Giovedì, 18 Ottobre 2012 16:39

In piedi, da un centro al carcere, dalla prigione sulla strada

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ROMA - Erano giorni che tentavo di parlargli. Lui mi sfuggiva, pur restando fermo, restandomi davanti. Aveva perso il sorriso e non riuscivo ad andare oltre il “Come va?”, “Bene, non ho problemi. Sono pulito”. 

La Questura gli aveva chiesto di restare a Roma, di comunicare qualsiasi suo spostamento perché stavano indagando sul suo conto. Delle impronte digitali che combaciavano a metà. Niente di più. “Nel mio cuore so cosa ho fatto. Io non ho mai rubato, sono musulmano. Non ho mai ucciso, non ho mai maltratto nessuno. Non lascio questa città, resto a disposizione della polizia”. Ha paura che qualcuno dei suoi amici possa cambiare opinione su di lui, è convinto che in pochi gli diano fiducia: “Lo so che anche tu pensi che io possa aver fatto qualcosa. Sono la stessa persona di prima. Quella che quando voleva che gli offrissi un caffè ti diceva: ho bisogno della medicina. Mi dici che ci sei, che ci sarai, come se tu sia sicuro che mi arresteranno”. Poi un giorno la Digos, il mandato di cattura e in dieci minuti abbiamo visto un ospite, un amico, essere portato via. Senza spiegazioni, senza appelli. Allora la ricerca. Le mattinate in motorino sul Lungo Tevere in direzione Regina Coeli. Sanpietrini che accompagnano i passi e la speranza di trovare un'anima pia che ti dia delle informazioni, ma sempre la solita storia: “Il ragazzo è maggiorenne, lei non è un parente, non lo può incontrare, né possiamo dirle perché è in prigione”. Chiedo di potergli far avere i suoi vestiti, ma: “Non è possibile”. Mi rivolgo al cappellano, che mi dice che cercherà di aiutarmi.

Ho contattato gli educatori dell'Istituto, mi promettono che si adopereranno per farmelo vedere. Inizia un improbabile tentativo di comunicazioni. Lettere del carcerato contenenti poche parole messe in fila senza una forma grammaticale  stabilita. Messaggi orali trasmessi da educatori ad educatori. So che è spaesato, che non si dà pace. Che sente di poter resistere. Lui sa che io non l'ho dimenticato, che per me è sempre lui. Che non me ne frega niente di quello che ha fatto, che apprezzo la sua presa di responsabilità, la sua dignità di fronte alla Legge. Poi il contatto con il suo avvocato d'ufficio e l'informazione del suo trasferimento in un altra città. Da lì a poco il suo scarceramento e la sua chiamata. “Non è successo niente. Io forse non c'entravo niente”. Sono passati tre mesi e lui non sa cosa gli sia successo. Non capisce l'italiano, non sa scrivere e non conosce il francese.

Dice che non gli sia stato messo a disposizione un traduttore di lingua Bambara e che abbia parlato col suo avvocato solo una volta, prima del processo. Il giorno dopo l'incontro col giudice un celerino gli ha aperto la porta, lo ha accompagnato fuori. Lui mi chiede: “Posso venirti a trovare?”. Prende il treno senza biglietto, si chiude in un bagno e se bussano non risponde. Poi la metro, l'autobus ed eccolo davanti a me, con la barba incolta, la solita maglietta rossa, il sorriso ritrovato e gli occhi gonfi. “Ci sei!”. Non posso accoglierlo nella struttura dove lavoro, è stato dimesso. “Non ho paura a dormire per strada, non è un letto o un cuscino che mi fanno sentire a casa, sono le persone, i discorsi, gli abbracci”. Ho avuto la sensazione di aver fatto il mio lavoro, di averlo accompagnato nonostante ci fosse stato qualcosa di più grande, di ignoto che dovevo non sapere. Mi ha detto: “Sono solo e con poche certezze, non ho nulla da chiedere e non so nemmeno cosa sarei in grado di prendere. So che tu non mi avevi dimenticato, che per te io sono qualcuno. Un qualcuno che ho pensato di non conoscere nemmeno io”. Questo ragazzo non ha più a disposizione i suoi documenti, dovrà richiederli al Comune: “L'avvocato che mi era stato assegnato mi ha detto che per essere seguito in questa cosa dovevo dargli un acconto di 300 euro!”. Gli spiego come fare, chiamiamo delle strutture e troviamo un posto dove potrà appoggiarsi. “Resterò per qualche giorno, poi chi sa? Forse cambierò Paese”. Gli spiego che non ha senso ricominciare, che se c'era da pagare ha pagato e anche troppo, visto che non saprà mai se lo ha fatto per la cosa giusta oppure per un semplice equivoco. E poi gli ricordo che se sta qui è perché nel suo Paese, il Mali, c'è una guerra, ha il diritto di continuare a chiedere asilo. Mi arrabbio perche si sente sporco, dice che si sente guardato male da tutti, ha paura che tutti sappiano che lui è stato in prigione. Gli ricordo che la dignità è non fuggire, che lui non è fuggito di fronte alla giustizia e che non ha senso ora fuggire da sé stesso. Gli spiego che gli altri non sanno niente e che se sapessero non avrebbero motivo per non dargli una seconda chance. Passano altri due mesi, è stato a Foggia a raccogliere i pomodori. Mi squilla il telefono: “Sono qui, domani ho la Commissione! Mi sono preparato, non ho paura. Ho lavorato di giorno e studiato italiano di notte, ascoltavo delle canzoni e cercavo di capirne il significato. Non so se ce la farò, ma se avrò l'asilo, cercherò di dare il meglio. Il passato non esiste più, non mi volto indietro, ora ho deciso di vedere solo quello che mi sta davanti.”

Maurizio Mequio

Laureato in scienze storico-religiose e specializzato in antropologia culturale. Master per Esperti di comunicazione multimediale e giornalismo internazionale presso la Fondazione Lelio Basso.

www.dazebaonews.it

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