Domenica, 16 Giugno 2013 18:47

Il conflitto ambientale, un nodo da sciogliere

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ROMA -     L'aria che respiro in che misura è sana? L'acqua che bevo è veramente priva di sostanze nocive? Il cibo che mangio è stato adeguatamente controllato? La scuola dove studiano i miei figli è priva di amianto? La casa dove vivo è stata realizzata rispettando le norme antisismiche? Il quartiere dove risiedo è sicuro da un punto di vista idrogeologico?  

L'acqua dove vado a fare il bagno l'estate è sicura? I rifiuto che fine fanno? Chi è il titolare delle informazioni in materia di sicurezza ambientale? Il cittadino a chi si deve rivolgere per avere informazione sull'ambiente in cui vive e lavora?


Sono queste alcune delle domande che i cittadini si pongono quotidianamente e che  testimoniano come conoscere la qualità del'ambiente in cui viviamo sia una necessità sempre più presente nella nostra vita quotidiana.
Secondo le elaborazioni ISPRA) sulla base dell'indagine multiscopo dell'ISTAT del 2010, il 43% degli Italiani con età superiore ai 14 anni (il 38% degli Europei), non si ritiene sufficientemente informato sulle problematiche ambientali.

Andando a vedere quali sono le problematiche maggiormente sentite dalle famiglie   troviamo, a livello nazionale, il traffico (41,2%), difficoltà di parcheggio (38.0), l’inquinamento dell’aria (36,8%) e il rumore (32,8%). Mentre tra quelle più sentite all'interno delle abitazioni, strettamente correlate all’ambiente, troviamo che il 9,8% delle famiglie accusa irregolarità nell’erogazione dell’acqua (nelle Isole il 22,7%) e ben il 30% non si fida di bere acqua del rubinetto. Questa sfiducia nella qualità dell’acqua potabile è particolarmente diffusa nel Sud (34,1%) e soprattutto nelle Isole (58,4%). Picchi particolarmente rilevanti di malessere li troviamo nei comuni centro di aree metropolitane in merito alla sporcizia delle strade (51.0), difficoltà di parcheggio (66.7), traffico (67.7), inquinamento dell'aria (64.2) rumore (51.4).

Ma come reagiscono i citadini a fronte di situazioni insoddisfacenti e, in particolare, quali azioni concrete i cittadini attuano per migliorare le condizioni ambientali dei luoghi dove vivono?

Nella maggior parte dei paesi europei i cittadini dichiarano di attuare principalmente azioni cosiddette “passive”, ovvero direttamente collegate al normale svolgimento della vita quotidiana, quali ad esempio la raccolta differenziata dei rifiuti (66% EU27, 58% Italia), la riduzione dei propri consumi energetici (53% EU27, 41% Italia) e dei consumi d’acqua (43% EU27, 33% Italia).

Mentre le cosiddette azioni “attive”, ovvero quelle azioni che richiedono scelte/iniziative legate realmente a motivazioni ambientali, risultano essere praticate soltanto da quote basse di cittadini europei.

Ma se le reazioni “attive” dei cittadini sono mediamente basse, in alcune realtà del Paese raggiungono livelli particolarmente critici di “conflittualità ambientale”. In particolare si manifestano a fronte di iniziative, pubbliche o private, tendenti a modifiche ambientali più o meno rilevanti e dalle conseguenze potenzialmente nocive.  

Il Nimby Forum ha rilevato nel 2011 ben 331 situazioni conflittuali. I casi Interessano ormai una pluralità vastissima di fattispecie: centrali d’energia di vario tipo, termovalorizzatori,  discariche, rigassificatori, infrastrutture stradali, infrastrutture ferroviarie). Quello che spesso emerge da questi conflitti è un senso di sfiducia verso i decisori pubblici di qualsiasi livello. Pesano comportamenti a dir poco disattenti all’uso delle risorse ambientali e ai loro effetti sulla salute. Pesano strumentalizzazioni e interessi “politici” nelle scelte. Pesa l’assenza di chiarezza e l’eccessiva approssimazione dei progetti. Pesa la frequente divergenza d’indirizzi tra i diversi livelli istituzionali, così come l’assenza di soggetti “tecnici” in grado di attestare la veridicità delle informazioni.

Oggi si è arrivati al paradosso per cui non è solo il “conflitto” in sé a rappresentare una patologia, ma anche l’incapacità di valutarne le cause, di rispondere alle domande che pone, di prevenirlo o, comunque, di governarlo.

E’ del tutto evidente come il Paese, che si trova ad affrontare una pesante crisi economico – finanziaria, non può sopportare alla lunga questa situazione. E’ quindi di fondamentale importanza assumere questo problema in tutta la sua serietà.

Per fare questo,  è necessario evitare eccessive approssimazioni, così come troppo spesso si è fatto nel passato con a logica delle procedure straordinarie. Occorre capire, invece, che al fondo del conflitto ambientale si pone  un problema di governance e, quindi, che la soluzione del problema va ricercata nel superare i limiti dell’attuale processo decisionale al fine di innovarlo e renderlo più efficace e condiviso a partire da un  maggiore coinvolgimento delle comunità locali e da una  informazione  più  puntuale, qualificata e rigorosa.  

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Claudio Falasca

Architetto,  esperto di ambiente e lavoro, già coordinatore del Dipartimento Ambiente e Territorio della CGIL nazionale e Consigliere del CNEL

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