamo mai mandato nessuno.

Cambiare significa partire finalmente da qui, andare alle radici dell’emigrazione e delle cause che lo alimentano. Significa tendere le mani in Africa ma anche avere il coraggio di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles per denunciare la politica estera di Paesi amici (e dovremmo metterci anche la nostra) che produce miseria, consegna folle di clienti ai trafficanti e non smette di farlo. Credete davvero che dietro l’emigrazione di massa ci sia soltanto passatori e organizzazioni criminali? Dietro l’emigrazione ci siamo noi europei.
La Francia prima di tutto. Poi la Gran Bretagna. E, per una piccola parte, anche noi italiani. Senza la collaborazione di Parigi, di Londra, ma anche delle nostre imprese, prima tra tutte l’ENI, siamo destinati a fallire. E con le frontiere  europee chiuse, diventeremo il Cara dell’Unione, fin tanto che l’Europa unita resisterà. Poi saranno semplicemente affari nostri.

Il governo dell’ex ministro degli esteri Gentiloni, nell’anno di lavoro che forse ancora gli resta, avrebbe potuto osare di più. Avere presidente del Consiglio il capo della diplomazia e agli Esteri il ministro dell’Interno uscente promette sulla carta il massimo delle competenze. Il piano per ridurre gli sbarchi varato in questi giorni e supportato a Malta ,a parole, dal Consiglio europeo riunito a Malta è invece una sorta di tuffo nel passato. L’accordo con il premier di Tripoli e dintorni, Fayez al-Serraj, non tiene conto che che il governo libico sostenuto dalle Nazioni Unite (e dall’Italia) conta in Libia come Obama sotto la presidenza Trump. Cioè quasi nulla. Mentre il programma del nuovo ministro dell’Interno Marco Minniti si scontra con i numeri delle persone da rimpatriare. La Libia non può considerarsi un paese affidabile ed è già alle prese con un gran numero di profughi interni. Le varie milizie della guardia costiera libica stanno di solito con i trafficanti. E stabilire un solo grado di giudizio per il diritto di asilo si scontra con i principi costituzionali.

Il governo Gentiloni ha preferito affrontare la questione dai suoi effetti e non alla radice. Il  risultato di dieci anni di rapporti esclusivi con Tripoli è davanti a noi. Gli sbarchi annuali sono esplosi dai quindicimila ai numeri di oggi. Avanti di questo passo, cosa accadrà tra dieci anni? Secondo un’ indagine pubblicata dall’OIM (organizzazione internazionale per le migrazioni) è risultato che il 67 per cento delle persone arrivate in Italia ci ha messo quasi un anno. E costa molto più di trecento euro perché i trafficanti chiedono fino a 1600 euro. E’ vero  morti in mare nel 2016 sono 4733, il 2,6 per cento delle persone sbarcate vive. Ci sono anche le storie dei sopravvissuti rapiti e torturati nelle celle libiche e poi ritornati indietro grazie ai piani o nelle celle libiche. Le loro delusioni non sono fredde statistiche compilate in Europa ma storie credibili. E comunque morire di miseria a casa o durante il viaggio non fa differenza, secondo il punto di vista di chi parte.
Qualche associazione lo sta facendo. Ma sono piccole gocce.

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