Venerdì, 28 Gennaio 2011 18:43

Tunisia. L'Italia complice di Ben Ali

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NOUACHOTT - I principali quotidiani italiani il 14 gennaio si sono ricordati dei rapporti tra l’Italia e la Tunisia ed hanno ripreso una intervista del 11 ottobre 1999 del già capo del SISMI, il celeberrimo defunto ammiraglio Fulvio Martini, a Vincenzo Nigro, del quotidiano “La Repubblica”, nella quale raccontò che nel novembre del 1987 la sostituzione dell'ultraottuagenario presidente Bourghiba fu provvidenziale, poiché il leader mostrava un'assenza pericolosa di lucidità e per varie ragioni c'era un'altissima probabilità che la Tunisia precipitasse nel caos.

L’ammiraglio spiegò che ogni rischio fu evitato grazie all'intelligence italiana, che riuscì ad intervenire brillantemente neutralizzando l’anziano leader. Questa ricostruzione fu smentita da Craxi e Andreotti, che all’epoca erano rispettivamente Presidente del Consiglio e Ministro degli esteri, ma era stata già raccontata dai giornalisti che all’epoca parlarono di un <<golpe istituzionale>>: la notte del 6 novembre 1987 sette medici tunisini firmarono un referto che certificò l'incapacità di Bourghiba, e il primo ministro-generale Zin el Abidin Ben Ali divenne presidente della Tunisia.


L’ammiraglio fornì ulteriori particolari relativi alle conseguenze diplomatiche dell’intervento italiano. Infatti, i servizi segreti francesi accolsero con sorpresa e contrarietà tale intervento. La ragione era che favorendo la soluzione del golpe istituzionale di Ben Ali, i servizi italiani riuscirono ad allargare l'ascendente della diplomazia italiana su un paese che invece fino a quel momento era saldamente inserito nell'area di influenza francese. Alla domanda di Nigro: <<Ebbe qualche problema col suo collega francese, il capo della DGSE?>>, l’ammiraglio Martini rispose:  <<Era il generale Renèe Imbot, ex capo di stato maggiore dell’Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli spiegai che l’Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese. Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l'ultimo carrettiere del Mediterraneo... Imbot era stato nella Legione straniera per vent'anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac>>.


Questa vicenda era stata raccontata già da Andrea Purgatori, sul “Corriere della sera”, del 4 ottobre 1996. Il titolo del servizio svela il contenuto: <<Roma intervenne e in una notte Parigi perse la Tunisia. Storia di un “affronto” ai cugini d'oltralpe e del quasi contemporaneo attentato alle Tremiti>>. L’articolo sosteneva che l’intervento italiano in Tunisia  avrebbe innescato rappresaglie e attentati, di particolare gravità e secondo modalità che nel passato sono state ricorrenti, ispirate dalla tendenza di alcuni servizi segreti stranieri a ritenere l'Italia un paese in cui si può fare impunemente di tutto.
Eppure il governo e l’intero panorama mediatico-politico italiano sembra assolutamente impermeabile a questo utile ricordo storico e continua ad occuparsi delle vicende sessual-giudiziarie di un presidente del consiglio compulsivo sessualmente e in evidente accelerata fase di demenza senile. Il fatto é grave perché si  dimentica il ruolo fondamentale nella politica estera e per il nostro apparato produttivo che da 24 anni la Tunisia svolge, proprio quando è in corso nell’antica patria di Annibale la rivoluzione dei gelsomini (jasmine), la più importante rivoluzione popolare dopo la Rivoluzione Francese del 1789 della storia mondiale.


Per capire l’importanza della Tunisia per l’Italia è sufficiente rammentare che il nostro paese é di gran lunga il secondo partner commerciale dopo l’ex colonialista francese, al quale continua ad erodere quote di mercato dal 2000 in poi. Secondo l’ICE (Istituto del Commercio Estero, uno degli enti considerati inutili da Tremonti) nei soli primi 6 mesi del 2010 sono state movimentate merci per un valore pari 14.927 milioni di euro (in pratica una legge finanziaria ordinaria) tra Italia e Tunisia. Inoltre l’Italia risulta essere il primo investitore, per un ammontare complessivo pari a 320 milioni d’euro. Nel 2009 le imprese italiane in Tunisia erano 704 e davano lavoro a 55.591 tunisini e tunisine.


E’ inaudito quindi che il ministro Frattini trovi il tempo e la necessità di riferire al Parlamento Italiano sul “caso” della proprietà del ex lascito immobiliare a Montecarlo a favore del fu MSI-Dn, la cui rilevanza per la politica estera italiana è oggetto di scrupolosi studiosi di ermeneutica sanscrita, mentre non abbia ancora manifestato l’orientamento diplomatico italiano nei confronti del nuovo governo ad interim di Tunisi. Ma soprattutto non ha ancora fatto alcunché per rompere definitivamente i rapporti con il vecchio regime., al contrario di tutti gli altri paesi dell’UE ed in primis della Francia, che ha congelato tutti i beni di proprietà di Ben Ali e dei suoi familiari in terra cisalpina.


Una cosa sicura è che le future relazione con “l’amico tunisino” sono ad oggi congelate e senza alcuna prospettiva concreta di riavvicinamento positivo. Del resto il nostro Presidente del Consiglio considera più importanti i consigli lussuriosi del satrapo di Tripoli che il destino di centinaia di imprese italiane in Tunisia. La speranza di Mister B. d’utilizzare gli ottimi legami personal-affaristi con Tarak Ben Ammar ambiguo uomo d’affari franco-tunisino proprietario della compagnia di produzione e distribuzione francese Quinta Communications, nel momento del bisogno potrebbe rivelarsi un clamoroso boomerang dati i noti legami di Ben Ammar con il clan della moglie di Ben Ali, Leïla Trabelsi, autentica Rasputin del regime del marito, anch’essa fuggita nel Boeing 737 presidenziale il 14 gennaio, supercarica di gioielli ed oro.
L’Italia rischia seriamente di ritornare negli spalti ed assistere impotente alle vicende mediterranee sperando solo nella carità di qualche satrapo arabo per rientrare nei giochi.
Ma l’immobilismo potrebbe avere un’altra spiegazione molto più inquietante: tramare per un operazione di nuovo golpe istituzionale ai danni della rivoluzione dei gelsomini collaborando con gli ex-scherani di Ben Ali che fin dalle 17:46 mentre decollava l’aereo di Ben Ali stanno agendo per cercare di rovesciare la volontà di libertà e democrazia del popolo tunisino. Ma questa volta potrebbe finire molto male per gli 007 italiani e loro mandanti-padroni, parola di un popolo intero!

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