Reportage

“Io non sto aspettando di partire. Io sono qui in castigo” esordisce un tizio malmesso, seduto davanti a me nell’enorme sala d’aspetto del terminale degli autobus. È ben pettinato, con la riga da una parte, i baffi in ordine, gli occhiali con la montatura pesante. Sembra arrivato direttamente dagli anni ’50. Accanto a lui una stampella, uno zainetto stracolmo e una busta di plastica  piena di frutta.

A proposito dei cani di cui prima.
Fenomeno che non riguarda certo solo São Paulo e la sua élite o la classe immediatamente prossima, ma che rappresenta una mania, in un certo senso trasversale, delle classi “olgiatizzate” di tutto il pianeta. Qui però risulta più evidente, forse sempre per la dimensione dei numeri e dei luoghi.

Altra ossessione la violenza.
Dentro la città convivono varie città. Dentro le varie città esistono ghetti ed enclave blindate. La grandezza spropositata dei luoghi favorisce l'incomunicabilità e la paura. Gli individui vengono declinati in classi, le quali a loro volta vengono definite con le lettere dell'alfabeto; A, B, C, D, etc.

La megalopoli mi accoglie dentro al suo caos come il mare una goccia di pioggia.
Ne divento parte silenziosamente.
Volendo o non volendo divengo divenire, movimento.

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