Sabato, 29 Luglio 2017 17:36

Mutilazioni genitali femminili. Un problema sociale irrisolto

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Nonostante le promesse e gli sforzi non indifferenti (anche economici), molti dei problemi sociali rimangono irrisolti. Anzi alcuni pare siano peggiorati. Stando ai dati dell’Unicef, il problema delle mutilazioni genitali femminili (MGF) che si basa su pratiche tradizionali che vanno dall'incisione all'asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni, continua ad aumentare: si stima che nel mondo almeno 125 milioni di donne sono costrette a convivere con una mutilazione genitale.

E il loro numero è destinato ad aumentare dato che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a queste statistiche. Le MGF vengono praticate principalmente su bambine o adolescenti tra i 4 e i 14 anni, ma non mancano casi registrati di MGF praticate su bambine con meno di un anno di vita (nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali).

Fino a qualche tempo fa si pensava si trattasse un fenomeno ristretto ad alcuni paesi africani e relativo a donne, bambine  e ragazze che viveva in paesi a predominanza islamica dell'Asia. In alcuni Stati del Corno d'Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l'incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza - fino ad arrivare a quote dell'1-4% in paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger. 

Invece è un problema diffuso in tutto il mondo. E da moltissimo tempo.  In Europa già nel 1800 si sono registrati casi di  MGF. Ma di recente è stato rilevato un preoccupante aumento di casi. E non solo in Europa, ma anche Australia, Canada e negli Stati Uniti. Un fenomeno che è peggiorato con l’aumento dei flussi migratori provenienti dall'Africa e dall'Asia sud-occidentale. Anzi pare che il numero delle vittime potrebbe essere molto maggiore di quanto si pensi dato che si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità e quindi difficili da censire statisticamente.

Praticamente inutili ed inefficaci gli accordi internazionali sottoscritti: la Legislazione Internazionale dei Diritti Umani considera una violenza contro le donne qualsiasi forma di Mutilazioni Genitali Femminili dal 1993. Dal 2012 inoltre l’Assemblea Generale dell'ONU ha decretato una risoluzione sull’eliminazione di questa pratica. Ma nonostante la mobilitazione globale e la ratifica di questi accordi da parte di 24 dei 29 Paesi dove si concentrano il maggior numero di infibulazioni o escissioni, il numero di casi continua ad essere spaventosamente alto.

Il Parlamento Europeo ha indica circa 500mila vittime e 180mila ragazze a rischio. Anche in questo caso esistono forti perplessità circa il totale: “Non si sa da dove vengano questi numeri” ha detto Jurgita Pečiūrienė dell’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) “I metodi statistici variano in ogni Stato” ha spiegato l’esperta. “C’è chi usa i dati sull’immigrazione e chi i registri sanitari, così i risultati non sono comparabili e restano indicativi”. Dati analoghi sono stati forniti dallo studio condotto da Neodemos.it (e pubblicato a maggio scorso): qui si parla di 550mila immigrate di prima generazione mutilate in Europa  e 507mila negli Usa.

In Italia si stima che siano fra 61mila e 80mila (altri studi parlano di 35mila) donne che sono state sottoposte durante l'infanzia a pratiche di questo tipo. Un rapporto di Action Aid, basato sui dati della ricerca coordinata dall'Università Bicocca e dell'Organizzazione mondiale della sanità e presentato durante un'audizione in commissione Sanità lo conferma: fino 8 anni fa il Dipartimento per le Pari opportunità stimava che in Italia fossero circa 35mila le donne che avevano subito mutilazioni. Oggi il loro numero è cresciuto esponenzialmente. Il gruppo più colpito è quello nigeriano che, insieme all'egiziano rappresenta la metà del totale. Proprio il fatto che vengono praticate di nascosto e quasi sempre in condizioni igieniche precarie, fa sì che le conseguenze siano gravi 

Anche le ricerche condotte in altri paesi europei confermano che si tratta di un fenomeno che si sta diffondendo nel continente in modo allarmante. Nel Regno Unito, secondo Action Aid, sono 170mila le vittime di MGF. E 42mila in Svezia. In Germania, dove pure questa pratica è vietata,  decine di migliaia di donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali. A confermarlo all’agenzia Reuters è stata pochi giorni fa Charlotte Weil, portavoce di Terre des Femmes, un’organizzazione per i diritti delle donne. Il loro numero è aumentato di 10mila unità nel 2016 rispetto all’anno precedente portando a più di 58.000 le donne che vivono in Germania e che hanno subito violenze simili (dati Terre des Femmes). “È dovuto ad un aumento dell'influenza di vari paesi in cui si esercita la FGM, in particolare Somalia, Eritrea e Iraq”, ha detto Weil.

“Non si può affrontare una pratica ancestrale solo a colpi di proibizioni legislative, ovviamente necessarie. Bisogna educare, convincere o prevedere rituali alternativi” ha detto il dottor Abdulkadir da anni impegnato nella prevenzione delle MGF tra le comunità di migranti. Ma si tratta di un cambiamento culturale difficile da attuare quando come nel caso delle MGF  si vuole cambiare in tempi rapidi tradizioni sbagliate ma che esistono da millenni. Tradizioni che, contrariamente a quanto sarebbe semplicistico pensare, non hanno alcun fondamento religioso dato: sono legate ad usanze ancestrali (ne parla già Erodoto vissuto mille anni prima di Maometto). 

L’unica cosa certa è che il numero dei casi sta aumentando. Forse una conseguenza dell’apertura indiscriminata delle frontiere. Un cambiamento che molti fingono di non vedere nascondendosi dietro a un finto buonismo. Salvo poi dover ammettere che il cambiamento comporta “effetti indesiderati” quando ormai è troppo tardi. 

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